Liturgia
Vangelo della Settimana
III settimana di Pasqua
Commento di Paolo Curtaz

Lunedì 20 Aprile (Feria – Bianco)
Lunedì della III settimana di Pasqua
At 6,8-15 Sal 118 Gv 6,22-29: Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna.
Martedì 21 Aprile (Feria – Bianco)
Martedì della III settimana di Pasqua
At 7,51-8,1 Sal 30 Gv 6,30-35: Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo.
Mercoledì 22 Aprile (Feria – Bianco)
Mercoledì della III settimana di Pasqua
At 8,1-8 Sal 65 Gv 6,35-40: Questa è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna.
Giovedì 23 Aprile (Feria – Bianco)
Giovedì della III settimana di Pasqua
At 8,26-40 Sal 65 Gv 6,44-51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Venerdì 24 Aprile (Feria – Bianco)
Venerdì della III settimana di Pasqua
At 9,1-20 Sal 116 Gv 6,52-59: La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Sabato 25 Aprile (FESTA – Rosso)
SAN MARCO
1Pt 5,5-14 Sal 88 Mc 16,15-20: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.
Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10: Io sono la porta delle pecore.
Lunedì della III settimana di Pasqua
Gv 6,22-29: Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna.
Commento su Gv 6,22-29
Quante volte anche noi cerchiamo Dio solo perché ci riempie la pancia, perché pensiamo che esaurisca i nostri desideri, le nostre ambizioni. Quante volte anche noi, se siamo onesti, dobbiamo ammettere di cercare Dio perché abbiamo paura della vita, perché non capiamo, perché speriamo che egli ci possa aiutare e sostenere nel nostro cammino. Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci si è rivelato un’autentica catastrofe: il messaggio di Gesù era chiaro, davanti alla fame degli uomini il discepolo è chiamato a mettere in gioco tutto quello che ha, anche se poco. La folla ha capito l’esatto contrario: davanti alla fame del mondo ecco che Dio trova le soluzioni. Il peggio accade quando la folla lo cerca per farlo re, chi di noi non voterebbe un governo che invece di chiedere tasse regalasse soldi? Gesù è profondamente amareggiato e alla folla che lo ha raggiunto, spiazzata dall’atteggiamento del Signore, e con verità dice ciò che pensa: lo stanno cercando perché ha riempito loro la pancia. Chiediamoci se la nostra fede, a volte, non assomiglia alla loro e cerchiamo il risorto perché sazia la nostra fame di felicità. Niente di meno.
Martedì della III settimana di Pasqua
Gv 6,30-35: Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo.
Commento su Gv 6,30-35
Gesù ha appena sfamato cinquemila capi-famiglia in quello che è il peggiore dei suoi miracoli, quello peggio interpretato. È fuggito quando la folla lo voleva fare re; ora, raggiunto dalla gente, inizia una feroce polemica con chi, invece di cercare Dio per Dio, lo cerca per avere la pancia piena. Gesù chiede di credere nelle sue parole, di fidarsi di lui e la gente cosa vuole da lui? Un segno! Un miracolo, l’ennesimo! Come se non fosse bastato sfamare una tale quantità di persone! Abbiamo sempre bisogno di segni della presenza di Dio, chiediamo sempre miracoli e apparizioni. Abbiamo una fede fragile, lunatica, scostante, altalenante. Invece di fidarci delle Parole del Signore, di imparare a leggere i tanti segni della sua presenza (anche oggi la nostra giornata è riempita di piccoli miracoli quotidiani…) corriamo dietro agli eventi straordinari che solleticano l’emozione senza convertire il cuore. Gesù, invece, viene per sfamare il nostro infinito desiderio di bene e di felicità, a nutrire la nostra anima, a colmare i nostri sogni. Gesù risorto si propone come orizzonte dell’intera vita, non come piccolo amuleto da tirare fuori nei giorni di difficoltà o di fame dell’anima!
Mercoledì della III settimana di Pasqua
Gv 6,35-40: Questa è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna.
Commento su Gv 6,35-40
Cosa vuole Dio da me? Che creda in lui? Che osservi i suoi comandamenti? Che obbedisca? Che lo serva? Gesù, nell’impegnativo discorso del pane di vita, ci dice chiaramente che Dio vuole da me una cosa sola: che io mi salvi. Quante volte proiettiamo addosso a Dio le nostre paure, le nostre insicurezze, i nostri fantasmi! Dio, allora, diventa un mostro esigente che pretende dalle sue creature obbedienza cieca. E la nostra vita si trasforma in un’ansiosa prova di abilità, un continuo processo, una prova d’esame. Non è così! Dio non è l’annoiato dispensatore di prodigi, né il potente da convincere, ma un tenerissimo padre che vuole per noi, suoi figli, la pienezza della felicità che egli solo può indicare. Se è così, allora, io e Dio abbiamo molte cose in comune. Principalmente il profondo e radicato bisogno di pienezza. Ma io, se sono onesto, devo ammettere di non sapere veramente cosa mi dia felicità. Dio, invece, sì. Sappiamo da chi andare se vogliamo saziare la nostra fame interiore. Il risorto vuole manifestarci la strada che ci porta verso Dio. Seguiamola con fiducia.
