ALLA SCUOLA DEI SALMI
P. Carmelo Casile

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1. I SALMI, LIBRO E SCUOLA DI PREGHIERA

I Salmi, come libro e scuola di preghiera, non sono stati scritti a tavolino, ma sono scaturiti dalla Liturgia del Tempio di Gerusalemme e dalla stessa vita profana, e riflettono il cammino spirituale in cui l’antico popolo d’Israele, sia l’intera comunità sia i singoli fedeli, va scoprendo Dio nell’esperienza quotidiana e si rivolge a lui ogni giorno in una svariatissima quantità di situazioni. Si possono considerare come la preghiera umana per eccellenza, come orazioni perenni, valide anche per noi oggi, perché in ogni tempo ciascuno può vedervi riflessa la sua esperienza interiore. Sono quindi la preghiera di tutti, lo specchio dei problemi, sofferenze e gioie della vita umana. 

Anche se non mancano di imperfezioni e non sempre sono d’immediata comprensione, i Salmi sono un segno e una fase di eccezionale importanza del movimento secolare della preghiera; sono un periodo del cammino cosciente dell’uomo verso Dio, mentre cerca la sua realizzazione personale e collettiva, e sgorgano da questa vita coscientizzata dalla rivelazione della presenza di Dio. Quando preghiamo i Salmi, per tanto, entriamo nel gran movimento che Dio ha scatenato nel cuore degli uomini per conoscere Lui, unico Riparo e Pace perfetta per l’uomo.

2. TIPI DI SALMI DAL PUNTO DI VISTA DELLA PREGHIERA

Dal punto di vista della preghiera, troviamo Salmi come preghiere di:

  • invocazione (in situazioni di guerra, persecuzione)
  • lamentazione o supplica (per malattia, guai, nemici, problema del male, ecc.)
  • lode e ringraziamento (in genere, per la Pasqua, per il creato, nella liturgia)
  • ricordo (Salmi storici, che hanno come tema Israele con la sua storia)
  • meditazione (Salmi didattici o sapienziali: meditazione della legge e ammonimento al popolo o all’uomo) 
  • regali (celebrano la regalità del Messia; la Chiesa celebra la «signoria» di Cristo e la sua sponsalità con la Chiesa)
  • graduali e di Sion (del Tempio: usati nel pellegrinaggio verso Gerusalemme). 

C’è da notare che gli insegnamenti non sono contenuti soltanto nei Salmi didattici o sapienziali, ma sono sparsi in tutto il salterio come insegnamenti del tipo di consiglio, rimprovero, istruzione, esortazione….

3. CARATTERE COMUNE AI VARI TIPI DI SALMI: IL DIALOGO CON DIO

I Salmi sono la testimonianza e l’espressione più concreta di quel dialogo tra Dio e l’uomo in cui risalta il tema fondamentale della religione rivelata (= l’Alleanza) sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, che ha il suo vertice nell’Incarnazione-Morte-Risurrezione di Cristo Gesù e il suo sviluppo nella Chiesa.

3. 1. Il Dio di questo dialogo

  • È il Dio vivente di tutto il Vecchio Testamento.
  • È il Dio trascendente, inafferrabile, incoercibile, non sottoponibile a forze magiche, a schemi fissi; è il Dio davanti al quale l’uomo è un nulla, un “povero” in tutto dipendente da Lui e che non può ottenere nulla da lui se non pregando.
  • È il Dio condiscendente, buono, familiare, fedele, attento alla voce di lode, come al gemito accorato dei suoi “poveri”, dei quali è la roccia, il rifugio, la speranza: è il Dio che dà fiducia.
  • È il Dio dell’Alleanza con Israele: innanzi tutto è il Dio del popolo, d’Israele, poi dei singoli individui; è il Dio che si è legato alla comunità eletta solo mediatamente ai suoi membri; egli ha stipulato un’Alleanza con Israele e quindi con gli Israeliti.
  • È il Dio che il Vecchio Testamento e anche i Salmi, generalmente, cercano e vedono nei suoi “segni”: nella bellezza cioè della creazione, nei suoi interventi gloriosi nella storia (magnalia Dei), nello splendore del tempio e di Sion, nella sua parola trasmessa attraverso i profeti, i sacerdoti, i libri sacri, in Israele stesso quale creatura particolarmente benedetta e favorita da Dio.

