Nella giornata dei funerali di Biagio Conte il ricordo sincero e commosso di chi lo ha “visto” e “udito” da vicino.

di LUCA CRAPANZANO
17 gennaio 2023
http://www.vinonuovo.it

La morte di fratel Biagio Conte ha suscitato migliaia di reazioni, dalla stampa nazionale alla proiezione del film in seconda serata – ma con un buon share – su Rai1 domenica scorsa e c’è già chi vorrebbe riconosciuta ufficialmente la sua santità gridando il consueto slogan “santo subito”.

Dopo l’annuncio della sua morte, insieme ad alcuni seminaristi e confratelli, ci siamo recati nella sede della Missione Speranza e Carità di Via Decollati (a due passi dalla stazione centrale di Palermo) e abbiamo aspettato il turno per entrare nella sua minuscola stanzetta trasformata in astanteria dove riposava il corpo composto del fratello laico di Palermo, con un sorriso accennato in volto, il saio verde speranza, il crocifisso in mano insieme alla corona del Rosario.

Ciò che traspariva da quel corpo che aveva da poche ore lasciato la scena del mondo era pace e speranza.

Intorno al suo letto i familiari, le sorelle di comunità e alcuni fratelli. In fila e a piangere la morte di fratel Biagio c’erano principalmente persone povere i cui volti sono rigati dalla sofferenza e dalla preoccupazione di arrivare a fine giornata, ancor prima che a fine mese: persone zoppe, vestite male, puzzosi, non acculturati, rifugiati senza diritti che fratel Biagio ha difeso prestando la propria voce e il proprio corpo – con digiuni e proteste – avendo nel cuore l’unico desiderio di farsi prossimo a tutti per aiutare qualcuno.

Fratel Biagio è stato il fratello di tutti; imitando il buon Samaritano è andato anche oltre rispetto a ciò che si racconta nel Vangelo. I malcapitati trovati lungo la strada infatti, non li ha portati in nessuna locanda precostituita, ha provveduto lui stesso a dare un tetto alle migliaia di poveri che la Missione da lui fondata accudisce quotidianamente.

Il rischio, dopo la sua morte, sarà quello di trasformarlo in santino da nicchia, innocuo, magari da invocare per qualche miracolo; il rischio e il guado della mentalità ecclesiastica sarà quello di iniziare a erigere statue e quadri raffiguranti la sua persona, organizzando magari qualche solenne processione dimenticando il messaggio profetico e scomodo che ci lascia la sua vita.

Fratel Biagio aveva il coraggio della parresia amabile, diceva e chiedeva solo ciò che viveva e viveva da povero e tra i debiti per le bollette da pagare, così come i veri poveri. Da lì la forza del suo messaggio evangelico incarnato che va oltre la stessa Chiesa cattolica e raggiunge indistintamente tutti poiché parla la lingua universale dell’amore e dell’umanità.

Fratel Biagio ha accolto tutti, non già in base al certificato di battesimo o di idoneità ma a partire solo e unicamente dal bisogno. Si è fatto realmente povero e clochard, ha condiviso le giornate ordinarie di chi non ha certezza se non un cartone sotto il porticato della Cattedrale o all’ingresso della Posta centrale o tra le fenditure di una roccia tra le montagne di Palermo.

Non ha avuto l’ardire di dare certezze a tutti, né ha potuto risolvere i problemi di tutti i poveri della città di Palermo, ma è stato segno di speranza, lievito che fermenta la massa, luce che illumina la notte oscura di una società malata di autoreferenzialità che dinanzi ad una rissa o ad un povero malmenato non ha più l’istinto umano di aiutare ma reagisce filmando con il proprio smartphone.

Al di là di ogni panegirico che fratel Biagio non cercava né gradiva e lungi dai luoghi comuni che facilmente potremmo utilizzare, la testimonianza di questo fratello laico – e sottolineo laico – mette in crisi le nostre certezze e destabilizza gli equilibri malati dell’economia e della politica.

Tantissimi i ricordi e i colloqui che mi legano a lui, di una semplicità e profondità disarmanti che si concludevano sempre con una preghiera e con una richiesta di benedizione da parte mia. Mi ha sempre colpito la sua umiltà nel chiedermi la benedizione o nel ricevere l’Eucarestia mentre faceva un digiuno di protesta sotto il porticato della Posta centrale o nel partecipare all’Eucarestia in catene nella piazzetta antistante la casa del Beato Pino Puglisi per bloccare il rimpatrio forzato di un fratello africano che aveva accolto.

Per amare occorre desiderare ciò che l’altro desidera, occorre decentrarsi per promuovere l’altro sino ad annullarsi, prendendo sulle proprie spalle il peso della vita altrui. Ecco ciò che ha fatto fratel Biagio, si è annullato per amore e ha dimostrato, con il suo sorriso solare e illuminante, che ciò non impoverisce affatto ma produce pienezza di vita e gioia.

Sta qui la logica povera e liberante delle prime comunità cristiane: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35) a imitazione del Signore Gesù che svuotò se stesso (cfr. Filippesi 2,7) per prendere la nostra natura umana.

Tornando alla domanda iniziale, allora, ci chiediamo: che cos’è la santità? Un elemento di separazione? E un confine lui poteva porlo perché era santo e noi no perché siamo peccatori?

In realtà, appena usciti dalla sua stanza, mentre ci asciugavamo le lacrime, le forze dell’ordine ci hanno spinto ai bordi della strada sterrata che occorre percorrere per arrivare alla sede della Missione. Dovevano entrare le autorità, in alta uniforme e con le telecamere dei giornalisti che fungevano da apripista. Ma questa è un’altra storia: quella che si ripete da secoli e che sposta ai margini coloro che si incontra, quella che il Vangelo e fratel Biagio hanno sempre stigmatizzato…