Un ritratto della religiosa uccisa da un gruppo armato nel racconto di don Silvano Daldosso, della missione confinante: “Le parole ricorrenti per lei erano popolo e gente”

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano
7 settembre 2022
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“La conoscevo bene suor Maria, eravamo in missioni confinanti, ci si incontrava di frequente. Insomma, in tutti questi anni si è condiviso molto”. Don Silvano Daldosso, non è senza sofferenza che parla di suor Maria De Coppi, l’84enne comboniana uccisa la notte tra il 6 ed il 7 settembre nella missione di Chipene, nella provincia di Nampula, nel nord del Mozambico. Don Silvano, missionario “fidei donum” veronese, da un mese e mezzo è rientrato in Italia, dopo 12 anni in Mozambico, nella missione di Pemba, nello stesso distretto di suor Maria, ad una settantina di chilometri dalla missione della religiosa uccisa. Ad essersi salvati sono stati due sacerdoti fidei donum della diocesi di Concordia-Pordenone, don Loris Vignandel e don Lorenzo Barro.

Una suora conosciuta e benvoluta da tutti

Una tragedia inaspettata che ha colpito una suora che dal 1963 era missionaria in Mozambico. Una donna, la descrive don Silvano, “innamorata della sua stessa vocazione, del consegnarsi a Dio attraverso il servizio ai più poveri agli ultimi, una donna che era innamorata del luogo in cui viveva, dell’ambiente, della gente, perché le parole che spesso ricorrevano nel suo parlare erano proprio: popolo e gente, popolo e gente”. Suor Maria, nei suoi 60 anni in Mozambico, aveva vissuto i momenti più delicati, più belli, ma anche più drammatici e pericolosi di questo Paese, come l’indipendenza e i 17 anni di guerra con un milione di morti, condividendo tutto con le persone. Una donna conosciuta e anche benvoluta, che è stata barbaramente assassinata, per motivi, ritiene don Silvano, che “non sono sicuramente legati alla sua persona, non credo che lei abbia dato fastidio a nessuno; anzi, appunto, era una donna conosciuta e rispettata della gente, era benvoluta”.

La ricchezza del gas e la povertà del popolo

Nella provincia di Nampula, come in quella di Cabo Delgado, operano gruppi jihadisti, con una potenza di fuoco importante e non è che in “Mozambico le armi crescano sugli alberi, il Mozambico non le produce, quindi sono importate da qualcuno”. Di qui la convinzione del religioso, così come di molti altri, che i gruppi rispondano ad una regia esterna, che intende destabilizzare il Paese, il nord soprattutto, per ragioni meramente economiche legate all’estrazione del gas. Certamente non è l’unica causa a provocare questa violenza, prosegue il missionario, “c’è anche il malcontento verso un governo che si è dimenticato di questa zona che è tra le più povere del Paese, ci sono poi difficoltà legate all’ambito culturale e sociale”.

Nessuna matrice religiosa

Per il missionario è quindi da escludere la matrice religiosa, nonostante gli attacchi siano attribuiti agli jihadisti di al-Shabaab, ma “impropriamente” per don Silvano, poiché “sembra più una branca autonoma, una branca che si è staccata, che in questo momento ha come obiettivo destabilizzare il nord del Paese”. Non ci sarebbe motivo religioso, quindi per don Silvano, anche perché, conclude, “in Mozambico la convivenza tra i musulmani, i cristiani e le altre religioni presenti è sempre stata pacifica, fino a questo momento, e sappiamo che questi atti di violenza non sono appoggiati, ma rifiutati e condannati anche da parte islamica”.