Ma almeno talvolta i Salmi insegnano a cercarlo oltre “segni”, nel “silenzio di Dio”: nonostante la mancanza di alcuni o di tutti quei segni, l’orante si mantiene stabile nella sua fiducia in Dio (Sal 16; 73; 131). 

Lo stesso Gesù sulla croce ha recitato il Salmo di fiducia nel Padre (Sl 21) quando sembrava che, per la mancanza dei “segni” tradizionali, il Padre lo avesse abbandonato. 

3. 2. Il dialogante con Dio

  • È soprattutto il “povero”, l’«anawin».  Il termine anawin indica quella categoria di pii israeliti che tendevano a vivere totalmente abbandonati a Dio. La povertà era la loro caratteristica, povertà talora materiale, ma soprattutto spirituale: privi di tutto, ritenevano Dio come unico bene. Dalle vicende personali e nazionali avevano imparato che non giova nulla confidare nelle risorse personali (ricchezza, bellezza, successo, salute…); giova solo abbandonarsi a Dio, desiderato come l’unico e sommo bene. Neppure il peccato impedisce questo atteggiamento, perché Dio è amore-fedeltà.
  • È uno che sa essere l’Alleanza di Dio con Israele un bene in qualche modo indefettibile e fonte di “pace” anche per lui.
  • Egli perciò nella sua preghiera s’ispira ai temi dell’Alleanza, li sfrutta con ardita fiducia e speranza; loda Dio per la sua fedeltà all’Alleanza nel passato e ne invoca i frutti su Israele, sulla città santa, sul re, sui suoi guerrieri, sulle rovine del suo popolo e anche su se stesso.
  • È anche la comunità stessa. Tutti i Salmi sono anche preghiere pubbliche. Anche quelli che ebbero origine e spunto da interessi individuali divennero preghiere pubbliche venendo così a godere del carisma comunitario e della sacralità del culto e del tempio, doti senza le quali la preghiera sarebbe rimasta povera, priva cioè dell’atmosfera dell’Alleanza.
  • Conseguenza e segno di questo è anche l’aver assunto i Salmi una forma letteraria abbastanza stereotipata, fissa, adatta cioè alla preghiera comunitaria.

3. 3. Un dialogo fatto con tutto il cuore

La preghiera dei Salmi è l’espressione davanti a Dio dell’esistenza di tutto un popolo, che canta gli interventi divini nella storia, che riconosce il suo peccato e lo confessa per ottenere il perdono.

I piccoli, gli infermi, i poveri gridano la propria sventura e la loro oppressione, chiamando Dio in loro aiuto. Quanti sono guariti, salvati, liberati, cantano il loro grazie.

Tutti proclamano nei fatti della loro vita personale la grandezza di Dio che è il loro Dio, lasciando via libera a tutti i sentimenti del cuore, nella massima sincerità e semplicità, con realismo a volte sconcertante, superando ogni falso pudore, accantonando le reticenze inutili e vincendo la tentazione di sottoporre i sentimenti del cuore a qualsiasi tipo di censura; non riescono a concepire un Dio, loro amico, al quale non si possa dir tutto con tutta semplicità.

