Perle di saggezza e spiritualità

L’ARTE DI SCAVARE I POZZI
Genesi 26, 18-22

Isacco tornò a scavare i pozzi d’acqua, che avevano scavati i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano turati dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle e vi trovarono un pozzo di acqua viva. Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo:”L’acqua è nostra!” Allora egli chiamò Esech il pozzo, perché quelli avevano litigato con lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli lo chiamò Sitna. Allora si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobot e disse:”Ora il Signore ci ha dato spazio libero perché noi prosperiamo nel paese”.

Il Capitolo 26 è l’unico che ci riporta parole di Dio rivolte direttamente ad Isacco. Si apre col tema della carestia, che come già avvenne per Abramo, spinge Isacco ad abbandonare il luogo dove abitava (nei pressi del pozzo di Lacai Roi: “Pozzo del vivente che mi vede”, luogo in cui Agar, scacciata da Sara, fu benedetta da Dio ed invitata a tornare presso Abramo Gn 16, 5-13). Durante questo viaggio, Isacco diventerà scavatore di pozzi.

Il tema della ricerca dell’acqua, del pozzo come luogo in cui si incontra la propria sposa e con essa l’amore assoluto e fedele, è nella letteratura patriarcale simbolo della ricerca spirituale dell’uomo e dell’incontro di Dio con il suo popolo. Abramo aveva scavato pozzi, ma essi furono coperti dai Filistei (che in questo racconto rappresentano gli ostacoli che l’uomo incontra nella sua ricerca di Dio e nel conseguimento perfetto della sua volontà). Isacco tornò quindi a scavare pozzi, e li chiamò con gli stessi nomi usati da suo Padre, per compiere rettamente le opere del Padre. La ricerca dell’acqua è la ricerca della verità, che è Dio stesso.

I nomi dati ai pozzi testimoniano quanto sia faticoso questo pellegrinaggio, ma non privo di gratificazioni. I primi due pozzi: Eseq e Sitna, ossia lite e ostilità sembrano vanificare l’opera di Dio e costringono l’uomo in situazioni disperate, senza apparente via d’uscita. Ma improvvisamente il terzo pozzo scavato, chiamato Rehobot, ampiezza, porta alla scoperta dell’acqua, così che Isacco pronunciò una benedizione in uso ancora oggi tra le popolazioni arabe:”Ora il Signore ci ha dato uno spazio libero!” (Gn 26,22). Gli arabi, quando si incontrano si salutano dicendo:”Allah ti renda spazioso!” cioè dilati i tuoi beni e i tuoi orizzonti di vita.

Quando si scava un pozzo, trovando l’acqua, essa lo riempie lentamente. Simbolicamente, una volta iniziato il lavoro su se stessi, scavando nell’intimità della propria anima, la presenza divina è propensa a rivelarsi e a “colmare” spontaneamente la nostra intera coscienza. E quando il Signore riempirà fino all’ultima stilla del nostro essere, saremo trasfigurati nella Sua Eterna Presenza e vorremo che la nostra volontà sia la Sua, che la Sua verità sia la nostra.

La benedizione che si riferisce ad un luogo spazioso si ritrova soprattutto nel libro dei Salmi, mentre il pozzo richiama quello di Giacobbe, presso il quale la Samaritana incontra Gesù, simbolo di acqua viva, e allo stesso tempo promessa che l’acqua dello Spirito sgorgherà viva dal suo seno nel cuore dei credenti, sorgente scaturita dalla Croce. Dietro l’esperienza di Isacco, si scorge il volto del Figlio di Dio, che avendo accolto l’ignominia della croce ha aperto per tutti l’orizzonte infinito della vita eterna. Lo spazio libero scoperto a Rehobot apre ad Isacco la strada fino a Bersabea, luogo in cui risuona la voce di Dio, per Isacco, la seconda ed ultima benedizione divina ricevuta nella sua vita. La prima dal contenuto simile insieme all’ingiunzione di non andare in Egitto, inizio della carestia (Gn 26,2-5) “Di là andò a Bersabea. E in quella notte gli apparve il Signore e disse: Io sono il Dio di Abramo, tuo padre non temere perché io sono con te. Ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza per amore di Abramo mio servo” Allora egli costruì il quel luogo un altare e invocò il nome del Signore, lì piantò una tenda. E i servi di Isacco scavarono un pozzo “ (Gn 26, 23-25)

