Nel 1917, il poeta Giuseppe Ungaretti scrisse una delle più celebri poesie del XX secolo. Si tratta di un componimento brevissimo, che consiste in questo: «M’illumino d’immenso». Quale che sia l’ermeneutica che noi ne facciamo, è importante interrogarsi sul suo significato esistenziale. Che cosa può rappresentare per la vita di ognuno di noi illuminarsi di ciò che è immenso? È vero che il disegno di questi due versi sembra un fiore che fluttua nella levità del tempo. È una specie di scintillio, di leggerezza, di incantamento e di delizia davanti all’essere. Ne abbiamo così bisogno! Abbiamo bisogno di scoprire questa arte di esistere nella fiducia e nello stupore delle piccole cose, attraverso le quali l’immensità ci rende visita. Invece, non di rado la nostra esperienza quotidiana è in totale dissonanza con questa leggerezza. Ci sentiamo senza forza e senza grazia, con i passi sempre più pesanti, e come se il nostro cuore non fosse niente di più che una casa nel buio.
Ora, forse ci aiuterà sapere che questa poesia – che contiene uno straordinario programma di vita – fu scritta quando Ungaretti si trovava, come soldato, sul fronte di battaglia nella Prima guerra mondiale, in trincea, in un mondo in rovina. E forse comprendiamo in questo modo che neppure le difficoltà ci sottraggono al dovere della grande celebrazione di quel dono che è essere vivi.

José Tolentino Mendonça
Avvenire 18 maggio 2019