José Tolentino Mendonça

Con la sua vita e la sua morte, Gesù scese ad abbracciare tutti i silenzi, anche quelli abissali, anche quelli più lontani, e ha così ridetto la vita come possibilità di salvezza. Egli abbracciò il silenzio dei nostri vicoli ciechi, di quello che in noi, o di noi, viene omesso; il silenzio in cui le nostre forze collassano e ci lasciano in balia della paura e dell’ombra che ci assediano; quell’impreciso e intimo silenzio che a noi pare, così tante volte, irresolubile: il silenzio di questa inquieta indefinizione che siamo noi, tra il già e il non ancora. Egli abbracciò questo tempo impastato di sconfitte e speranze, questo tempo che fa male come la spina che rimane dopo che la rosa è stata mozzata, questo nostro tempo caratterizzato da tempeste che ci abbaiano furibonde e da naufragi che ci investono, pronti a farci a pezzi. Abbracciò il silenzio della vita nuda, vulnerabile, indifesa o ferita, la vita che nessuna città accoglie, la vita bloccata dal filo spinato delle frontiere, impietosamente votata allo scarto.
Egli abbracciò il silenzio di tutte le vittime della storia, il silenzio terrificante dell’ingiustizia, la lama cieca della violenza, il grido senza voce degli esclusi, l’azzittimento dei poveri, l’ultimo sguardo, immenso e silenzioso, che gettano sulla Terra i giusti. In verità, non c’è nessuno che Gesù non abbia abbracciato. È questa la bellezza di questo silenzio così grande.

Avvenire 20 aprile 2019