La grazia dell’Avvento

Lidia Maggi 
Scuola del clero 2022/23
Ritiro di Avvento – Savona, 29 novembre 2022
Lectio divina sulla profezia di Michea 5,1-4a

1 «Ma da te, o Betlemme, Efrata,piccola per essere tra le migliaia di Giuda,da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele,le cui origini risalgono ai tempi antichi,ai giorni eterni.

2 Perciò egli li darà in mano ai loro nemici,fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà;e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’Israele».

3 Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE,con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio.E quelli abiteranno in pace,perché allora egli sarà grande fino all’estremità della terra.

4 Sarà lui che porterà la pace. 

 INTRODUZIONE 

Per prepararci al Natale e riflettere sul tempo di Avvento ci mettiamo in ascolto di uno dei tanti oracoli che provengono dalla tradizione profetica. Sono composizioni poetiche, a tratti si avvicinano ai canti liturgici. E già questo può suggerirci che, per entrare nel mistero di grandi eventi, nello specifico del Natale, la parola che descrive non basta. 

Occorre un linguaggio che trasbordi, che evochi, alludi, metta in moto insieme alla volontà di comprendere, anche le emozioni. Una parola aperta che non esaurisca il suo significato alla prima lettura. Non è soltanto un problema di genere letterario. 

 Dietro la scelta biblica di far parlare i profeti attraverso parole che mettano in moto pensieri e sensazioni c’è la sapienza di una comunicazione che attiri l’attenzione, tocchi i cuori e le menti senza lasciarsi afferrare fino in fondo per rimanere in un dialogo aperto con chi la riceve. A tratti, queste composizioni poetiche si presentano come enigmi, domande che interpellano chi ascolta. Si coglie, ad una prima lettura, il senso generale del discorso, il clima, o, per usare un’immagine musicale, l’accordo generale della composizione. Si comprende subito se l’oracolo si orienta nel giudizio per spingere chi ascolta a cambiare vita, oppure se vuole consolare quanti hanno il cuore ferito. Si coglie immediatamente il senso generale dell’andamento musicale, ma tanti dettagli sembrano sfuggire. Sarà necessario un secondo e un terzo ascolto e forse, persino, una memorizzazione del testo (proprio come avviene con le poesie e le canzoni!) per arrivare ad abituare lo sguardo alla luminosità delle parole cantate. 

Oracoli profetici che non hanno tanto la funzione di predire un futuro già segnato. La storia biblica è non è un copione già scritto da Dio e l’umanità, come un attore di teatro, deve limitarsi ad eseguire le battute affidate. Il profeta non è colui che consegna il copione delle scene che verranno. Questa è piuttosto la funzione divinatoria, che riceve una forte condanna nella Bibbia…il profeta, con i suoi oracoli, mostra aspetti inediti della storia. 

Aiuta a penetrare la realtà per cogliere quello che uno sguardo superficiale non nota. E permette così, a chi ascolta, di cambiare direzione, di ritrovare la strada e persino di aprire nuove strade. 

Questi oracoli erano, originariamente, diretti ai contemporanei dei profeti. Parole in situazione, capaci di parlare in un momento puntuale della storia di un popolo. La fede cristiana, li ha, in seguito, riletti in riferimento alla vicenda di Gesù. Come una persona innamorata quando, per trovare le parole giuste per descrivere il proprio amore, riprende una vecchia poesia, o il testo di una canzone, la chiesa ha scelto alcuni oracoli profetici per poter dire, con parole alte, belle e antiche alcuni tratti dell’identità di Gesù. Questi testi sono poi entrati nelle celebrazioni cristiane, in modo particolare durante le feste principali della fede (Natale, Pasqua…Pentecoste). 

 IL TESTO 

La parola di Michea, come del resto ogni parola profetica, nasce dalla 

crisi ed è rivolta a quanti, all’interno della crisi, cercano la soluzione ma in direzioni sbagliate. 

Il popolo a cui Michea si rivolge, non ha ancora vissuto la tragedia dell’esilio ma conosce le tensioni tra i due regni, quello del nord che presto cadrà nelle mani dell’Assiria e quello del sud, attraversato da corruzione e disparità sociale. 

