Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire nelle nubi”. È la grande promessa di Gesù. A questo incontro con lui tutta la storia è condotta dalla mano sapiente e paziente di Dio. La creazione è in cammino verso la rivelazione del Figlio dell’uomo, nel quale ogni uomo è figlio in comunione con il Padre.

La fine del mondo non è il cadere di tutto nel nulla, ma il compiersi di ogni speranza al di là e al di sopra di ogni attesa, in una pienezza che nessuno osa immaginare.

L’invocazione del credente: “Maranà thà: vieni, o Signore” (1Cor 16,22), presta voce al gemito di tutta la creazione (Rm 8,19-23), che con aspirazione da vertigine tende a lui, nel quale, per mezzo del quale e in vista del quale tutto è stato fatto (Col 1,15s). Egli infatti è la vita di tutto ciò che esiste (Gv 1,3b-4).

La fine del mondo non è qualcosa di tremendo. È anzi il fine sommamente desiderato, la meta agognata. Paolo spera che avvenga mentre lui ancora vive (2Cor 5,1-5). È infatti l’incontro tra la sposa, che nello Spirito grida: “Vieni”, e lo sposo che garantisce: “Sì, verrò presto” (Ap 22,17ss).

Queste parole di Gesù presentano il quadro finale della vicenda cosmica. Al centro sta la venuta del Figlio dell’uomo (v. 26), che segna la fine del mondo vecchio coi suo male (vv. 24-25) e l’inizio di quello nuovo, in comunione con lui (v. 27).

La prima comunità cristiana ha visto nella distruzione del tempio il segno della fine del mondo. Fuggita verso i monti per scampare dall’eccidio, era in fervida attesa del ritorno di Gesù. Non mancavano falsi cristi e falsi profeti che l’annunciavano prossimo. Ma non bisogna lasciarsi ingannare. Sarà “dopo” quell’afflizione e dopo tutta la storia di afflizioni, e comporterà qualcosa di totalmente nuovo, uno sconvolgimento in cui si arresterà il tempo e si confonderà lo spazio. L’avvenimento sarà palese: tutti lo vedranno. Per questo è inutile fare speculazioni o cercare segni particolari.

Queste parole di Gesù si realizzano nella sua crocifissione, ormai prossima. Essa è la sua intronizzazione, la sua venuta in potenza e gloria per compiere il giudizio di Dio e la sua salvezza. La sua croce è la chiave di lettura di tutta la storia.
Questa è una parabola, un “enigma”, che trova in quella la “parola” che lo spiega.

Il mistero di Gesù morto e risorto costituisce la sua prima venuta. Esso continua nella vita quotidiana del discepolo, che è come la sua seconda venuta, anticipo o garanzia della terza, quella finale. Questa non sarà che lo svelarsi di ciò che ora già c’è in modo nascosto; perché non c’è nulla di nascosto che non debba venire alla luce (4,22).

La venuta gloriosa del Signore e il suo giudizio è quindi a tre livelli: uno passato, quello della croce, dove tutto è compiuto (Gv 19,30); uno presente, quello della nostra sequela, e uno futuro, quando sarà compiuto in tutti ciò che già lo è in lui e in chi lo segue. La prima venuta, testimoniata dalla Parola, è norma di fede, che ci fa attendere il futuro nella speranza e vivere il presente nell’amore.

La storia è sotto il segno della croce, gloria ora segreta che poi si manifesta. Il braccio potente, con cui Dio ha vinto il male, sono le braccia misericordiose del Figlio allargate a tutti i fratelli.
Con queste parole Gesù risponde alla domanda: “Quale il segno” della fine del mondo (v. 4).

Gesù è il Figlio dell’uomo giudice della storia. Sulla croce si rivela tale e manifesta il giudizio del Padre: è il suo stesso di Figlio che si fa fratello di tutti i peccatori per salvarli. Questo è il fulgore pieno della gloria e della potenza divina, la cui rivelazione, che già avviene nella vita del credente, è il futuro di tutto il creato.
Il discepolo conosce il giudice e il suo giudizio. Vive quindi con fiducia, speranza e “giudizio”, prendendo come criterio di vita il Figlio che ama il Padre e i fratelli.

Dal fico imparate la parabola”, dice Gesù: quando esso germoglia, è segno che inizia l’estate.
Ma il fico, sterile e maledetto (11,12), sta per germogliare proprio ora. Fra tre giorni vedremo pendere dall’albero un frutto, primizia di una stagione feconda. Fuori parabola: con la croce di Gesù è già finito il mondo vecchio e iniziato quello nuovo. Viviamo ormai nel tempo definitivo della salvezza; ogni momento è quindi l’ora dei frutti (11,13), perché il tempo è finito e il regno di Dio è qui (1,15).

Il brano si articola in quattro parti.

  • I vv.28-29 presentano una parabola di discernimento: tutti i mali descritti sono come il germinare del fico, segno evidente della stagione dei frutti.
  • Il v.30 dice “quando” tutto questo avviene: nella stessa generazione degli ascoltatori di Gesù, che fra tre giorni, vedendolo sulla croce, sarà chiamata a fare frutti degni di conversione. Come allora, così ora e sempre ogni generazione è chiamata a contemplarlo e a convertirsi.
  • Il v.31 assicura la certezza dell’evento: tutto passa, ma non la sua parola, che ci ha promesso la sua venuta.
  • Il v.32 infine afferma l’incertezza dell’ora: quanto è sicuro l’evento, altrettanto è ignoto il giorno e l’ora. Chi sa discernere il segno del fico e si converte, vive ogni istante in vigilanza e fedeltà (brano seguente).

Gesù in croce è il primo frutto del fico che germoglia. Già l’inverno è passato (Ct 2,11.13). Il volto di Dio si è illuminato su di noi e la nostra terra ha dato il suo frutto (Sal 67,1.7). Chiunque si volge a lui, entra nel Regno. La sua morte, avvenuta una volta per tutte, è per ogni generazione il passaggio dalla morte alla vita.

La promessa del suo ritorno è infallibile; l’ora è ignota, perché ogni istante sia attesa. E intanto ogni giorno è “quel giorno” e ogni ora è “quell’ora” in cui camminiamo incontro a lui che viene, fino all’abbraccio definitivo.
Il discepolo sa discernere in Gesù morto e risorto il frutto di vita, e ne vive ora e sempre, fino alla rivelazione piena di tutto il mistero nascosto.