Questo è l’ultimo pozzo scavato da Isacco, pozzo che sigilla la fine di un itinerario spirituale, che vede dissolvere i nemici. Infatti, nel giorno in cui aveva stipulato un patto di pace con il capo dei Filistei “arrivarono i servi di Isacco a dirgli: Abbiamo trovato l’acqua. Allora egli lo chiamò Sibea: per questo la città si chiama Bersabea fino ad oggi” (Gn 26.32-33) Sibea viene spiegato come giuramento o abbondanza. Il rimando alla storia e alla vicenda spirituale di Abramo è costante. Bersabea è il luogo in cui Abramo soggiornò, qui il Signore appare ad Isacco riconfermando l’alleanza per amore di Abramo. Isacco passa nella storia come testimone silenzioso dell’Alleanza del padre, testimone dell’amore fedele di Dio, che entrato nelle pieghe della storia umana la conduce alla sua pienezza.

Poiché la crisi dei pozzi d’acqua dura da parecchio tempo, Isacco pensa di essere in dovere di riprendere i pozzi scavati dal padre Abramo, in rispetto della sua memoria e dei suoi sforzi, conservarli con cura e ripulirli. Erano stati soprattutto i filistei a rovinarli, ma nonostante la loro evidente e minacciosa ostilità, Isacco riprende il lavoro e cerca nuovi pozzi. Tuttavia tutto quello che si trova in quel posto, compreso nel sottosuolo viene rivendicato dai Filistei, pastori di Gerar. Viene costretto allora a cercare altrove, ai bordi del deserto, dove mai era apparsa acqua. I conflitti continuano: i nomi Sitna ed Esech (attribuiti ai pozzi trovati) sono come due ferite, cicatrici che provocano ancora dolore, segnano una tappa di passaggio, al solo evocare danno sofferenza, perché richiamano liti, insicurezza e provvisorietà.

Viene scavato un altro pozzo, più lontano dalle zone frequentate, il pozzo è chiamato Recobòt (spazi ampi), qui finalmente non c’è più conflitto, né incertezza, durante la notte la benedizione viene riconfermata con la comparsa di un altare e una preghiera. Isacco esercitando l’arte di scavare pozzi nel deserto, rischiando di non trovare nulla, si è sentito vero erede del padre, non semplicemente ripercorrendo i sentieri già tracciati da Abramo, ma scoprendone di nuovi dopo tensioni e fatica. Grazie alla sua capacità di superare gli ostacoli, anche Abimelech, Acuzzat e Picol si convincono a cambiare atteggiamento, e cercano quindi la sua amicizia, sancendo un patto sacro, in cui è stabilita la pace. Isacco ha ottenuto questa stabilità con la sua tenacia ed il coraggio di inoltrarsi nel deserto sconosciuto. Non si è piegato nella dignità, ha cercato autonomia sulla frontiera disabitata, ha trovato acqua e spazio, libertà ed infine anche riconoscimento definitivo, con la benedizione divina.

Il racconto termina con la notizia di una nuova sorgente di acqua, ma nonostante la pacificazione con i vicini, Isacco non si ferma e continua ad esercitare l’arte di scavare i pozzi, proprio come aveva fatto il padre Abramo. Continua ad esplorare, vuole vivere con slancio e laboriosità. Anche se non ci sono più conflitti, la necessità di provvedere all’acqua permane e la vita continua con le sue quotidiane esigenze. Isacco non si sente arrivato, ma spinto sempre alla ricerca. Attraverso duri sacrifici ha compreso la sua vera identità, la quale non consiste nel possesso materiale dei pozzi, ma nell’arte di scavare i pozzi. Esercitandosi ad esplorare, a migrare, Isacco diventa adulto, riconosciuto nella sua autonomia. “E’ troppo vasto il cuore umano, le cose piccole vi fluttuano, solo le cose grandi vi si depongono eleggendovi la propria dimora. Vi è in esso un vuoto che aspira ad essere colmato e un’attesa che reclama una Presenza” (Blaise Pascal)

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Maria Carmela Ocds
http://www.passinelcarmelo.it