Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2023
Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Isaia 1, 17)

Congiuntamente preparati e pubblicati da Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese

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INDICE

  • Introduzione teologico-pastorale
  • Celebrazione ecumenica della Parola di Dio

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  • Letture bibliche, commenti e preghiere per ogni giorno della Settimana

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La data tradizionale per la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nell’emisfero nord, va dal 18 al 25 gennaio, data proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo; assume quindi un significato simbolico. Nell’emisfero sud, in cui gennaio è periodo di vacanza, le chiese celebrano la Settimana di preghiera in altre date.

TESTO BIBLICO PER IL 2023

Isaia 1,12-18
Quando venite a rendermi culto chi vi ha chiesto tutte queste cose e la confusione che fate nel mio santuario? Le vostre offerte sono inutili. L’incenso che bruciate mi dà nausea. Non posso sopportare le feste della nuova luna, le assemblee e il giorno di sabato, perché sono accompagnati dai vostri peccati. Mi ripugnano le vostre feste della luna nuova e le vostre celebrazioni: per me sono un peso e non riesco più a sopportarle. Quando alzate le mani per la preghiera, io guardo altrove. Anche se fate preghiere che durano a lungo io non le ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, basta con i vostri crimini. È ora di smetterla di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove. Ma sia ben chiaro – dice il Signore – anche se per i vostri peccati siete rossi come il fuoco, vi farò diventare bianchi come la neve e puri come la lana. Parola del Signore.

INTRODUZIONE TEOLOGICO-PASTORALE

Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Isaia 1, 17)

Isaia visse e profetizzò nel regno di Giuda durante l’VIII secolo a.C. e fu contemporaneo di Amos, Michea e Osea, in un periodo di grande prosperità economica e stabilità politica, sia per Israele che per Giuda, a motivo del declino delle due “superpotenze” dell’epoca: l’Egitto e l’Assiria. Tuttavia, era anche un periodo in cui in entrambi i regni dilagavano l’ingiustizia, la disparità e le disuguaglianze. Era anche un’epoca in cui la religione prosperava, come espressione rituale e formale della fede in Dio, incentrandosi sulle offerte e sui sacrifici del Tempio; questa religione formale e rituale era presieduta dai sacerdoti, che erano anche i beneficiari della generosità dei ricchi e dei potenti. A motivo della vicinanza e delle relazioni intercorrenti tra il Palazzo reale e il Tempio, il re e i sacerdoti esercitavano maggiore influenza e detenevano il potere, senza tuttavia, nella maggior parte dei casi, preoccuparsi per quanti soffrivano ingiustizie ed oppressione, secondo una visione del mondo – propria dell’epoca ma ricorrente anche al giorno d’oggi – per cui i ricchi e i largitori di congrue offerte erano considerati buoni e benedetti da Dio, mentre coloro che erano poveri e non potevano offrire sacrifici erano ritenuti malvagi e maledetti da Dio. I poveri venivano spesso denigrati per la loro indigenza economica, che non permetteva di partecipare pienamente al culto del Tempio.

In tale contesto, le parole di Isaia tentavano di risvegliare la coscienza del popolo di Giuda alla realtà in cui si trovava, mostrando come quel tipo di religiosità non fosse una benedizione ma, al contrario, una ferita aperta e un sacrilegio davanti all’Onnipotente. L’ingiustizia e la disuguaglianza avevano portato a divisioni e discordie; il profeta denunciava le strutture politiche, sociali e religiose e l’ipocrisia nell’offrire sacrifici a Dio mentre si opprimevano i poveri. Isaia si pronunciava vigorosamente contro i capi corrotti e a favore degli svantaggiati, riponendo la giustizia e la rettitudine solo in Dio.

Il Gruppo di lavoro locale, nominato dal Consiglio delle chiese del Minnesota, ha scelto questo versetto del primo capitolo del profeta Isaia come testo di riferimento per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani del 2023: “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove” (Is 1, 17). Isaia insegnava che Dio chiede rettitudine e giustizia da tutti noi, in ogni momento e in tutte le sfere della vita. Il mondo di oggi ripropone, in molti modi, le sfide della divisione che Isaia fronteggiò nella sua predicazione. La giustizia, la rettitudine e l’unità hanno origine dal profondo amore di Dio per ognuno di noi e rispecchiano chi è Dio e come Dio si aspetta che ci comportiamo gli uni con gli altri.

La volontà di Dio di creare una nuova umanità “di ogni nazione, popolo, tribù e lingua” (Ap 7, 9) ci richiama alla pace e all’unità che Egli ha sempre voluto per il creato. Il linguaggio del profeta riguardo la religiosità del tempo è spietato: “Le vostre offerte sono inutili. L’incenso che bruciate mi dà nausea. […] Quando alzate le mani per la preghiera, io guardo altrove” (Is 1, 13-15).

Una volta pronunciate queste condanne sferzanti e identificato ciò che è sbagliato, Isaia suggerisce come rimediare a queste iniquità, e istruisce il popolo di Dio: “Lavatevi, purificatevi, basta con i vostri crimini. È ora di smetterla di fare il male” (Is 1, 16).

Oggi, la divisione e l’oppressione continuano a manifestarsi quando a un singolo gruppo o classe sociale vengono accordati dei privilegi rispetto ad altri. Il peccato di razzismo è evidente in qualsiasi fede o prassi che distingua o elevi una “razza” rispetto ad un’altra; quando accompagnato o sostenuto da squilibri di potere, il pregiudizio razziale va oltre le relazioni individuali e giunge fino alle strutture stesse della società, divenendo un fenomeno sistemico. Il razzismo ha ingiustamente avvantaggiato alcuni, chiese comprese, e aggravato ed escluso altri, semplicemente a motivo del colore della pelle e dell’influenza di associazioni culturali basate sulla percezione della “razza”.

Come le persone religiose così veementemente denunciate dai profeti biblici, anche alcuni cristiani sono stati, o continuano ad essere, complici nel sostenere o perpetuare pregiudizi e oppressione e nel fomentare la divisione. La storia mostra che, invece di riconoscere la dignità di ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio, i cristiani si sono troppo spesso coinvolti in strutture di peccato come la schiavitù, la colonizzazione, la segregazione e l’apartheid, che hanno deprivato gli altri esseri umani della loro dignità, adducendo il falso motivo della razza. È accaduto che anche all’interno delle chiese, i cristiani non abbiano riconosciuto la dignità di tutti i battezzati e abbiano sminuito la dignità dei loro fratelli e delle loro sorelle in Cristo, sulla base di pretestuose differenze razziali.