Così, per il suo calore umano, per la varietà dei sentimenti, il salterio è lo specchio dell’uomo e ci offre tutte le possibili vie per rivolgerci al Padre:

  • ora è il grido disperato di un uomo che sta affogando nell’acqua o sta per essere inghiottito dalle sabbie mobili e la cui voce è diventata rauca a forza di gridare (Sl 68);
  • ora è la confidenza silenziosa d’un bambino tutto rannicchiato nel seno materno (S1 130);
  • ora è la sete ardente dell’Acqua viva che tormenta il nomade in mezzo alla brughiera arida e bruciata (Sl 62);
  • ora è la dolcezza della Parola divina che lascia sulle labbra un sapore di miele selvatico (Sl 18; 118, 103)
  • ora è l’amaro pianto di un peccatore assalito dal pentimento (Sl 50);
  • ora è l’orchestrazione piena della gioia sfrenata con lo scatenamento delle arpe, dei flauti, dei cembali squillanti (Sl 150);
  • altre volte sono le lacrime dolorose del credente deriso dai nemici avvinazzati (Sl 68, 13);
  • la cieca fiducia di una pecorella che bruca un alto tappeto d’erbe sotto lo sguardo del pastore (Sl 22);
  • la nostalgia della patria che afferra il cuore del deportato in terre inospitali (Sl 136). 

Nei Salmi, insomma, non c’è traccia di quella preghiera melanconica che esce a fatica dalle labbra di un uomo annoiato la cui vita è tutta altrove e che nulla si aspetta dal suo Dio.

Perché l’uomo di oggi superi le sue tensioni ed esperimenti la gioia di vivere, è necessario che tutte le corde del suo animo, dai fremiti della collera ai gridi della vittoria, dal travaglio della ricerca all’oasi della tenerezza, sappiano vibrare in presenza di un Dio che è la sola difesa dell’uomo, la sola pienezza nella quale si dilata e si appaga ogni suo desiderio. (Cf A. Manaranche, La via della liberazione, Gribaudi 1972, p. 82s.). 

3. 4. I Salmi preghiera dei «poveri di Jahvè»

I Salmi sono soprattutto la preghiera del povero d’Israele, dell’«anawin», individuo o comunità. Il soggetto originario dei Salmi sono i «poveri di Jahvè». 

Chi legge con una certa attenzione i Salmi, si accorge che la quasi totalità sono espressione di situazioni di indigenza, di bisogno di salvezza o liberazione da pericoli. Nella maggior parte dei Salmi, il soggetto che prega è sempre un individuo o la comunità che si trova in difficoltà e lancia il suo grido d’aiuto a Dio o che loda Dio perché è intervenuto, ascoltando il suo grido e l’ha liberato dalla situazione di pericolo. 

Gli stessi Salmi che non entrano in senso stretto nella classificazione di lamentazione o lode, sono uno sviluppo nell’anima di chi prega di questa situazione di partenza. Per esempio, i Salmi del Tempio sono lo sviluppo di una situazione di mancanza di beni, di fragilità, nella quale l’orante ha già imparato a vedere qualcosa di positivo, un’opportunità per fare una più profonda esperienza di Dio. 

Tuttavia, il punto di partenza è sempre questo: questa povertà reale, sebbene in senso molto ampio, questa indigenza dell’uomo che grida o la salvezza da questa povertà, e allora vediamo l’uomo che canta. 

Così i Salmi sono grida e canti. Il grido nel salterio appare come la definizione dell’uomo biblico.

In fatti, nella schiavitù in Egitto, Israele gridò a Dio, al Dio dei suoi padri (Es 2, 23-25); 3, 7). Questo grido segna l’inizio della Storia d’Israele, costituisce il Credo d’Israele: «mio padre era un arameo errante…, noi gridammo a Signore, Iddio dei nostri padri…» (Dt 26, 5-10). 

Il grido che segna l’inizio della Storia d’Israele, che è la definizione stessa d’Israele, il suo Credo, la sua professione di fede, nei Salmi diviene la sua preghiera, come l’espressione costante e stabile della sua vita. Essendo il grido dei Salmi quasi sempre espressione di una situazione speciale e specifica d’indigenza, quando Dio interviene, questo grido si fa azione di grazie, canto di lode; altre volte è nello stesso Salmo che il grido diviene canto.