Giovedì della III settimana di Pasqua
Gv 6,44-51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Commento su Gv 6,44-51
Quando iniziamo un cammino di fede, coinvolgendo la nostra intelligenza e i nostri sentimenti; o quando alla fine di questo nostro percorso spesso irto di difficoltà ci “arrendiamo” al vangelo e professiamo la nostra fede… allora ci rendiamo conto che, in fondo, dietro tutto il nostro percorso e cammino, il Signore aveva già manifestato la sua discreta vicinanza. Cerchiamo colui che ci cerca, sentiamo che il nostro desiderio del Signore, in fondo, è lui stesso ad averlo suscitato in noi. Ma Gesù va oltre: credere significa avere la vita eterna, cioè la vita dell’Eterno. Spesso, erroneamente, pensiamo che la vita eterna sia qualcosa che ci capita alla fine del nostro sentiero cammino tragitto di vita, in un ipotetico e fumoso futuro di cui non sappiamo molto. L’eternità diventa, allora, una specie di premio per ripagarci di tutte le noiose cose cattoliche che abbiamo dovuto sopportare. Non è così: la vita eterna è già iniziata, la vita dell’Eterno si accende in noi quando crediamo, quando professiamo la nostra fede, quando scegliamo di diventare e vivere come discepoli del Nazareno. E in questo andare l’eucarestia diventa un incontro fondamentale, intenso, un dono che è il pane del cammino, la reale presenza di Cristo.
Venerdì della III settimana di Pasqua
Gv 6,52-59: La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Commento su Gv 6,52-59
Ora esagera, il Signore, siamo seri. Ha chiesto alla folla di non cercare Dio per farsi riempire la pancia. Ha chiesto di fidarsi di lui e di credere in ciò che egli dice di Dio. Ha parlato di un Dio che sazia il cuore, che desidera intensamente comunicare all’uomo la sua stessa vita. Un Dio che chiama, che attira tutti a sé, che suscita in noi il desiderio di lui. Ha parlato di un cibo di cui nutrirsi per il cammino, un cibo che sostiene la fede, che anticipa ad oggi l’eternità. Ma ora esagera: chiede di nutrirsi di lui, di mangiare la sua carne e bere il suo sangue. Non chiede certo di diventare dei cannibali! Ma di entrare in intima comunione con lui (il sangue è segno della vita e della vitalità, la carne il segno della debolezza). Per incontrare Dio dobbiamo essere intimamente uniti a Cristo, diventare suoi contemporanei, fidarci delle sue parole, nutrirci della sua presenza nel segno dell’eucarestia. Sì: io mi fido del Signore Gesù. Fatico, sono preso da mille dubbi e domande, ma mi fido. So che lui e il Padre sono una cosa sola, ho deciso da tempo di non seguire il serioso volto di Dio che mi porto nell’inconscio, ma quello radioso di cui ho fatto esperienza ascoltando e seguendo il Rabbì di Nazareth.
Sabato 25 Aprile (FESTA – Rosso)
SAN MARCO
Mc 16,15-20: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.
Il passo di Marco appartiene a quello che si chiama “il luogo finale di Marco” che contiene il racconto delle apparizioni e l’ordine missionario dato ai Dodici (Mc 16,14) e con loro alla Chiesa intera (Mt 28,18-20). Il nostro testo comincia con il testamento del Signore. Le prime parole sono un comandamento ed un invio: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”. La Chiesa deve predicare, cioè la sua missione evangelizzatrice è un comandamento del Signore risorto. I destinatari sono tutti gli uomini che esistono al mondo: “ogni creatura”. Ciò indica che tutti gli uomini hanno il bisogno e il compito di ascoltare il vangelo della salvezza. Il contenuto, l’oggetto della predica, è il Vangelo, il lieto messaggio della salvezza attraverso Gesù Cristo, la sua persona e la sua opera. Questo annuncio è chiamato predica, cioè essa è solenne e pubblica, fatta con coraggio e fiducia nel nome di Dio salvatore. Il testo continua insistendo sulla trascendenza dell’annuncio e della sua accoglienza: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16). Ci troviamo così davanti alle parole più importanti nella vita dell’uomo: salvezza e condanna. La fede e il battesimo sono le parole della vita; l’incredulità è la porta della condanna (cf. Gv 3,14-21).