Ricordiamo le memorabili parole di Martin Luther King Jr: “Dovete affrontare il tragico fatto che quando vi alzate alle undici di domenica mattina […] vi trovate nell’ora più segregata dell’America cristiana”. Questa affermazione evidenzia la connessione tra la disunione dei cristiani e la disunione dell’umanità. Tutte le divisioni affondano le loro radici nel peccato, cioè negli atteggiamenti e nelle azioni che vanno contro l’unità che Dio desidera per tutta la sua creazione. Il razzismo è tragicamente parte del peccato che ha diviso i cristiani gli uni dagli altri, ha fatto sì che i cristiani pregassero in momenti separati, in edifici separati e in alcuni casi ha portato le comunità cristiane a dividersi.

Tristemente, non è cambiato molto dai tempi della dichiarazione di Martin Luther King Jr. Le 11.00 di mattina – come simbolo del momento più comune per il culto domenicale – spesso non manifesta l’unità dei cristiani, ma piuttosto la loro divisione, su direttrici razziali e sociali, oltre che confessionali. Come proclamava Isaia, questa ipocrisia tra gli uomini di fede è un’offesa davanti a Dio: “Anche se fate preghiere che durano a lungo io non le ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue” (Is 1, 15).

Imparate a fare il bene

Nella pericope biblica scelta quale tema per la Settimana di preghiera per l’unità, il profeta Isaia ci mostra come curare questi mali. Imparare a fare il bene richiede la decisione di impegnarsi in un esame di coscienza. La Settimana di preghiera è il momento più adatto perché i cristiani riconoscano che le divisioni tra le chiese e le confessioni non sono poi tanto diverse dalle divisioni all’interno della più ampia famiglia umana. Pregare insieme per l’unità dei cristiani ci permette di riflettere su ciò che ci unisce e di impegnarci a combattere l’oppressione e la divisione della famiglia umana.

Il profeta Michea sottolinea che Dio ci ha detto ciò che è bene e che cosa vuole da noi: “Praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio” (Mic 6, 8). Agire con giustizia significa avere rispetto per tutte le persone. La giustizia richiede un trattamento veramente equo per superare le condizioni sfavorevoli, sviluppatesi nella storia, a motivo della “razza”, del genere, della religione e del livello socio-economico.

Vivere con umiltà davanti a Dio richiede pentimento, ammenda e infine riconciliazione. Dio si aspetta da noi che, uniti, condividiamo la responsabilità per l’uguaglianza tra tutti i suoi figli e le sue figlie. L’unità dei cristiani dovrebbe essere segno e pegno dell’unità riconciliata dell’intera creazione. Al contrario, la divisione tra cristiani indebolisce la forza di quel segno, e finisce per acuire la divisione piuttosto che portare guarigione alle ferite e alla vulnerabilità del mondo che è, invece, la missione della Chiesa.

Cercate la giustizia

L’invito di Isaia rivolto a Giuda a ricercare la giustizia (cfr Is 1, 17) implica il riconoscimento dell’ingiustizia e dell’oppressione che segnavano la loro società. Egli implora il popolo di Giuda di rovesciare questo status quo. Ricercare la giustizia richiede di affrontare coloro che infliggono il male agli altri: non è un compito facile e a volte porterà al conflitto, ma Gesù ci assicura che difendere la giustizia di fronte all’oppressione è la strada per il Regno dei cieli: “Beati quelli che sono perseguitati perché fanno la volontà di Dio: Dio dona loro il suo regno” (Mt 5, 10).

In molte parti del mondo le chiese devono ammettere che si sono conformate alle norme sociali e sono rimaste in silenzio, a volte addirittura complici dell’ingiustizia razziale. Il pregiudizio razziale è stato una delle cause di divisioni tra i cristiani che ha lacerato il Corpo di Cristo. Nel corso dei secoli, ideologie nocive, come quella della supremazia bianca e la “dottrina della scoperta” , hanno significato un grave danno, particolarmente nell’America del Nord, e nelle terre colonizzate dalle potenze europee dei bianchi per secoli. Come cristiani dobbiamo essere disposti a porre fine ai sistemi di oppressione e a difendere la giustizia.

Proprio mentre il Gruppo locale del Minnesota preparava il testo del presente sussidio, abbiamo assistito a devastazioni e varie forme di oppressione in tutto il mondo. In molte regioni, soprattutto nel Sud del mondo, questa sofferenza è stata notevolmente amplificata dalla pandemia di Covid19, a causa della quale è stato spesso impossibile garantire anche la semplice sussistenza di base per molti, e durante la quale forme concrete di assistenza sono drammaticamente mancate. L’autore del Qoelet sembra parlare dell’esperienza attuale: “Ho riflettuto anche su tutte le ingiustizie che si compiono in questo mondo. Gli oppressi piangono e invocano aiuto, ma nessuno li consola, nessuno li libera dalla violenza dei loro oppressori” (Qo 4, 1).

L’oppressione è nefasta per l’intera razza umana; non ci può essere unità senza giustizia. Mentre preghiamo per l’unità dei cristiani, dobbiamo riconoscere l’oppressione, sia attuale che generazionale, ed essere risoluti nel nostro impegno a pentirci di questo peccato. Possiamo far nostra l’intimazione di Isaia: “Lavatevi, purificatevi” perché “le vostre mani sono piene di sangue” (Is 1, 16.15).

Aiutate gli oppressi

La Bibbia ci dice che non possiamo separare il nostro rapporto con Cristo dal nostro atteggiamento verso tutto il popolo di Dio, in particolare verso quelli considerati “più piccoli” (Mt 25, 40). Il nostro impegno reciproco ci richiede di coinvolgerci nella Mishpat, termine ebraico che indica la giustizia riparativa, sostenendo coloro le cui voci non sono state ascoltate, smantellando le strutture che creano e sostengono l’ingiustizia e costruendone altre che promuovano e assicurino che tutti ricevano un trattamento equo e siano rispettati nei diritti a loro dovuti. Questo impegno deve estendersi oltre gli amici, la famiglia e la comunità di appartenenza, e raggiungere ogni essere umano. I cristiani sono chiamati ad uscire e ascoltare le grida di tutti coloro che soffrono, per comprenderli meglio e rispondere alle loro storie di sofferenza e ai loro traumi.

Martin Luther King Jr. ha spesso affermato che “una rivolta è, in fondo, il linguaggio di chi non viene ascoltato”; quando sorgono proteste e disordini civili, è spesso perché le voci dei manifestanti non sono state ascoltate. Se le chiese uniscono le loro voci a quelle degli oppressi, il loro grido di giustizia e di liberazione sarà amplificato. Quando ci amiamo e ci prestiamo aiuto gli uni gli altri, serviamo e amiamo Dio e il nostro prossimo.