Per esempio, il Salmo 21 è il Salmo più caratteristico di lamentazione; ma dentro lo stesso Salmo a un certo punto questa lamentazione fiorisce nel canto, che è un canto in prospettiva, cioè, non è la lode perché Dio è intervenuto, ma perché nell’orante è salda la certezza che Dio interverrà e allora nasce la lode: « Io ti loderò in mezzo all’assemblea…» (v. 23). 

In alcuni Salmi di lamentazione c’è come una dinamica interna, per mezzo della quale il Salmo è già preghiera efficace, anche prescindendo da un intervento effettivo e attuale di Dio. Anche facendo astrazione dal fatto che Dio ascolti il grido dell’orante e intervenga in quella situazione molto concreta, a prescindere da questa efficacia specifica, il Salmo ha la sua efficacia intrinseca, perché cambia la situazione interiore dell’orante, cioè, questo Salmo che sembra che cominci con un grido di disperazione, questo Salmo che comincia con l’esperienza del silenzio e della lontananza di Dio, ha come anima e come finale la certezza dell’orante che Dio interverrà e allora diviene Salmo di fiducia e di lode. 

Gesù, recitando il Salmo 21, si consegna a questa logica e dinamica del Salmo: nell’esperienza del silenzio e della lontananza di Dio nella croce, Gesù vive la certezza che Dio interverrà e allora il Salmo nella sua seconda parte è già Salmo di risurrezione. La lettura cristologica del Salmo si trova già dentro la logica stessa del Salmo. 

4. I TEMI FONDAMENTALI DEL DIALOGO

Temi di partenza

– L’Alleanza col popolo di Israele, i doni di Dio nella storia nazionale. – I doni di Dio elargiti all’individuo direttamente, visti sempre nella luce dei primi, cioè come conseguenza dell’appartenenza del singolo al popolo dell’Alleanza.
– Le difficoltà e i guai della comunità (invasione di nemici, distruzioni, esilio, dispersione, miserie materiali o morali, mancata attuazione di promesse, mancanza di segni della presenza di Dio).  – Le difficoltà e i guai dell’individuo (malattie, nemici, prigionia, esilio, peccati, problemi in torno alla provvidenza, ecc, cioè ancora mancanza dei famosi “segni”), visti sempre nella luce del l’Alleanza.
– Le cose della vita: dalle cose della vita ai Salmi C’è un nesso molto stretto tra i fatti della vita e la composizione e preghiera dei Salmi. La bellezza di un bambino, i sentimenti di nostalgia, una casa in costruzione, la paura della guerra, le rivalità religiose e politiche, la tranquillità di un bambino tra le braccia di una madre, la maestosa stabilità di una montagna, queste e altre cose della vita hanno servito da svegliarino a qualcuno tra i credenti israeliti e si è così ricordato di un’altra cosa. Si è ricordato di qualcuno che è più grande di tutto: Dio. E così la vita con tutto ciò che possiede di bello e di triste, la natura con tutte le sue bellezze e minacce, con tutto ciò che fa ridere e piangere, è divenuta per lui trasparente come cristallo, rivelando e ricordando il Dio amico che attraverso i fatti della vita chiama e interpella, anima e critica, sostiene e incoraggia. E così, quasi senza accorgersene, queste cose della vita sono diventate il materiale e l’argomento di un dialogo sussurrato all’orecchio di questo Dio amico. In una parola, i Salmi sono nati dai fatti della vita vissuti con Dio.

