José Tolentino Mendonça

Uno dei verbi più utilizzati in tutta la Bibbia è “ascoltare”. Fin dall’inizio, il Popolo di Dio pensò se stesso come comunità di ascolto. Se c’è una rappresentazione che esprime con fedeltà ciò che il Popolo di Dio fa quando si raduna o quando cammina lungo la storia, è quella permessa dal verbo ascoltare. Organizziamo il tempo come un ambiente abitabile; impariamo ad aprire il cuore come se questo fosse il nostro udito principale; disponiamo il corpo individuale, e quel corpo collettivo che è la comunità, a ricevere la parola; ci uniamo gli uni agli altri in un’assemblea eterogenea, ma fraterna, per vivere l’ascolto.
Noi abbiamo sperimentato la venuta di Dio attraverso una Parola, che ci richiede un ascolto totale e impegnativo. Ma sappiamo che quella dell’ascolto è un’arte su cui occorre lavorare. «Chi ha orecchi, ascolti!», insisteva Gesù, ricordandoci così che l’ascolto non è automatico: esige la mobilitazione delle nostre forze più vitali. Per ascoltare dovremo ancora, forse, ammutolire il vocio indistinto che ci cattura, azzittire il rumore, far tacere le resistenze interiori che sono spesso un guscio che blinda la vita e non permettono alla bellezza della Parola di rivelarsi. Mi sorprendo talora a interrogarmi se, come dice la Lettera agli Ebrei (4,12), la Parola mi sia già penetrata fino alle giunture e alle midolla, fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito.

Avvenire 26 aprile 2019