Il libro del profeta Michea intende, in questi tempi difficili affrontare le domande che sorgono in quanti sentono parlare di una futura salvezza: quando succederà? Dove avrà luogo? In che cosa consiste? 

 IL DOVE DELLA SALVEZZA 

In particolare, il nostro testo inizia a mettere a fuoco il “dove” della salvezza. Non a Gerusalemme ma a Betlemme (detta anche Efrata). Non la città ma un villaggio. Non il centro ma la periferia. In quell’oscuro angolo della terra che rimanda agli umili inizi della dinastia di Davide. Come nell’oracolo di Zaccaria, anche per Michea, innanzitutto, l’attesa è questione di sguardo, domanda di porre attenzione. Il profeta prova a strapparci dalle scene principali della storia, dai luoghi di cui tutti parlano, per indirizzare altrove il nostro sguardo. Nella periferia della storia, nel luogo marginale, senza potere, si “concepisce” la salvezza: le levatrici Sifra e Pua, nei bordi dell’epopea di liberazione dell’esodo, mantengono aperto il portale della vita preferendo ascoltare i gemiti delle donne invece che gli ordini del faraone. Nelle periferie della storia la cospirazione, la resistenza al male. 

Guardare alla periferia significa cogliere il potenziale di quanto sembra marginale, impotente per scoprire che da lì può sorgere l’inedito. Dislocare lo sguardo, spostarlo dalla scena centrale per riaprire i giochi della storia. E ci pone una sfida che ha del paradosso. 

Potremmo esprimerla in questi termini: l’attesa vera è sempre attesa dell’inatteso. È qualcosa di paradossale perché per attendere bisogna almeno intuire che cosa si aspetta. 

Ciò che non è neppure intuibile può solo giungere all’improvviso, non può essere atteso. 

Ma tutta la Scrittura prova a mostrare la necessità di questo paradosso: Dio agisce nella storia ma lo fa operando in modo strano, come quando sceglie i minori rispetto ai primogeniti, come nel caso di Davide, il betlemmita, ultimo tra i suoi fratelli. Chi attende l’intervento di Dio deve fare i conti con le sue strane scelte, con lo spiazzamento inevitabile che queste comportano. Ma il paradosso non si ferma qui: la novità ha origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Il parto è una nuova vita concepita molto prima. L’evento rinnovatore dà forma ad un progetto sognato fin dalla fondazione del mondo. 

 IL QUANDO DELLA SALVEZZA

Michea prova a dirci qualcosa anche sul “quando” della salvezza. Ma non prende in mano l’agenda, non fissa una data certa. I profeti non sono dei chiaroveggenti, che maneggiano la sfera di cristallo per predire cosa avverrà in futuro. I profeti parlano del futuro con linguaggio simbolico e in modo enigmatico, così che questi annunci interroghino il presente e non lascino chi li ascolta nell’attesa passiva del giorno stabilito. L’enigma di Michea non viene incontro alla nostra curiosità. Parla di un tempo di prova, in cui il popolo si ritrova nelle mani dei suoi nemici, che terminerà con un parto e con un ricongiungimento tra fratelli in terra d’Israele (v. 2). Tre elementi che ritroviamo nel racconto fondatore del popolo ebraico, quello narrato nel libro dell’Esodo. I figli di Giacobbe si ritrovano nelle mani del faraone, che li tratta come nemici, li opprime imponendo loro un duro lavoro da schiavi e attua nei loro confronti una politica genocida, decretando l’uccisione dei figli maschi. Ma proprio nell’Egitto tenebroso ecco venire alla luce Mosè, che condurrà il gruppo degli schiavi ebrei fuori dalla casa di schiavitù. La sua nascita prelude alla nascita dell’intero popolo che avviene al Mar Rosso. Il testo biblico presenta quel passaggio proprio come un parto: le acque si rompono e Israele è dato alla luce. E dopo quella nascita, il libro dell’Esodo e i libri successivi narrano del cammino di formazione del neonato, l’educazione nel deserto da parte di Dio e il raggiungimento della maggior età con l’ingresso nella terra promessa, dove vivere la vita buona insieme ai suoi fratelli. Torniamo a Michea e alla sua risposta enigmatica a proposito del “quando” avverrà la salvezza promessa. Il profeta ci sta suggerendo che la salvezza potrà essere attesa quando, in mezzo ad una storia di dolore, oseremo essere generativi e maturare un diverso modo di abitare la terra. Il rimando all’Esodo pone, nel concreto, il problema della fraternità. E’ proprio nell’esodo che abbiamo la prima storia di fraternità custodita. La giovane sorella di Mosè non pensa di non essere guardiana del fratello: ne segue il viaggio sul fiume, non lo perde di vista e fa di tutto per accompagnare il travaglio della principessa perché diventi una madre. Il quando della salvezza ha molto a che vedere con la mia responsabilità a custodire la fraternità, ogni fraternità: quella biologica, ecclesiale…fino ai confini della terra, riconosciuta come casa comune. 