Temi d’arrivo

– La lode a Dio per l’Alleanza con Israele – passata, presente e futura -, e per i fatti da essa derivanti. – La lode per la Provvidenza-Alleanza con l’individuo direttamente.
– Il salterio esprime la speranza (desiderio e attesa fiduciosa) degli ebrei nel coronamento dell’opera di Dio per Israele, cioè il compimento della storia del loro popolo. Il pio ebreo, infatti, sa che la storia d’Israele reca in sé un grandioso intervento di Dio (l’Alleanza) e sa anche che vivendo la speranza del suo popolo egli vive e assicura anche il suo avvenire; è per questo che egli prega per il suo popolo, per la città, per il re, ecc. – Il Salterio reca in sé anche i segni della progressiva purificazione di questa speranza nazionale. Dapprima i beni messianici, il regno universale, il messia, ecc., erano concepiti alquanto fantasticamente, cioè con un corredo di grandiosi “segni”; poi, dopo l’esilio, essi furono intravisti sempre più esattamente per quello che dovevano essere al di là dei “segni” (Sal 22; 96; i Salmi del regno in genere). Naturalmente il salterio testimonia anche la crisi cui andò soggetta questa speranza, pur non venendo mai meno (Sal 137). – Il salterio esprime anche (ma in minor misura) la speranza direttamente individuale, personale. Il Salmista, in forza dell’Alleanza cui partecipa, desidera ed attende fiducioso da Dio la salute, la pace, la liberazione dai mali e dai nemici, ecc. Anche qui ci sono dei segni della purificazione di questa speranza: dai beni prettamente materiali, talvolta si passa alla speranza del perdono dei peccati, della continua amicizia con Dio, di Dio stesso e solo di lui (Sal 16 e 73, anche il 51). A questi passi in avanti avrebbe contribuito la progredita teologia della retribuzione e dell’al di là. E anche in questo campo i Salmi testimoniano la crisi della speranza, nelle pagine che sembrano disperate ma non lo sono, perché mai i1Salmista perde la sua confidenza e viva attesa di Dio.

5. NUCLEO DEL MESSAGGIO DIVINO DEI SALMI 

5. 1. Nobiltà e grandezza dell’uomo

Nel salterio è tracciato il quadro più impressionante della nobiltà e grandezza umana (Sl 8).

L’uomo in confronto con l’universo è infinitamente piccolo, ma ha avuto il privilegio di essere stato creato ad immagine di Dio, cioè dotato di coscienza e vita interiore. Nella misura in cui questa vita interiore è vissuta in sintonia con Dio, l’uomo diventa come Dio, figlio di Dio. Così in virtù della sua intima nobiltà, l’uomo riceve da Dio grandezza e potere, viene elevato al di sopra dell’universo e costituito sovrano.

5. 2. Significato e superamento della fragilità umana

L’uomo è sovrano dell’universo, però, lasciato a se stesso, ancora non è tutto e non può tutto (Sl 38, 6-7).

In lui la somiglianza con Dio può venir deturpata dal peccato: egli è concepito e generato nel peccato (Sl 50, 7) e la sua congenita debolezza può tradirlo ad ogni passo (Sl 18, 12-13). Quando, amareggiato e confuso, l’uomo riconosce i suoi torti, che l’hanno reso sgradito a Dio, egli ritrova se stesso, la sua originale nobiltà e la serenità perduta nell’invocazione della misericordia del Padre celeste e nel perdono che ne riceve (Sl 6; 31; 37; 50; 101; 129; 142). Come se non bastassero i pesi individuali, gli stessi uomini si ostinano a rendere la vita insopportabile e amara ai loro simili: soprusi, violenze materiali e morali, raggiri, maldicenze, calunnie, stringono l’uomo semplice e retto in una morsa mortale che lo soffocherebbe se egli non sapesse che al Signore non sfugge nulla e che si mette al suo fianco per difenderlo (Sl 9, 10-11).

5. 3. I Salmi imprecatori

Si ritengono imprecatori quei Salmi o parte di Salmi, il cui contenuto è dato da invettive, proteste e suppliche contro i nemici, che possono sconcertare la nostra sensibilità: 

Sl 5,11;  10,15;  18,38-43; 31,18-19,  35,1-10.22-26;  52;  54,7;  58,7-12;  59,12-16;  69,23-29;  79,12;  83,10-19;  104,35; 109,6-20;  125,5;  137,7-9;  139,19-22; 140, 10-12. 