Vengono poi enumerati una serie di segni miracolosi che daranno credito agli inviati: scacciare gli spiriti maligni, dono delle lingue, immunità contro i morsi dei serpenti e contro i veleni, e infine il dono della guarigione. Tutti questi sono fenomeni carismatici che accompagnano il cammino della Chiesa lungo la storia.
Il testo termina con la proclamazione dell’Ascensione di Gesù e il suo stabilirsi alla destra di Dio (Mc 16,19) e con una breve indicazione sulla realizzazione del comando della missione degli apostoli, che portano il vangelo dappertutto con l’aiuto del Signore (cf. Mt 28,20). Molti segni li accompagnano (Mc 16,20). La Chiesa missionaria è in cammino, il comandamento è indirizzato a tutti.
In questa giornata la Chiesa celebra con gioia la memoria dell’evangelista Marco. Il suo Vangelo, il più breve, il primo, probabilmente è stato suggerito dal suo amico e maestro, l’apostolo Pietro. Che compagnia!
Il Vangelo di Marco ha avuto una strana storia all’interno della Chiesa. A causa di una scorretta e approssimativa interpretazione quasi da subito è stato interpretato come se fosse un riassunto del Vangelo di Matteo, ben più sviluppato e corposo. Solo grazie agli studi di critica testuale della seconda metà dell’ottocento, si è invece capita la straordinaria importanza di questo testo all’apparenza così semplice. È Marco ad avere inventato il Vangelo è lui che ha voluto mettere per iscritto quello che la prima predicazione diceva a voce, destinando la sua opera ad una comunità proveniente dal mondo pagarono, forse i cristiani di Roma, che si preparavano a ricevere il battesimo. Un vangelo in presa diretta, vivace, che cerca di rispondere alla domanda: chi è veramente Gesù di Nazareth? È bellissimo pensare che persone concrete come il giovane Giovanni Marco, un adolescente ai tempi di Gesù, abbiano dedicato tanta fatica per condividere con noi la loro straordinaria esperienza di fede. Così la Chiesa avanza lungo i secoli raccontando da bocca a orecchio l’esperienza che uomini e donne come noi, e prima di noi, hanno vissuta. Ringraziamo Marco per la sua fatica, per la sua passione, per il suo coraggio.
Sabato della III settimana di Pasqua
Gv 6,60-69: Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.
Commento su Gv 6,60-69
Se ne va la folla, e fa benissimo. Come si fa a star dietro alla valanga di parole che ha detto? E alle cose che chiede? E al volto di Dio inatteso e incredibile che professa? E all’esigenza di nutrirsi della sua presenza? Chi pretende di essere questo falegname che si è scoperto profeta? Anche noi siamo così: fino a quando Dio ci riempie la pancia va tutto bene: siamo soddisfatti, Dio è buono, il mondo è magnifico. Ma appena Dio diventa esigente, chiede qualcosa di più forte e importante, appena ci mette davanti alle nostre fragilità, allora tutto cambia: preferiamo andarcene piuttosto che continuare ad ascoltare. È duro il vangelo, perché negarlo? È esigente!, perciò, nella storia, abbiamo continuato ad annacquarlo, a modificarlo, a interpretarlo… Sono suoi discepoli coloro che se ne vanno: il Signore sempre ci lascia liberi, sempre. Gli apostoli, storditi, non sanno che fare, non sanno che dire. Nell’arco di poco tempo sono passati dalla gloria al fango: qui finisce la brillante carriera del Messia. E la loro. E Gesù, immenso, libero, straordinario, si gira verso di loro: volete andarvene anche voi? Non li supplica di restare, preferisce restare solo piuttosto che tradire il volto del Padre.
Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
Gv 10,1-10: Io sono la porta delle pecore.
Gesù si presenta come il Mediatore tra Dio e gli uomini. Egli è “la porta” dell’ovile.
Non ci è dato di incontrare Dio in modo immediato. Non possiamo stabilire noi il modo in cui comunicare con lui.
Dio si rivela e si dona a noi attraverso il Cristo che vive nella Chiesa. Raggiungiamo la comunione con lui mediante la strumentalità della Chiesa in cui è presente e opera Cristo.
Gesù non è soltanto il Mediatore del disvelarsi e dell’offrirsi di Dio a noi. È la realtà stessa del Verbo divino che ci raggiunge, ci illumina con la fede, ci trasforma con la grazia, ci guida con la sua parola, i suoi sacramenti e la sua autorità.
Egli è la “porta” e il “Pastore” che “cammina innanzi” alle pecore.
Gesù, come Buon Pastore, ci conosce per nome, ci ama e per noi offre la propria vita in una dilezione che si spinge sino alla fine.