Proteggete gli orfani e difendete le vedove

Vedove e orfani occupano un posto speciale nella Bibbia ebraica, accanto agli stranieri, in quanto rappresentativi dei soggetti più vulnerabili della società. Nella situazione di prosperità economica del regno di Giuda al tempo di Isaia, la condizione degli orfani e delle vedove era disperata, in quanto erano privati di ogni protezione e del diritto di possedere la terra, che significava la possibilità di provvedere a se stessi. Il profeta, rallegrandosi della prosperità della comunità, invita a non trascurare di difendere e nutrire i più poveri e vulnerabili tra loro. Questa chiamata profetica riecheggia anche oggi e ci spinge a chiederci: chi sono le persone più vulnerabili nella nostra società? Quali sono le voci che non vengono ascoltate nelle nostre comunità? Chi non è rappresentato nei nostri incontri? Perché? Quali chiese e comunità mancano nei nostri dialoghi, nella nostra azione comune e nella nostra preghiera per l’unità dei cristiani? Mentre siamo radunati insieme in preghiera in questa Settimana per l’unità, che cosa siamo disposti a fare in favore di chi non ha voce?

Conclusione

Isaia, ai suoi tempi, sfidò il popolo di Dio a imparare a fare il bene insieme; a cercare insieme la giustizia, ad aiutare insieme gli oppressi, a proteggere gli orfani e difendere le vedove insieme. La sfida del profeta si applica anche a noi oggi: come possiamo vivere la nostra unità di cristiani per affrontare i mali e le ingiustizie del nostro tempo? Come possiamo impegnarci nel dialogo e crescere nella reciproca consapevolezza, comprensione e condivisione delle esperienze vissute? La nostra preghiera e il nostro incontrarci con il cuore hanno il potere di trasformarci, come individui e come comunità. Apriamoci alla presenza di Dio in ogni nostro incontro, mentre chiediamo la grazia di essere trasformati, di smantellare i sistemi di oppressione e di guarire dal peccato del razzismo. Insieme, impegniamoci nella lotta per la giustizia nella nostra società. Tutti noi apparteniamo a Cristo.

CELEBRAZIONE ECUMENICA DELLA PAROLA DI DIO
Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Isaia 1, 17)

Introduzione

L’acqua è vita e le pietre rappresentano la sacralità del terreno su cui molte generazioni si sono radicate. Tutta la creazione è animata dallo Spirito di Dio, quindi siamo tutti in relazione. Durante la celebrazione ecumenica saranno utilizzati due simboli: l’acqua, che rappresenta il battesimo e la nuova vita, e le pietre, che rappresentano la nostra storia personale, a partire dai nostri avi.

Dopo i riti introduttori, l’assemblea rimarrà in silenzio, ponendosi in atteggiamento di ascolto. Seguirà un momento di confessione di peccato e di richiesta di perdono guidati dal testo di Isaia (Is 1, 12-18), che ispira l’intera Settimana, e che sarà inserito nel testo della confessione stessa. Durante questo atto penitenziale, quando verranno letti i versetti 16 e 17, il celebrante verserà una brocca d’acqua nel fonte battesimale (o in una bacinella preparata precedentemente). È importante che questo breve rito avvenga solennemente, che sia visibile e udibile da tutti, in modo che tutti possano meditare sul significato di ciò che viene detto e simbolicamente richiamato. Alla confessione di peccato e alla richiesta di perdono seguirà una preghiera, un canto e la liturgia della Parola.

A partire dal testo di Isaia, l’omelia o il sermone dovranno richiamare il rapporto tra l’unità dei cristiani e l’ingiustizia razziale, nella sua dimensione individuale, sistemica e istituzionale. L’emarginazione delle persone a motivo della loro “razza”, cultura o lingua lacera il tessuto della comunità umana ed è causa di disunione all’interno della comunità cristiana. L’unità dei cristiani deve essere forte e visibile per mostrare come il medesimo Spirito, ricevuto nel battesimo, crei l’unità nella diversità della creazione di Dio e ne costituisca il piano originario per l’unità dell’umanità. L’omelia dovrebbe parimenti introdurre al successivo rito simbolico durante la condivisione di alcune testimonianze.

Ogni partecipante dovrà ricevere, all’arrivo, una piccola pietra. Le comunità che programmano la celebrazione ecumenica dovrebbero individuare ed invitare due o tre persone a raccontare storie di ingiustizia razziale patite, sottolineando come l’unità dei cristiani possa svolgere un ruolo chiave nel superarle. Le persone invitate a dare la testimonianza, al termine del loro racconto, porranno la propria pietra ai piedi della croce, o accenderanno una candela, simbolo di Cristo Pietra angolare e Luce. Questo rito dovrebbe durare, complessivamente, circa 15 minuti, ma al termine del rito il celebrante inviterà i fedeli a continuare la condivisione delle proprie storie anche dopo la celebrazione.

La celebrazione ecumenica si concluderà con le preghiere di intercessione, la recita insieme del Padre Nostro, la benedizione finale e il congedo.

Celebrazione ecumenica

C Celebrante L Lettore T Tutti

I. INVITO ALLA PREGHIERA

Canto d’ingresso

Indirizzo di benvenuto

C Sorelle e fratelli, siamo qui riuniti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Nell’acqua del battesimo, siamo diventati membra del Corpo di Cristo, eppure, con i nostri peccati, ci siamo reciprocamente inflitti sofferenza e ferite. Non siamo riusciti a fare il bene. Non abbiamo perseguito la giustizia di fronte a pesantissime oppressioni, né abbiamo ascoltato il comandamento di Dio di prenderci cura della vedova e dell’orfano (cfr Is 1, 17).
Mentre siamo qui riuniti, riflettiamo sulle nostre azioni e sulle nostre omissioni; impariamo a fare il bene e a cercare la giustizia. Abbiamo bisogno della grazia di Dio per superare le nostre divisioni e sradicare i sistemi e le strutture che hanno contribuito a separare le nostre comunità. Ci riuniamo in preghiera per rafforzare l’unità che condividiamo in quanto cristiani per “aprire i nostri cuori, affinché possiamo riconoscere con coraggio la ricchezza dell’inclusione e i tesori della diversità tra di noi. Preghiamo con fede”.

II. CONFESSIONE DI PECCATO
E RICHIESTA DI PERDONO

Confessione di peccato e richiesta di perdono alla luce di Isaia 1, 12-18

C Confessiamo i nostri peccati con le parole del profeta Isaia.

L1 “Quando venite a rendermi culto chi vi ha chiesto tutte queste cose e la confusione che fate nel mio santuario? Le vostre offerte sono inutili. L’incenso che bruciate mi dà nausea” (Is 1, 12-13a).

T Perdonaci, o Signore, per tutte le volte in cui ci incamminiamo per pregare senza aver fatto un cammino di umiltà davanti a te.