NB: In questa sezione i Salmi seguono la numerazione ebraica.

Nel salterio ci sono Salmi (cf. Sl 58; 83; 109) e versetti imprecatori. Sono originati dal fatto che molto spesso il salmista si trova stretto in una morsa di ostilità. Quando è sazio di patire e la vita rasenta l’abisso (Sl 88, 4), quando Dio dà a mangiare “pane di lacrime” (Sl 80, 6) e il silenzio di Dio diventa insopportabile, allora reagisce quasi sempre guidato da un istinto di vendetta, allora l’amarezza della desolazione strappa alle labbra dell’oppresso che prega parole crude e pesanti invettive, cioè “imprecazioni”. Con espressioni appassionate chiede a Dio che annienti i nemici, che siano consegnati alla spada, gettati in pasto alle fiere, che i loro figli siano fracassati contro le pietre; si vanta di odiare i suoi avversari «con odio perfetto», ecc. 

In realtà però non cerca la vendetta personale né il male dell’oppressore, ma mette la sua causa nelle mani della giustizia divina, spaventa 1’oppressore, perché riveda le sue posizioni; con la minaccia dei castighi di Dio oltraggiato nell’oppresso, lo aggredisce mediante la previsione di danni sensibili e gravi, perché si sottragga alla passione e non si lasci vincere dal male.

I Salmi imprecatori sono nient’altro che un grido di speranza nella protezione divina che s’innalza dalle tenebre della desolazione del cuore dei poveri, degli oppressi, dei giusti perseguitati di fronte al male operante nella storia. Un grido senza reticenze, ma nel quale ciascuno di noi può riconoscere se stesso. 

Possiamo dire, per tanto, che i Salmi imprecatori, anche se furono scritti durante l’infanzia della religione, e quindi risentono dell’ambiente religioso-morale ancora molto imperfetto e troppo umano del Vecchio Testamento, tuttavia testimoniano dei sentimenti non disprezzabili:

  • La giusta punizione dei malvagi è demandata a Dio, perché l’uomo non può darsi salvezza e il trionfo non viene dalle armi e dalla forza umana.
  • L’appassionata invocazione di essa è l’espressione del dramma dei poveri di fronte al trionfo degli empi: le mani dei poveri sono vuote, essi non hanno rifugio se non in Dio solo ed è lui che invocano per essere liberati dall’oppressore, dal potente, dal persecutore.
  • Essa era anche l’espressione dell’amore dei “poveri” per Dio e per il suo popolo, perché il trionfo degli empi era visto come il trionfo dei nemici di Dio e dell’Alleanza.
  • Essa era pure espressione della vivissima speranza dei “poveri” in Dio e nella sua giustizia-fedeltà.

Sul labbro dei cristiani, questi Salmi possono esprimere ancora, con l’animo ardente dei “poveri di Jahvè”, l’invocazione e l’attesa del trionfo finale di Dio sul male, su satana, sulle potenze nemiche di Dio, di Cristo, della Chiesa e del singolo.

In particolare questi Salmi sono l’occasione di meditare sulla morte del giusto, dell’innocente, Gesù Cristo. Senza il loro riferimento all’Alleanza, i Salmi imprecatori sono solo grida di vendetta; ma situati nel contesto dell’evento cristiano sono l’espressione dell’odio di Dio nei confronti del male e del suo amore per noi nello scandalo della Croce. La vendetta di Dio contro i suoi nemici ha obbedito alla logica di Dio che è logica di amore, cioè la logica del Mistero Pasquale: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Gesù: ecco la vendetta di Dio.

A livello più strettamente personale si può fare una trasposizione simbolica, trasferendo questi sentimenti a certi concetti come l’egoismo, l’orgoglio, il peccato…, i quali non cessano di essere creature vive, presenti nella vita di ciascuno di noi.