 IL COME DELLA SALVEZZA 

Infine, il “come” di questa salvezza. Tramite un pastore, che non agisce in base alla propria forza e alla propria maestà. Un pastore che è guidato da un altro Pastore, il Signore. 

un pastore come Davide, dalla cui discendenza viene il Messia. Un pastore improbabile e improponibile di fronte alle minacce del lupo-Goliat (cfr. 1Sam. 17). Allo stupore per il parto, per la nascita di una nuova vita, si sostituisce un atteggiamento di prudenza e di rassegnazione: come può questo cucciolo d’uomo far fronte al gigantesco guerriero? Giusto gioire per la nuova vita, ma è da ingenui farsi troppe illusioni a suo riguardo. La storia è spietata, continua ad essere governata dalla legge della giungla. 

Sappiamo come va a finire: col più forte che prevale sul più debole. Non ci attendiamo questo? Non è questo che ci dice la nostra esperienza? I potenti sono pastori che fanno ingrassare le pecore per mangiarsele, per mandarle al macello delle guerre. Il profeta Michea prova ad aprire un varco in questa visione rassegnata annunciando che ce n’è uno che non agisce così. Che esiste un Pastore che porterà la pace. E che noi dobbiamo attendere l’inatteso e credere, nonostante tutto, alla forza generativa che abita questa nostra storia di morte. 

Come dirà l’evangelista Matteo – riscrivendo questo testo in chiave messianica – l’insignificante Betlemme, in realtà, non è certo la più piccola città: proprio da lì viene Colui che pasce il popolo, il Messia (Mt. 2,6). La Betlemme del pastorello Davide e, prima ancora, il villaggio segnato dalla carestia, ai tempi di Noemi e Rut. Da un luogo improbabile, dove una manciata di persone giuste hanno tenuto viva la speranza, da lì sorge l’alba della salvezza. 

Prepararsi al Natale, in ascolto di questo oracolo può voler dire svuotarsi, smetterla di cercare la salvezza nei posti convenzionali, centrali per la vita sociale e religiosa (come Gerusalemme). Un invito a non omologarsi al consenso generale. Dio entra dalla porta di servizio, dalle geografie periferiche. Luca ha radicalizzato questo testo fino a raccontare la nascita del messia non solo nella periferica Betlemme, ma in una stalla, altrove, per lui, non c’era posto. Lo stesso farà Marco che, pur non raccontando la nascita di Gesù a Betlemme (il vangelo di Marco non ha i racconti della nascita di Gesù) quando, dopo l’annuncio solenne del battista, colloca l’ingresso di Gesù tra i peccatori in fila per farsi battezzare. 

Dio viene e se non riusciamo a scorgerlo è, probabilmente, perché guardiamo troppo al centro della scena. La fede in questo Dio che viene è attendere l’inatteso, l’inedito è stare al mondo con la fiducia in un Dio che mette le cose sottosopra, che manda in pezzi le nostre presunte certezze, che si serve delle piccole e dei piccoli per tessere la tela della salvezza.

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