Pausa di silenzio

L2 “Non posso sopportare le feste della nuova luna, le assemblee e il giorno di sabato, perché sono accompagnati dai vostri peccati. Mi ripugnano le vostre feste della luna nuova e le vostre celebrazioni: per me sono un peso e non riesco più a sopportarle” (Is 1, 13b-14).

T Chiediamo perdono per la complicità delle chiese nella piaga del colonialismo patito in ogni parte del mondo.

Pausa di silenzio

L3 “Quando alzate le mani per la preghiera, io guardo altrove. Anche se fate preghiere che durano a lungo io non le ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue” (Is 1, 15).

T Chiediamo perdono per i nostri peccati di ingiustizia e di oppressione che soffocano l’armonica diversità della tua creazione.

Pausa di silenzio

Al fonte battesimale, durante la lettura, il celebrante versa lentamente l’acqua da una brocca nel fonte (o in una bacinella preparata per l’occasione).

L4 “Lavatevi, purificatevi, basta con i vostri crimini. È ora di smetterla di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove” (Is 1, 16-17).

T Poiché siamo stati purificati nelle acque del battesimo, donaci nuovamente il tuo perdono e riconciliaci tra noi e con la creazione.

Pausa di silenzio

L5 “Ma sia ben chiaro – dice il Signore – anche se per i vostri peccati siete rossi come il fuoco, vi farò diventare bianchi come la neve e puri come la lana” (Is 1, 18).

C O Signore, nella tua misericordia, liberaci dai peccati così che possiamo operare con giustizia, amare il bene e vivere umilmente davanti a te o Dio.

Pausa di silenzio

C Dio Onnipotente ascolta le nostre preghiere, abbi misericordia di noi e perdona i nostri peccati.

T Rendiamo grazie a Dio.

Preghiera

C Dio di tutti, ti rendiamo grazie, con tutto il nostro cuore e la nostra anima di questo momento in cui possiamo chiederti perdono e confessare i nostri peccati di ingiustizia e di divisione. Insieme ci presentiamo a te, come famiglia santa, unita nella bellezza della diversità della tua creazione: alcuni di noi sono discendenti di popoli indigeni, altri sono discendenti di schiavi, altri ancora di schiavisti; alcuni di noi sono migranti, altri rifugiati, ma tutti noi siamo membra dell’unico Corpo di Cristo.
Ti lodiamo perché, nelle acque vive del battesimo, i nostri peccati, “rossi come il fuoco” (Is 1, 18), sono stati cancellati, noi siamo stati guariti, e siamo entrati a far parte della comunità d’amore, la famiglia di Dio.
Ti offriamo il nostro grazie e la nostra lode, o Dio nostro Creatore. Procedendo insieme, ci apriamo col cuore e lo sguardo alla comprensione e alla crescita nella saggezza sacra, condivisa e trasmessa dai popoli. Aiutaci ad abbracciare l’unità gli uni con gli altri e ricordaci che siamo un’unica famiglia riunita dal tuo Santo Spirito, insieme a tutta la tua creazione.

T Amen.

Canto

III. PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA DEL SIGNORE

Prima Lettura:
Lettera di San Paolo apostolo agli Efesini 2, 13-22

Salmo 42 (41)
Come la cerva assetata cerca un corso d’acqua, anch’io vado in cerca di te, di te mio Dio.
Di te ho sete, o Dio, Dio vivente: quando potrò venire e stare alla tua presenza?

T Spera in Dio! Tornerò a lodarlo!

Le lacrime sono il mio pane, di giorno e di notte, mentre tutti continuano a dirmi: ‘Dov’è il tuo Dio?’. Torna il ricordo e mi sento venir meno: camminavo verso il tempio, la casa di Dio, tra i canti di una folla esultante e festosa.

T Spera in Dio! Tornerò a lodarlo!

Perché sei così triste, così abbattuta, anima mia? Spera in Dio! Tornerò a lodarlo, lui, mia salvezza e mio Dio. Sono abbattuto, ma anche da lontano mi ricordo di te […].

T Spera in Dio! Tornerò a lodarlo!

Di giorno, mandi il Signore la sua misericordia; di notte, canto la mia lode al Dio che mi dà vita. Dirò al Signore: Mia roccia, perché mi hai dimenticato? perché cammino così triste, oppresso dal nemico?

T Spera in Dio! Tornerò a lodarlo!

Ho le ossa a pezzi, mi coprono di insulti, continuano a dirmi: ‘Dov’è il tuo Dio?’. Perché sei così triste, così abbattuta, anima mia?

T Spera in Dio! Tornerò a lodarlo!

Seconda Lettura:
Vangelo secondo Matteo 25, 31-40

Canto

Omelia/Sermone

Segue un momento di silenzio o un canto.

IV. CONDIVISIONE DI ALCUNE TESTIMONIANZE

Pietre e Testimonianze

Si fanno avanti i due o tre fedeli incaricati di dare la loro testimonianza

C Ascoltiamo alcune storie. Come pietre vive, daremo testimonianza alle storie che saranno narrate. Ogni storia è una pietra che edifica il Corpo di Cristo. Le nostre storie si intrecciano con la storia di Cristo, Pietra angolare della nostra unità di cristiani. Dio ci ha creati per vivere in comunione e per questo motivo le nostre storie sono intimamente legate. Mentre le ascoltiamo, riflettiamo insieme, tenendo in mano la pietra che ci è stata data all’inizio della celebrazione.

I fedeli preposti condividono la propria testimonianza. Dopo ogni storia, i fedeli rispondono insieme:

T Mi impegno a rispondere alla chiamata del profeta Isaia a “imparare a fare il bene e cercare la giustizia”.

Canto

V. PREGHIERE DI INTERCESSIONE E PADRE NOSTRO

C Con fede e fiducia, ci poniamo in preghiera davanti a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio Creatore, oggi patiamo le conseguenze di azioni che hanno reso la vita insostenibile per alcuni e sovrabbondante per altri. Insegnaci ad usare le risorse che ci hai dato in modo responsabile, a beneficio di tutti e rispettando la tua creazione, che geme e grida.

T Istruiscici e additaci la via.

C Dio compassionevole, aiutaci a riparare il male che ci siamo inflitti reciprocamente e a guarire le divisioni che abbiamo fomentato nel tuo popolo. Come Cristo Gesù ha inviato il suo Spirito sui discepoli per dare vita alla comunità della nuova creazione, donaci la tua grazia per guarire le nostre divisioni ed elargisci il dono dell’unità per la quale Gesù ha pregato.

T Istruiscici e additaci la via.

C Cristo, Via, Verità e Vita, con il bene da te operato durante il tuo ministero terreno hai incarnato la giustizia, abbattendo i muri che ci separano e i pregiudizi che ci imprigionano. Apri il nostro cuore e la nostra mente affinché riconosciamo che, sebbene molti, in te siamo uno.