Noi credenti siamo chiamati ad “ascoltare la sua voce” e a “seguirlo” senza porre condizioni.
Egli ci conduce al “pascolo”. È la croce, dopo la quale, però, giunge la gioia senza limiti e senza fine: una gioia che ha le sue anticipazioni anche nell’esistenza terrena.
Immagine antica e sempre nuova
Wilma Chasseur
Domenica del Buon Pastore. Continuiamo a riflettere su Gesù risorto e sul fatto che anche dopo morto, si fa sempre vivo. Oggi la liturgia ci presenta un’immagine antica e sempre nuova, quella del buon pastore che conosce le sue pecore e dà loro la vita eterna. ” Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Ma prima dà la sua stessa vita per le pecore. La dà per poi riprenderla di nuovo. Solo Lui ha questo potere: riprendere la sua vita o meglio riprendere a vivere dopo che era già morto. Incredibile!
- Un caso sovrumano…
Lui non è uscito da questa terra come ne usciremo tutti noi! Come usciremo noi da questa vita? Morti! Per passare da questa all’altra vita, bisogna per forza uscirne morti. Gesù invece ne è uscito vivo dopo che era già morto, defunto e sepolto. Di che far saltare tutte le nostre categorie umane. Infatti Gesù è un “caso” sovrumano: impossibile farlo rientrare nei nostri schemi. Meglio: Gesù è un “caso” divino: è per questo che ha potuto salire al cielo vivo e non morto. Bel rompicapo per un ufficiale dell’anagrafe! Quell’Uomo morto il 7 aprile, il 9 aprile è di nuovo vivo! Infatti, come ci conferma la ricerca storica, Gesù sarebbe morto il 7 aprile dell’anno 30, ma l’ultima data di Gesù sulla terra, non è per niente quella, ce n’è un’altra: c’è il 9 aprile che butta tutto per aria, non solo la pietra del sepolcro, ma anche tutte le nostre concezioni umane.
- …che manda in tilt tutto il sistema
Invece, per ognuno di noi, l’ultima, suprema data, sarà quella della morte. Entrati nel… monolocale del sepolcro, da lì non ne usciremo più: quella sarà, non la prima o la seconda casa, ma l’ultima e definitiva abitazione in cui prenderemo residenza. E nessuno potrà più farci sloggiare da lì. Quindi il “caso” Gesù sarebbe anche un bel rompicapo non solo per l’anagrafe, ma pure per i vari istituti di previdenza sociale, assicurazioni sulla vita ecc. Se volessimo fare la trasposizione ai giorni nostri, un uomo morto il 7 aprile, non ha più diritto alla pensione; se poi il 9 è di nuovo vivo, che si fa?… Paragone contestualizzato ai tempi moderni, che mi sembra efficace per farci afferrare l’enorme mistero di Gesù di Nazareth. Capitasse oggi una cosa simile, manderebbe in tilt tutto il sistema. Su che registro registrare UNO che, morto e sepolto il 7 aprile, il 9 aprile è di nuovo vivo?
- Caro Gesù…
Eccovi una preghiera di don Sacino a Gesù buon pastore, che non ragiona per niente come gli altri pastori… “Caro Gesù, sei un pastore strano: strano perché tu offri la vita per le pecore. Dov’è mai scritto tutto questo? Un pastore vale infinitamente di più di tutti i greggi del mondo e tu dici che il buon pastore offre la vita per loro. E’ fuori di ogni buon senso e di ogni calcolo delle probabilità. Se veramente il pastore dà la vita, le pecore che rimangono senza pastore si smarriscono e diventano preda dei lupi. Allora non è meglio essere prudenti e lasciar sbranare qualche pecora salvando se stesso? E’ questione di buon senso. Senza voler giudicare, ci pare o Gesù che, non la tua radicalità, ma il sentire comune sia diventato il criterio e il pensiero della vita di molti. Si sente infatti spesso dire “puoi continuare a fare il bene, senza diventare prete” dice il padre al figlio che si sente chiamato a donare tutto se stesso all’avventura del Vangelo. “Chi me lo fa fare ad andare contro corrente e anche mettermi contro, predicando il Vangelo. Un po’ di buon senso. L’ignoranza è l’ottavo sacramento. Neppure Gesù ha salvato tutti quelli che ha incontrato. Chi me lo fa fare?… Buon senso ci vuole! “Gesù buon pastore, liberaci da questo “buon senso” umano e donaci pastori che prendano te come modello. Concedici pastori di comunità ecclesiali che con te offrano la vita per il loro gregge. Allora le vocazioni non mancheranno perché tutti vedranno che la vita vale se la si dona; che la vocazione è un dono d’amore ricevuto e ricambiato. Amen!”