Mettiti questo! Decidi tu l’abito da indossare
Seconda domenica di Avvento – anno A
Matteo 3,1-12

di Gaetano Piccolo
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«E pertanto che vuol dire: Convertitevi a me?
Non certo che tu, rivolto verso occidente,
ti volga verso oriente.
È cosa troppo facile.
Magari tu facessi la medesima cosa nel tuo interno!
Ma questo non è facile.
Tu giri il corpo da una direzione a un’altra;
ebbene indirizza il tuo cuore da un amore a un altro».

Sant’Agostino, Discorso 130/A, 12

Desiderio di cambiamento

Per quanto siamo refrattari al cambiamento, per quanto ci spaventi l’idea di intraprendere una strada nuova, di fatto ci portiamo sempre dentro un desiderio più o meno forte di voltare pagina. Ci rendiamo conto di tanto in tanto di un certo disagio: qualcosa non va. Ed è ancor più importante accogliere questa spinta al cambiamento, quando l’insoddisfazione riguarda il nostro modo di amare. Il primo passo è sempre quello di riconoscere che cosa non sta funzionando nella mia vita, in una relazione, ma anche in una comunità o nella Chiesa: «ciò a cui opponi resistenza – diceva Jung – permane, ciò che accetti, invece, può essere cambiato».

Un modo di pensare

La parola che ci viene consegnata in questa seconda domenica di Avvento è proprio l’invito al cambiamento! Cosa mi aiuta ad accogliere Dio che mi viene incontro? L’espressione Regno dei cieli, usata sia da Giovanni Battista che da Gesù, sta infatti al posto di Dio: Egli è vicino!
Questa domanda potremmo allora anche tradurla così: come posso accogliere l’amore nella mia vita? Cosa desidero cambiare per fare spazio a quello che mi rende felice? L’invito alla conversione è infatti un invito al cambiamento. Certo, la conversione indica un cambiamento di rotta, ma l’invito al cambiamento contenuto nell’espressione di Giovanni Battista (poi ripresa da Gesù) è ancora più profondo, perché letteralmente suona come un invito a cambiare il modo di pensare (metanoeite).

Un esempio

A ben guardare il primo che vive questo cambiamento è proprio Giovanni Battista, il quale prende una decisione radicale e rivoluzionaria. Si allontana prima di tutto dai luoghi del potere: a differenza delle velleità carrieristiche, che talvolta non risparmiano neppure il mondo ecclesiastico, Giovanni non si piazza nel Tempio né nei luoghi della visibilità, come oggi potrebbero essere i mezzi di comunicazione, ma se ne va nel deserto: torna in un luogo estremamente evocativo per Israele. La sua vita parla: il deserto richiama infatti la storia d’Israele, è il luogo del cammino durante il quale il popolo ha sperimentato la vicinanza e l’amore di Dio. È un invito a tornare al primo amore.

Ricominciare

Il deserto richiama forse anche la terra informe, quella terra arida che Dio ha trasformato in un giardino per collocarvi l’uomo. Il deserto evoca quello che la nostra vita diventa quando Dio non c’è. Questo richiamo alla creazione vuol dire perciò anche il riferimento alla possibilità di un nuovo inizio. Tant’è vero che Giovanni si mette a battezzare vicino al Giordano, altro luogo particolarmente significativo nella storia d’Israele, perché era stato il luogo del passaggio, il varco per entrare nella terra promessa. Tornare lì, al Giordano, è un invito a ricominciare, perché molte volte il cambiamento è anche una liberazione da tutto quello che progressivamente si è accumulato nella nostra vita e ci ha appesantito e distratto.

Un abito nuovo

Cambiare vuol dire spogliarsi dell’uomo vecchio. E Giovanni evoca questo aspetto del cambiamento spogliandosi dei suoi abiti: Giovanni, figlio di Zaccaria, appartiene alla stirpe sacerdotale, dovrebbe stare nel Tempio e vestire l’abito del sacerdote. Giovanni invece non solo si allontana, ma si spoglia di quegli abiti che sanno di privilegio. Il suo abito di pelli ricorda piuttosto l’abito del profeta Elia.
Il cambiamento passa talvolta anche attraverso la spogliazione di quei ruoli e di quelle etichette che gli altri, l’abitudine, il contesto, vorrebbero metterci addosso. Non a caso, fin dai primi secoli, il catecumeno celebra il suo battesimo spogliandosi dell’abito vecchio per indossare una veste bianca. È il gesto anche di sant’Ignazio, che, all’inizio della sua conversione, segna quel passaggio spogliandosi delle vesti del cavaliere per indossare quelle di un povero mendicante con cui le aveva scambiate.

Preparare la via

Il cambiamento prepara la via per accogliere Dio, la novità, la vita. Ma non sempre è chiaro quale sia questa via. A noi viene chiesto solo di metterci a prepararla, non di sapere già esattamente dove porta. Neanche Giovanni Battista sa con precisione dove porta la via che egli stesso chiede di preparare, tant’è vero che lui stesso resterà sorpreso di come Dio si presenterà nella storia. Resterà perplesso, si interrogherà. Il Signore sconvolge le sue attese, ma riempie il suo desiderio di cambiamento. Dio infatti ci raggiunge là dove lo stiamo aspettando, entra in quell’apertura che noi abbiamo scavato per lui.

L’autenticità del desiderio

Il testo di Matteo ci dice che le folle accorrevano da Giovanni, si facevano battezzare, confessavano i loro peccati. Tutto questo dice un grande entusiasmo, ma si tratta di un desiderio autentico? Forse per questo Giovanni Battista si solleva a rimproverare farisei e sadducei, quelli che maggiormente correvano il pericolo di non cambiare mentalità: la conversione resta apparente e superficiale se non abbandoniamo gli schemi abituali del nostro modo di pensare. Il cambiamento o la conversione infatti resta tante volte un’intenzione, anche esplicitata, ma non si traduce mai nei fatti. Dove sta il cambiamento? Dove lo vedi? Qual è il frutto del tuo desiderio?

Pensare l’impensabile

Cambiare modo di pensare vuol dire abbandonare i nostri schemi di ragionamento: ho sempre ragione io, gli altri non mi capiscono, sono fatto così, non ce la farò mai…
Purtroppo siamo programmati fin da piccoli alla competizione, al confronto, alla battaglia, per questo deve sorprenderci il testo di Isaia che oggi la liturgia ci propone, perché è esattamente un invito a pensare in un modo diverso: la profezia non è solo l’attesa di un futuro che non c’è ancora, ma è un invito a vedere nel presente quello che sembra impensabile. Il cambiamento atteso è quello che porta il lupo a stare insieme all’agnello senza sbranarsi, il leopardo vicino al capretto senza spaventarsi…il cambiamento è quello che permette al bambino di mettere la mano nel covo di serpenti velenosi…
A noi tutto questo sembra strano, paradossale, impossibile: stiamo ancora pensando in un modo vecchio, ci stiamo opponendo al cambiamento che Dio vuole realizzare. Tutto comincerebbe a cambiare se provassimo a credere che quello che Dio promette lo vuole e lo può realizzare. In fondo questa è la fede, pensare in modo diverso da come l’abitudine ci suggerisce di pensare.

Leggersi dentro

  • Cosa desideri cambiare per fare più spazio a Dio nella tua vita?
  • Quali sono quei modi di pensare che vorresti cambiare?