T Istruiscici e additaci la via.

C Spirito Santo, Tu continuamente rinnovi la faccia della terra. Le vette dei monti, il tuono del cielo, la quiete dei laghi ci parlano,

T Perché siamo tutti in relazione.

C Il brillio delle stelle, la freschezza del mattino, le gocce di rugiada sui fiori ci parlano,

T Perché siamo tutti in relazione.

C Le voci dei poveri, degli oppressi e degli emarginati ci parlano,

T Perché siamo tutti in relazione.

Padre Nostro

C Ma, soprattutto, il nostro cuore si eleva a te proclamando: “Abbà, Padre” e per questo diciamo insieme:

T Padre Nostro…

VI. BENEDIZIONE E CONGEDO

C Dio eterno, guarda il volto di questi tuoi fedeli riuniti in una santa comunità e inviali ovunque tu voglia. Incoraggiali con il tuo Spirito Santo a continuare a raccontare le loro storie, e, con il loro operato, a fare il bene e a cercare la giustizia per amore della tua creazione. Sostienili affinché siano una cosa sola, perché il mondo creda che Tu hai mandato il tuo unico Figlio Gesù per donare al mondo la vita.

Invio in missione

C Il Signore vi benedica e vi custodisca; Il Signore faccia risplendere il suo Volto su di voi e vi sia propizio. Il Signore volga su di voi il suo Volto e vi dia pace.

T Amen.

Canto


LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA


PRIMO GIORNO
Imparare a fare la cosa giusta

Letture

Isaia 1, 12-18
Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove

Luca 10, 25-36
Chiese a Gesù: “Ma chi è il mio prossimo?”

Commento

Dio – dice il profeta Isaia – vuole che Giuda non solo pratichi la giustizia, ma anche che accolga il precetto di fare sempre ciò che è giusto. Dio non vuole soltanto che ci prendiamo cura degli orfani e delle vedove, ma vuole che facciamo ciò che è giusto e buono per loro e per chiunque sia emarginato dalla società.
La parola ebraica che traduce il concetto di “bene” è Yaw-tab’ e significa essere felici, gioiosi, amabili, fare del bene, fare qualcosa di bello.
Essere cristiani significa essere discepoli. Tutti i cristiani si pongono in ascolto della Parola di Dio, imparando insieme che cosa significhi fare il bene e quali siano le persone che necessitano solidarietà. Via via che la società diventa indifferente ai bisogni degli altri, noi, come figli di Dio, dobbiamo imparare a sposare la causa dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che sono oppressi, dicendo come stanno le cose anche davanti al potere costituito e, se necessario, perorando la loro causa in modo che possano vivere nella pace e nella giustizia. Se agiamo così, faremo sempre la cosa giusta!
Il nostro impegno per sradicare il peccato di razzismo e guarirne, esige prontezza e disponibilità ad essere in relazione con le nostre sorelle e i nostri fratelli cristiani.

Unità dei cristiani

Un maestro della legge chiese a Gesù: “Ma chi è il mio prossimo?”. La risposta di Gesù ci sprona a vedere oltre le divisioni di religione, tribù e nazionalità per riconoscere il prossimo nel bisogno. Anche noi cristiani dobbiamo guardare oltre queste divisioni e le divisioni all’interno della famiglia cristiana per riconoscere e amare i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo.

Chiediamoci… Chi sono gli emarginati o gli oppressi nella nostra società? In quale modo le chiese, insieme, possono camminare con questi fratelli e sorelle, rispondere alle loro necessità e parlare in loro nome?

Preghiera

Signore, Tu che hai chiamato il tuo popolo dalla schiavitù alla libertà, donaci la forza e il coraggio di scorgere coloro che hanno bisogno di giustizia. Fa’ che vediamo le loro necessità e che possiamo prestare loro aiuto, e, per la potenza del tuo Santo Spirito, radunaci nell’unico gregge di cui Gesù Cristo è il Pastore. Amen.

SECONDO GIORNO
Quando è fatta giustizia

Letture

Proverbi 21, 13-15
Il giusto si rallegra quando è fatta giustizia, mentre i malfattori sono presi da paura

Matteo 23, 23-25
La giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste sono le cose da fare

Commento

Fin dalle prime pagine, il Libro dei Proverbi si propone di istruire sapientemente a “vivere in modo intelligente, a essere giusti, onesti e leali” (Prv 1, 3). In tutti i suoi oracoli di saggezza, la chiamata ad agire in modo equo e a perseguire la giustizia è un ritornello costante, incessantemente trasmesso e affermato come più gradito a Dio del sacrificio.
L’autore ci dona una perla di saggezza quando testimonia che, mentre i giusti gioiscono quando viene perseguita la giustizia, questa, invece, sconvolge gli operatori di iniquità. I cristiani, nonostante le loro separazioni, dovrebbero essere uniti nella gioia quando trionfa la giustizia, e pronti a schierarsi insieme quando la stessa giustizia richiede di opporsi al male.
Quando adempiamo al comando del Signore e perseguiamo la giustizia, dobbiamo essere pronti ad affrontare un vortice di resistenze e opposizione al nostro tentativo di operare in favore dei più vulnerabili. Coloro che traggono benefici dai sistemi e dalle strutture sostenute dalla supremazia bianca e da altre ideologie oppressive, come il sistema delle caste e il patriarcato, cercheranno di ritardare il conseguimento della giustizia e addirittura di negarla, spesso ricorrendo alla violenza.
Ma cercare la giustizia significa colpire al cuore il potere, facendo spazio alla retta sapienza di Dio che da sempre ordina al bene, in un mondo troppo spesso insensibile alla sofferenza.
Eppure, c’è gioia nel fare ciò che è giusto. C’è gioia nell’affermare che Black Lives Matter, nella ricerca della giustizia per quanti, sebbene oppressi, dominati e sfruttati in questo mondo, sono amati da Dio. C’è gioia nel cercare la riconciliazione con gli altri cristiani così che possiamo servire meglio l’annuncio del Regno. Manifestiamo questa gioia condividendo la nostra esperienza della presenza di Dio nella comunità, in quegli spazi visibili e invisibili in cui Dio cammina con noi verso la guarigione, la riconciliazione e l’unità in Cristo.

Unità dei cristiani

I capi religiosi a cui Gesù si rivolge nel brano evangelico si sono adattati e convivono senza problema con le ingiustizie del mondo. Sono appagati dallo svolgere compiti religiosi come la raccolta della decima sulla menta, l’aneto e il cumino, ma trascurano le esigenze più onerose e pressanti della giustizia, della misericordia e della fedeltà.
Allo stesso modo noi cristiani ci siamo abituati e accomodati sulle divisioni che esistono tra di noi. Siamo fedeli in gran parte della nostra osservanza religiosa, ma spesso trascuriamo il desiderio del Signore che tutti i suoi discepoli siano una cosa sola, perché troppo impegnativo per noi.

