Il 20 novembre, domenica prossima Solennità di Cristo Re, il medico missionario comboniano P. Giuseppe Ambrosoli diventa beato, con una cerimonia in Uganda (a Kalongo) fissata già per novembre di due anni fa ma rimandata a causa della pandemia. A presiedere la Santa Messa di beatificazione sarà il Nunzio Apostolico in Uganda, l’arcivescovo monsignor Luigi Bianco.
Vi propongo una serie di articoli in preparazione a questo evento e per meglio conoscere questa grande figura di missionario.

P. Giuseppe Ambrosoli:
Volto misericordioso di Cristo fino alla morte per i sofferenti

Tempo di addestramento (Germania 1944)

Padre Giuseppe Ambrosoli, allora giovane studente di medicina, fu portato in Germania in un campo di addestramento nell’aprile del 1944. Aveva 21 anni. In una situazione difficile e incerta come quella, sorprende la sua maturità umana e spirituale. Fin da allora ebbe l’abitudine di nascondere gli atti più eroici col manto della semplicità. In un piccolo quaderno di note spirituali del 1947, consegnerà allo scritto le ragioni del suo comportamento nei confronti dei suoi compagni di campo. ‘Non importa – scriveva Giuseppe – se non riuscirò a convertire quelli che sono lontani da Gesù. Resterà però sempre nell’animo loro una traccia, una breccia fatta dall’amore, non quello mio, umano, ma quello di Gesù che ha infiammato il mio cuore. Devo vivere la carità di Cristo in ogni momento, in ogni ambiente in cui mi trovo.’

Il dott. Luciano Giornazzi, compagno di sventura di Giuseppe, porta un ricordo indelebile. ‘Ho conosciuto padre Ambrosoli – scrive il dottore – nel lontano 1944, nel Krieggefangenlager di Heuberg-Stetten dove eravamo giunti: io, come deportato per renitenza alla leva, e lui volontariamente perché si era presentato al distretto per rispetto alla legge di allora. Abbiamo trascorso laggiù un anno e poco più, fianco a fianco, subendo un tipo di vita non dei migliori: lavoro manuale e addestramento paramilitare (eravamo tutti studenti iscritti alla Facoltà di Medicina delle varie regioni di provenienza), tanta fame e una discreta dose di maltrattamenti, più morali che materiali. Io ho vissuto tutto quel triste periodo nella stessa baracca con padre Ambrosoli e alla fine della guerra quando, dopo molte traversie, siamo tornati alla vita normale la figura di quel ragazzo mi è rimasta nella mente e nel cuore. Lo ricordo quando alla sera, stanchi e sempre affamati, ci mettevamo sui castelli. Lui costantemente chiedeva a ognuno di noi se avessimo bisogno di qualcosa: era sempre pronto ad ogni richiesta nonostante fosse stanco e affamato come noi. Ed ecco Ambrosoli col secchio che corre a prendere acqua pulita, fuori, lontano dalla baracca, d’estate e d’inverno. Eccolo mentre aiuta qualcuno di noi a lavarsi per essere pronto all’ispezione (un ritardo o inadempienza significava infatti punizione per tutta la baracca). Mi sembra di vederlo ancora mentre consola fraternamente quello fra noi (ed era abbastanza frequente!) che lasciava scorrere sommessamente qualche lacrima nel ricordo dei nostri cari lontani o, alla fine del nostro scarso rancio, ritirarsi sul proprio pagliericcio e a voce alta recitare qualche preghiera nell’indifferenza totale. Eccolo mentre rimprovera qualcuno di noi che impreca contro la malasorte che ci ha portati, volenti o nolenti, in quel maledetto posto: ha una buona parola per tutti e alla fine riesce a calmare la rabbia, il dolore, l’ansia. Lo ricordo durante una marcia di addestramento (15 km!) quando si carica anche del mio zaino per un improvviso dolore al ginocchio che mi impediva di reggere l’andatura del gruppo. Arrivati nella baracca, me lo ricordo chino sui compagni più stanchi a lavare loro i piedi. Più tardi, in altra occasione, allorché giacevo in infermeria con febbre alta, incapace di muovermi, per quasi un mese di fila mi ha portato il rancio due volte al giorno: sempre con il sorriso sulle labbra, sempre con qualche parola di incoraggiamento. Insomma per farla breve Ambrosoli durante quel periodo è sempre stato a disposizione di tutti. Era diverso da noi. Aveva una marcia in più, morale e materiale, che certamente gli veniva dalla sua permanente serenità. Il suo comportamento verso il prossimo mi ha confermato che i santi esistono ancora ai nostri giorni.”

Preparato dalla Pontificia Università Urbaniana,
con la collaborazione degli Istituti Missionari.

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