Coltivare il silenzio per aprire spazi di profezia, di denuncia e di speranza. Una riflessione seguendo alcuni versi di Josè Tolentino Mendonça

di SERGIO DI BENEDETTO
12 dicembre 2022
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«La figura di Giovanni ha avuto come maestro il silenzio»: mi sono rimaste impresse queste parole che ho sentito pochi giorni fa da un anziano e saggio predicatore. Nel deserto, il più grande dei profeti ha avuto come maestro il silenzio, e quindi l’immersione in sé, la contemplazione silenziosa di Dio, la riduzione all’essenziale. Non si dà profezia senza discepolato del silenzio, perché è il silenzio che scava la parola, affina l’udito e la vista, permette di cogliere ‘i segni dei tempi’ e la ‘voce dello Spirito’.

È forse per una fuga dal silenzio che oggi sembra mancare la profezia? È forse per una refrattarietà alla sosta pacata, alla sospensione di rumori e parole, che sentiamo un’assenza di profezia?

«Quello che a parole ci è nascosto / nel silenzio crepita / più intimo»: così scrive Josè Tolentino Mendonça ne Il papavero e il monaco (Qiqajon, 2022): è l’esperienza comune di quanti hanno provato a concedersi al silenzio, ossia sentir ‘crepitare’ quanto è nascosto alla superficie della parola.

Ma non è compito facile, quello di ascoltare il silenzio: può essere lotta, può essere fatica. Lo dice bene la Parola, nelle vicende dei grandi profeti della storia d’Israele. Lo conferma Mendonça: «Il silenzio non è una forma / di riposo o sospensione / ma di resistenza». Resistere nel silenzio, avere il coraggio di un corpo a corpo con se stessi e il mistero, credere che si resiste anche senza parola; nella consapevolezza, però, che non tutti i silenzi sono buoni, non tutte le soste sono benefiche: «Ci sono molti silenzi / impara sin dall’inizio a dire / il plurale». Non ogni silenzio è seminagione e fecondità.

Intrecciando haiku sul silenzio e l’interiorità, sulla fede e la contemplazione del creato, le parole del cardinale poeta ci aiutano a sentire l’urgenza di abbandono al silenzio, nella pace, in questo tempo di Avvento rivolto ormai al Natale. Così la parola, la profezia, la speranza e la denuncia del male possono acquistare forza e vibrare energia.

Così il ‘mormorio di vento leggero’ del passaggio di Dio può ritrovare statuto e dimora nella nostra vita: «Molte volte Dio preferisce / entrare in casa nostra / quando noi non ci siamo». Sapendo anche che, quando la parola di profezia si fa strada, spesso incontra l’opposizione e la povertà dei singoli, a partire da chi ha il coraggio di aprire quella parola: «Non è raro che un bene / ci sia affidato / nell’ora che giudichiamo sbagliata».«Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo»: così risponde Geremia alla chiamata di Dio.

Per far così affidamento sulla forza di un Altro.