Le note anteriori sono completate dalle osservazioni di Tiziano Lorenzin:

«I poveri ricorrono al Signore perché impegnati in una lotta in cui, se lasciati a se stessi, non hanno alcuna possibilità di successo. Le forze del male, incarnate dai nemici personali, dai popoli vicini, dagli oppressori e dagli elementi del cosmo, si scatenano nella loro vita privata e in quella della comunità, e hanno il sopravvento. Contro l’aggressione dei nemici Israele ha una sola arma, la preghiera. L’espressione spesso usata di « Salmi imprecatori » non è esatta, perché quelle che vengono chiamate impropriamente « imprecazioni» sono in realtà auguri e invocazioni rivolti direttamente a Dio, in un linguaggio passionale, non teologico, perché metta fine all’azione persecutoria dei nemici. È Dio il vero destinatario dell’aggressione dei nemici ed è la sua alleanza ad essere contestata. Se Israele non viene salvato e i nemici puniti di fronte a tutti, è messa in pericolo la fede del popolo. Egli solo è in grado di stabilire la verità, quando ogni risorsa umana è radicalmente impotente. Perché la verità sia ristabilita è necessaria la punizione dell’empio. 

Invocando da Dio la distruzione del male, l’orante dei Salmi mette in discussione anche se stesso: egli conosce bene come il peccato si annidi anche nel profondo del suo cuore. Egli, perciò, con queste preghiere chiede anche di essere liberato dalle proprie dimensioni di ingiustizia e di infedeltà. Confessa la propria impotenza a salvarsi, ma anche lascia che sia Dio a compiere liberamente la vendetta come lui vuole. E Dio è il misericordioso e compassionevole (rahûm wehannûn): distrugge il male in modo sorprendente, con la misericordia. La rivelazione definitiva di questo tipo di «vendetta divina» si ha nel Nuovo Testamento con l’invio del Figlio di Dio, che annienta il nemico con la sua morte e la sua risurrezione. Pregare questi Salmi significa aver capito che la vita è seria e che uno solo è in grado di salvarla. Sono quindi una pressante invocazione affinché venga il Regno di Dio sulla terra». 

5. 4 II vero successo umano

Dio creò l’uomo per la felicità e l’uomo lo cerca senza mai fermarsi. Il suo sforzo però sarà vano, se non lo cerca seguendo la via segnatagli dal creatore. Questa via è il gusto per la legge del Signore (Sl 1, 11). L’uomo timorato di Dio vive sereno e gode della confidenza del suo Dio (Sl 24, 13ss). La legge espressione della volontà di amore di Dio, è garanzia della felicità temporale ed eterna (Sl 118), purché la sua osservanza non sia soltanto esteriore, ma trovi rispondenza nell’intimo del cuore (Sl 50, 18ss; 68, 31-32). Una famiglia docile alla divina volontà è una famiglia serena (Sl 127); le città e i popoli vivranno concordi e in pace se porranno alla base della loro convivenza i progetti del Signore.

La fedeltà alla legge e alla Provvidenza divina può essere scossa dallo spettacolo del prevalere degli spregiudicati.

Se questo è vero, non è meno vero che la potenza e la sapienza divina hanno in loro potere il bene per premiarlo e il male per castigarlo (Sl 35; 36; 38; 48; 72). È vero che senza legge possono sembrare felici qui sulla terra, malgrado la loro empietà, ma il tempo della prosperità è come la vita: un soffio; anche sulla terra Dio non lascia i giusti senza consolazione e soprattutto senza merito, riservandosi di colmarli di beatitudine nel godimento della sua presenza (Sl 36, 1-11.7).

6. LA GIORNATA DELL’ORANTE NEL SALTERIO 

NB: In questa sezione, la numerazione seguita è quella ebraica.