Chiediamoci… Come possono le congregazioni e comunità locali sostenersi a vicenda per fronteggiare le resistenze che possono derivare dal promuovere la giustizia?

Preghiera

Dio, Tu sei la fonte della sapienza: ti preghiamo di donarci la saggezza e il coraggio di operare per la giustizia, di riparare ciò che è sbagliato nel mondo rendendolo giusto con le nostre azioni. Ti preghiamo per la saggezza e il coraggio di crescere nell’unità del tuo Figlio, Gesù Cristo, che con te e con lo Spirito Santo, regna nei secoli dei secoli. Amen.

TERZO GIORNO
Agisci con giustizia, ama la misericordia, vivi con umiltà

Letture

Michea 6, 6-8
Il Signore ha insegnato […] quel che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio

Marco 10, 17-31
Maestro buono, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?

Commento

Noi, non io. Il profeta mette in guardia il popolo su che cosa realmente significhi la fedeltà all’alleanza di Dio: “Il Signore ha insegnato […] quel che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio” (Mic 6, 8).
Nell’ebraico biblico la giustizia e la misericordia non si differenziano e non si oppongono l’una all’altra; al contrario, sono saldate ed espresse con un unico termine: Mishpat. Dio ci ha mostrato il bene, e ci chiede di perseguire la giustizia con amorevole benignità, vivendo con umiltà.
Camminare umilmente con Dio significa camminare accanto agli altri e quindi non è semplicemente un atto individuale, non è il mio cammino, il mio amore. L’amore cui Dio ci invita è sempre un amore che ci raccoglie in comunione: noi, non io. Questa prospettiva rende molto diverso il modo in cui “pratichiamo la giustizia”.
Come cristiani agiamo secondo giustizia per testimoniare il Regno di Dio in questo mondo, e dunque per invitare gli altri a dimorare nella bontà amorevole di Dio. Nel Regno di Dio tutti siamo amati in egual modo, come figli di Dio, e come Chiesa di Dio siamo chiamati ad amarci reciprocamente, fratelli e sorelle, e ad invitare gli altri nel dinamismo di questo Amore.
L’esortazione a praticare la giustizia, amare il bene e vivere con umiltà con il nostro Dio, è anche un’esortazione, rivolta ai cristiani, ad agire insieme per offrire una testimonianza al Regno di Dio che veda le nostre comunità unite: noi, non io.

Unità dei cristiani

“Vivere in umiltà” era un passo troppo impegnativo per il giovane ricco che chiese a Gesù che cosa dovesse fare per ereditare la vita eterna. Fin dalla sua giovinezza aveva obbedito a tutti i comandamenti, ma non fu in grado di fare quell’ulteriore decisivo passo per unirsi ai discepoli di Gesù, a motivo della sua ricchezza; fu trattenuto dai suoi beni.
Come è difficile per noi cristiani lasciare ciò che percepiamo come ricchezza, ma che ci trattiene dal raggiungere il più prezioso bene che è l’adesione al discepolato di Gesù come cristiani uniti!

Chiediamoci… Come possono le nostre chiese rispondere meglio alle necessità del nostro prossimo più vulnerabile? Come possiamo ascoltare con rispetto ogni voce nelle nostre comunità?

Preghiera

Dio misericordioso e amorevole, allarga il nostro orizzonte, in modo che possiamo comprendere la missione che condividiamo con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo, per mostrare la giustizia e l’amorevole bontà del tuo Regno. Aiutaci ad accogliere i nostri vicini come tuo Figlio ci ha accolto. Aiutaci ad essere più generosi nel testimoniare la grazia che Tu ci doni gratuitamente. Per Cristo Nostro Signore. Amen.

QUARTO GIORNO
Guardare le lacrime degli oppressi

Letture

Qoelet 4, 1-5
Ho riflettuto anche su tutte le ingiustizie che si compiono in questo mondo. Gli oppressi piangono e invocano aiuto, ma nessuno li consola, nessuno li libera dalla violenza dei loro oppressori.

Matteo 5, 1-8
Beati quelli che sono nella tristezza: Dio li consolerà

Commento

“Gli oppressi piangono” (Qo 4, 1). Si può immaginare che lo scrittore abbia già assistito ad atrocità come questa con nauseante regolarità. Ma forse questa è la prima volta che l’autore guarda veramente le lacrime degli oppressi, la prima volta che è davvero pienamente compreso del loro dolore e del loro assoggettamento.
Benché ci sia molto di cui dolersi, in un nuovo sguardo e in una nuova visione, è contenuto un seme di speranza: forse questa volta tale testimonianza porterà al cambiamento, farà la differenza.
Una giovane donna fu capace di guardare e vide le lacrime degli oppressi. Nel maggio del 2020, il video dell’omicidio di George Floyd da lei registrato sul cellulare e condiviso, è stato visto in tutto il mondo e ha suscitato una legittima indignazione, mentre le persone assistevano, e finalmente conoscevano, ciò che gli afro-americani hanno vissuto per secoli: una indebita sottomissione da parte di sistemi oppressivi, perpetrata davanti a spettatori ciechi, accecati dai loro privilegi.
Il riconoscimento di questa dolorosa realtà ha portato, a livello globale, a manifestazioni di solidarietà, sia sotto forma di preghiera che di protesta per la giustizia.
L’evoluzione dal semplice vedere al guardare e comprendere incoraggia noi che siamo chiamati ad agire nel mondo: Dio può rimuovere la patina dai nostri occhi affinché possiamo testimoniare la realtà delle cose in modo nuovo e liberante. Via via che questa patina cade, lo Spirito Santo dona luce e forza per rispondere in modo nuovo, senza restrizioni.
Una risposta nuova che le chiese e le comunità cristiane hanno dato è stata quella di porre una tenda di preghiera nella George Floyd Square, il luogo del suo omicidio. In tal modo, queste chiese e comunità hanno mostrato di essere unite nel portare conforto a coloro che piangevano ed erano oppressi.

Unità dei cristiani

Il brano della Beatitudini del Vangelo di Matteo ha inizio con Gesù che guarda la folla, e in essa deve aver scorto gli operatori di pace, i poveri in spirito, i puri di cuore, gli uomini e le donne che piangevano e quelli che avevano fame di giustizia. Nelle Beatitudini Gesù non solo chiama per nome le sofferenze delle persone, ma indica con un nome ciò che saranno: figli di Dio ed eredi del Regno dei cieli.
Come cristiani siamo chiamati a guardare la giusta battaglia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in Cristo.

Chiediamoci… In quale modo vi siete lasciati coinvolgere con gli altri cristiani nella lotta all’oppressione nel vostro quartiere? In quale modo le chiese del vostro quartiere possono operare insieme in solidarietà con coloro che patiscono l’oppressione?