Tre momenti scandiscono i ritmi interni del salterio. La notte è il regno in cui il giusto nella sua ascesi affronta, fino al martirio, l’iniquità dell’empio. Il giudizio di Dio segna la fine della notte e ristabilisce l’ordine reale del mondo. La via della luce trionfa, infine, nella gloria del regno messianico. Questi tre temi governano la composizione del libro e si ritrovano in ciascun canto e ci descrivono le due vie, il loro scontro mistico, il giudizio che le separa e che assicura il trionfo della giustizia sull’iniquità, della via della morte.

André Chouraqui individua nei 5 libri del salterio l’intera giornata dell’orante:

  1. La notte (1-41): l’accento viene posto sui dolori: l’empio tortura e calpesta senza che nessuno lo fermi. In questa notte c’è, comunque, qualche schiarita (19 e 30). Il libro si chiude presso il giaciglio dove il giusto sta per morire. I Salmi 1 e 2 rappresentano la chiave dove sono introdotti i temi delle due vie, la rivolta delle nazioni contro Dio e la vittoria dell’eletto. Nei Salmi dal 3 all’8 vengono sviluppati questi temi.
  2. Il mattino (42-72): è la tappa dell’aurora, dopo una notte dura. L’orante non è ancora in piena comunione con Dio; infatti, nonostante la luce del mattino, l’orante si ritrova ancora solo. La preghiera del mattino è la richiesta di essere ricreati. I toni sono più sereni; non c’è più il tema della guerra contro l’empio ma quello degli esili dell’anima. Nei Salmi 43-46-47-48-57-65-66-67-72 vediamo che la notte si rischiara, il tono si eleva e c’è una gioia più costante; nel 53-58-64 torna il tema della via dell’empio; nel 54-55-56-59-60 vengono descritti gli attacchi che il giusto subisce; il 69 descrive la sofferenza del giusto, il 70 l’attesa ansiosa, il 71 è una preghiera perché il Regno arrivi e il 72 una visione del regno messianico. 
  3. Mezzogiorno (73-89): è l’ora della tentazione, la tentazione di diventare empio, di diventare come gli altri. L’orante è tormentato dal pensiero che Dio non agisce, che Dio tolleri l’empio. Il giusto invoca il giudizio ma l’infedeltà d’Israele lo ritarda. Il Salmo 73 rappresenta la lotta contro la tentazione. Tentazione che verrà superata; i Salmi 74-79-83 parlano dell’accumulo di rovine; i Salmi 65-76-80-82-84-85-86 sono un’invocazione del giudizio. Il Salmo 78 è il centro del salterio dove viene descritto il cammino d’Israele; l’88 parla dell’agonia del giusto e l’89 del ricordo delle promesse fatte a Davide, della dignità del messia e della sua sofferenza.
  4. La sera (90-106): sembra superato il tempo dei sacrifici e si penetra nella gioia del Signore. Il 4° libro è un canto di allegrezza con qualche squarcio straziante, dove l’orante prega affinché abbia fine la lacerazione e giunga il tempo della lode perfetta. I Salmi dal 90 al 101 cantano la gloria di Dio, la giustizia del suo giudizio, il valore espiatorio della sofferenza, la liberazione cosmica, la giustizia che ha vinto il male e il pastore in mezzo al suo gregge.
  5. Il nuovo mattino (107-150): è la tappa della maturazione. I temi sono i seguenti:
  • 107-109: tema della liberazione dei giusti, cantato da coloro che hanno oltrepassato il punto di inversione della luce;
  • 110-112: eterno sacerdozio del messia;
  • 113-118: grande Hallel: esplosione di allegrezza;
  • 119: spiega i motivi di questa allegrezza;
  • 120-134: Canti della salita: shirè hama ’alot; 
  • 135-138: grandezza di Dio vincitore degli idoli; 
  • 139: grido di odio verso coloro che odiano;
  • 140-144: appelli alla grazia e alla giustizia di Dio;
  • 145-150: lode cosmica.