Preghiera

Dio di giustizia e di grazia, rimuovi la patina dai nostri occhi in modo che possiamo veramente guardare l’oppressione intorno a noi. Ti preghiamo nel nome di Gesù Che vide la folla e ne ebbe compassione. Amen.

QUINTO GIORNO
Cantare il canto del Signore in terra straniera

Letture

Salmo 137 (136), 1-4
Laggiù, dopo averci deportato, ci invitavano a cantare; esigevano canti di gioia i nostri oppressori. Cantate – dicevano – un canto di Sion

Luca 23, 27-31
Donne di Gerusalemme, non piangete per me. Piangete piuttosto per voi e per i vostri figli

Commento

Il lamento del salmista si origina nell’esilio di Giuda in Babilonia, tuttavia, quello dell’esilio è un dolore che si ripercuote nel tempo e sulla cultura. Forse il salmista intendeva gridare al cielo questa sua sofferenza; forse ogni verso è sgorgato tra disperati singhiozzi di dolore; forse questo poema è nato dalla forzosa rassegnazione che può sperimentare solo chi vive nell’ingiustizia e nell’impotenza di poter cambiare la propria condizione.
In qualunque modo sia stato originato, il dolore di questo verso trova risonanza nei cuori di coloro che sono trattati come estranei in terra di esilio o nella loro stessa terra. Il salmo descrive la richiesta esigente dell’oppressore che i deportati sorridano e facciano festa, cantino i canti di un passato “felice”. È una richiesta che, nel corso della storia, le persone emarginate si sono spesso sentite rivolgere. Gli oppressori hanno spesso chiesto che le persone oppresse si esibissero gioiosamente per garantire la propria sopravvivenza. Il loro messaggio è tanto semplice quanto crudele: le tue canzoni, le tue cerimonie, la tua identità culturale, ciò che ti rende sacrosantamente unico, è consentito solo nella misura in cui serve a noi.
In questo salmo generazioni di oppressi riconoscono la loro voce. Come potremmo cantare il canto del Signore quando siamo stranieri nella nostra terra? Possiamo, perché non cantiamo per i nostri oppressori, ma per lodare Dio. Cantiamo perché non siamo soli, perché Dio non ci ha mai abbandonati. Cantiamo perché siamo circondati da una nube di testimoni che ci incoraggiano a cantare canti di speranza, canti di libertà, canti di liberazione, canti di una patria dove un popolo ritrova se stesso.

Unità dei cristiani

Il Vangelo di Luca narra che molta gente, tra cui molte donne, seguono Gesù anche mentre porta la sua croce al Calvario. Questa sequela è fiducioso discepolato e Gesù ricompensa le fatiche e le sofferenze che dovranno subire nel portare fedelmente la propria croce.
Grazie al movimento ecumenico, i cristiani di oggi condividono inni, preghiere, riflessioni e approfondimenti di varie tradizioni. Li riceviamo gli uni dagli altri come doni scaturiti dalla fede e dal discepolato amorevole, spesso segnato da sofferenze, di cristiani di comunità diverse dalla nostra. Questi doni condivisi sono ricchezze di cui fare tesoro per testimoniare la fede cristiana che ci accomuna.

Chiediamoci… Come possiamo rievocare le storie passate di coloro che hanno vissuto in mezzo a noi e hanno cantato canti di fede, di speranza e di liberazione dalla prigionia?

Preghiera

Dio degli oppressi, apri i nostri occhi affinché vediamo il male che continua ad essere inflitto alle nostre sorelle e ai nostri fratelli in Cristo. Fa’ che il tuo Spirito ci dia il coraggio di cantare all’unisono, e di levare la nostra voce in favore di coloro la cui sofferenza è inascoltata. Te lo chiediamo nel nome di Gesù. Amen.

SESTO GIORNO
Tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli […] lo avete fatto a me!

Letture

Ezechiele 34, 15-20
Cercherò le pecore perdute, ricondurrò nel gregge quelle andate lontano, fascerò quelle ferite, curerò quelle malate

Matteo 25, 31-40
In verità, vi dico: tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!

Commento

Il capitolo 25 del Vangelo di Matteo, ci ricorda che non possiamo separare il nostro amore per Dio dal nostro amore per il prossimo. Amiamo Dio quando nutriamo gli affamati, diamo da bere agli assetati, accogliamo gli stranieri, vestiamo gli ignudi, ci prendiamo cura dei malati e visitiamo i carcerati. Quando ci prendiamo cura e serviamo “uno dei più piccoli” (Mt 25, 40), ci prendiamo cura e serviamo Cristo stesso.
Gli anni 2020 e 2021 hanno posto davanti ai nostri occhi l’immensa sofferenza della famiglia umana, la famiglia di Dio. La pandemia mondiale di Covid-19, insieme alle disparità economiche, educative e ambientali, ha avuto un impatto tale che ci vorranno decenni per riprenderci. Ha reso visibile a livello mondiale la sofferenza individuale e collettiva, ma ha anche riunito i cristiani nell’amore, nell’empatia e nella solidarietà verso gli altri.
In questo contesto, l’omicidio di George Floyd da parte dell’agente di polizia Derek Chauvin in Minnesota, ha portato allo scoperto la continua ingiustizia razziale. Il grido di Floyd “Non riesco a respirare” è stato anche il grido di molti che soffrono sotto il peso sia della pandemia che dell’oppressione del sistema. Dio ci chiama a onorare la sacralità e la dignità di ogni membro della famiglia umana, creata da lui. Essere solleciti, servire e amare gli altri rivela non chi sono gli altri, ma chi siamo noi.
Come cristiani, abbiamo il dovere di essere uniti nella nostra responsabilità di amare e prenderci cura degli altri, poiché noi siamo stati per primi curati e amati da Dio. Solo agendo così potremo davvero vivere la nostra fede mediante le nostre opere a servizio del mondo.

Unità dei cristiani

Il profeta Ezechiele presenta il Signore Dio come un pastore che riconduce il gregge in unità, radunando le pecore che si sono allontanate e fasciando quelle ferite. L’unità è il desiderio del Padre per il suo popolo ed Egli continua a realizzare questa unità, a rendere il gregge uno, attraverso l’azione del suo Santo Spirito. Con la preghiera ci apriamo ad accogliere lo Spirito che ricostituisce l’unità di tutti i battezzati.

Chiediamoci… In che modo “i più piccoli” sono invisibili a te o alla tua chiesa? Come possono le nostre chiese lavorare insieme per prendersi cura e servire “i più piccoli”?

Preghiera

Dio di amore, ti ringraziamo per l’amore infinito con cui ti prendi cura di noi. Fa’ che possiamo elevare il nostro canto di redenzione; allarga il nostro cuore affinché possa ricevere il tuo Amore, ed estendi la tua compassione a tutta la famiglia umana. Ti preghiamo nel nome di Gesù. Amen.

SETTIMO GIORNO
Ciò che accade adesso non deve più ripetersi

Letture

Giobbe 5, 11-16
Dà speranza agli indifesi e fa tacere i malvagi

Luca 1, 46-55
Ha rovesciato dal trono i potenti, ha rialzato da terra gli oppressi

Commento

Giobbe stava vivendo una vita serena quando, inaspettatamente, patì la perdita del suo bestiame e dei suoi servi, e dovette sopportare il devastante dolore provocato dalla morte dei suoi figli e delle sue figlie. Egli soffriva nella mente, nel corpo e nello spirito.
Tutti noi abbiamo sperimentato la sofferenza che si manifesta nella nostra mente, nel nostro corpo, nel nostro spirito ed è una esperienza che può farci allontanare da Dio e dagli altri; può farci perdere la speranza. Eppure, come cristiani, siamo uniti nel professare che Dio è con noi, anche in mezzo alla nostra sofferenza.
L’11 aprile del 2021 in Minnesota, Daunte Wright, un ventenne afro-americano disarmato, è stato colpito a morte da un agente di polizia bianco durante un normale controllo del traffico. Questo incidente si è verificato mentre si stava svolgendo il processo a Derek Chauvin per l’uccisione di George Floyd.
È normale sentirsi senza speranza quando, ancora una volta, ci rendiamo conto che viviamo in una società vulnerata, che non riconosce, non onora e non protegge, come dovrebbe, la dignità e la libertà di tutti gli esseri umani.
Secondo il cattolico padre Bryan Massingale, studioso di giustizia razziale e uno dei maggiori esperti di etica sociale: “La vita sociale è fatta da esseri umani. La società in cui viviamo è il risultato di scelte e decisioni umane. Ciò significa che gli esseri umani possono cambiare le cose. Ciò che gli esseri umani spezzano, dividono e separano, con l’aiuto di Dio possono anche guarire, unire e ricostituire. Ciò che accade adesso non deve più ripetersi, e sta proprio qui la speranza e la sfida da affrontare”.
Nella preghiera, i cristiani accordano il proprio cuore con il cuore di Dio, per amare ciò che Egli ama e amare come Egli ama. La preghiera elevata con cuore puro rende concorde il cuore di tutti i cristiani al di là delle loro divisioni, per amare chi, come e ciò che Dio ama, e per esprimere questo amore mediante il proprio operato.

Unità dei cristiani

Il Magnificat è il canto di gioia di Maria nel vedere tutto ciò che Dio opera: ristabilire la giustizia rialzando da terra gli oppressi, rimediare all’ingiustizia nutrendo gli affamati, e ricordarsi di Israele, suo servo. Il Signore non dimentica mai le sue promesse, né mai abbandona il suo popolo.
È facile ignorare o denigrare la fede di coloro che appartengono ad altre comunità cristiane, soprattutto se quelle comunità sono piccole. Ma il Signore unisce il suo popolo rialzando da terra gli oppressi in modo che ciascuno sia riconosciuto nel proprio valore. Siamo chiamati a vedere con lo sguardo di Dio e a valorizzare ciascuno dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in Cristo, come il Padre li valorizza.

Chiediamoci… Come possiamo essere uno in Cristo con la speranza e la fede che Dio che fa tacere i malvagi?

Preghiera

Dio di speranza, fa’ che ricordiamo sempre che Tu sei con noi nella nostra sofferenza. Aiutaci a incarnare la speranza gli uni per gli altri quando la disperazione, sgradita ospite, alberga nei nostri cuori. Donaci di essere radicati nel tuo Spirito di Amore mentre lavoriamo insieme per sradicare tutte le forme di oppressione e di ingiustizia. Donaci il coraggio di amare chi, come e ciò che Tu ami, e di esprimere questo amore nelle nostre azioni. Te lo chiediamo per Cristo Nostro Signore. Amen.

OTTAVO GIORNO
La giustizia che ristabilisce la comunione

Letture

Salmo 82 (81), 1-4
Fate giustizia al debole e all’orfano, difendete il povero e lo sfruttato!

Luca 18, 1-8
Volete che Dio non faccia giustizia ai suoi figli che lo invocano giorno e notte?

Commento

Il Libro dei Salmi è una raccolta di preghiere e lodi, di lamenti, ma anche di istruzioni che Dio impartisce. Nel Salmo 82, Dio richiede una giustizia che sostenga i diritti umani fondamentali che devono essere garantiti ad ogni uomo: libertà, sicurezza, dignità, salute, uguaglianza e amore. Il Salmo chiede anche il ribaltamento dei sistemi di disparità e oppressione e la correzione di tutto ciò che è ingiusto, corrotto o che produce sfruttamento.
Questa è la giustizia che noi, come cristiani, siamo chiamati a promuovere, unendo la nostra volontà e la nostra azione a quella di Dio, nella sua opera di salvezza per il creato. La divisione, compresa quella tra cristiani, ha sempre il peccato alla radice, e la redenzione ristabilisce sempre la comunione.
Dio ci chiama a incarnare la nostra fede cristiana e ad agire in nome della verità che ogni persona è preziosa, che le persone sono più importanti delle cose e che ogni istituzione sociale si misura su quanto minaccia o rafforza la vita e la dignità di ogni persona. Ogni persona ha il diritto e la responsabilità di partecipare alla società, cercando insieme il bene comune e il benessere di tutti, specialmente degli umili e degli indigenti.

Unità dei cristiani

Gesù racconta la parabola della vedova e del giudice ingiusto per insegnare al popolo “che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18, 1). Gesù ha ottenuto una vittoria decisiva sull’ingiustizia, sul peccato e sulla divisione, e come cristiani il nostro compito è quello di accogliere questa vittoria, in primo luogo nel nostro cuore, attraverso la preghiera, e in secondo luogo nella nostra vita attraverso l’azione. Non perdiamoci mai d’animo, ma continuiamo a chiedere a Dio, nella preghiera, il dono dell’unità e manifestiamo questo dono nella nostra vita.

Chiediamoci… In quale modo, come popolo di Dio e come chiese, siamo chiamati a impegnarci per la giustizia, in unione di azioni e intenti, per amare e servire tutta la famiglia di Dio?

Preghiera

Dio, Creatore e Redentore di tutte le cose, insegnaci a guardarci dentro per essere radicati nel tuo Spirito di Amore, per poter andare nel mondo con saggezza e coraggio per scegliere sempre la via dell’amore e della giustizia. Ti preghiamo nel nome del tuo Figlio, Gesù Cristo, nell’unità dello Spirito Santo. Amen