Vita ecclesiale

Il prossimo 4 settembre, alle 10.30, Francesco presiederà la celebrazione eucaristica durante la quale sarà proclamato beato Papa Giovanni Paolo I. Sarà presente a Roma anche Candela Giarda, la ragazza argentina la cui guarigione è stato il miracolo attribuito all’intercessione di Giovanni Paolo I. Quando Stefania Falasca, giornalista, vicepostulatrice della causa di Albino Luciani, ha presentato la documentazione al Papa, nel dicembre scorso, il commento di Francesco è stato emblematico: «Giovanni Paolo I non sarà più il “cenerentolo” dei Papi del Novecento». Parole che la dicono lunga su come sia stata sottovalutata l’importanza di Luciani.  «Non è stato una meteora. Ha portato avanti la Chiesa nel solco di una tradizione antica», spiega Falasca. In altre parole, «ha saputo sintetizzare sacro e profano, un modo di trasmettere la fede che lo rende unico, nella fedeltà alla dottrina». 


Sono bastati trentatré giorni ad Albino Luciani, eletto vescovo di Roma il 26 agosto 1978, per lasciare la sua impronta nella Chiesa e additare lo stesso cammino tracciato dai Papi del concilio, Giovanni XXIII e Paolo VI, dei quali aveva scelto di portare con il nome lo stile. E con la morte improvvisa di Giovanni Paolo I la sera del 28 settembre si chiudeva un ventennio che si potrebbe definire trittico dell’umiltà, formato da Angelo Giuseppe Roncalli, che divenne Papa il 28 ottobre 1958, da Giovanni Battista Montini, eletto il 21 giugno 1963, e infine, per poco più di un mese, quasi un supplemento d’anima, da Luciani.

Davvero un inno all’umiltà, che resta. «La Chiesa, in questo sforzo comune di responsabilizzazione e di risposte ai problemi lancinanti del momento, è chiamata a dare al mondo quel “supplemento d’anima” che da tante parti si invoca e che solo può assicurare la salvezza». Nelle parole pronunciate da Luciani il 27 agosto, all’indomani dell’elezione, riecheggia l’incipit della costituzione dogmatica conciliare Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» ed è per questo che «la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia».
Le condizioni dell’uomo d’oggi sono invariate: gioie e tristezze, speranza e angoscia; le risposte della comunità dei credenti, della Chiesa, le medesime: dare al mondo quel supplemento d’anima a cui allude il Papa. A questo è chiamata la Chiesa, e il mondo «questo attende da essa, avendo raggiunto un crinale oltre cui c’è la vertigine dell’abisso». La tentazione è infatti quella di sempre: «Sostituirsi a Dio con l’autonoma decisione che prescinde dalle leggi morali».

Ecco i pericoli e le conseguenze individuate da Giovanni Paolo I, ma al contempo gli ambiti umani entro i quali i cristiani possono e devono dare il loro supplemento d’anima. Anch’egli elenca le tragiche conclusioni della rimozione di Dio: «Porta l’uomo moderno al rischio di ridurre la terra a un deserto, la persona a un automa, la convivenza fraterna a una collettivizzazione pianificata, introducendo non di rado la morte là dove invece Dio vuole la vita».

Il creato, la vita umana, la famiglia, la società sono ancor oggi questioninon solo irrisolte, ma ancora più critiche. Alla Chiesa spetta il compito di rianimare, illuminare, formare le coscienze sui principi fondamentali che garantiscono una civiltà vera e una fratellanza reale fra i popoli: rispetto del prossimo, della sua vita e dignità, sollecitudine per il progresso spirituale e sociale, «pazienza e volontà di riconciliazione nell’edificazione tanto vulnerabile della pace», dice il nuovo Papa il 31 agosto ai membri del corpo diplomatico.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto scrisse Terenzio. Certo, non ci sono soluzioni facili per problemi difficili, «non abbiamo soluzioni miracolose per i grandi problemi mondiali», ma la comunità cristiana ha una sua dote particolare, anzi «veramente preziosa» dice il Pontefice il 4 settembre: «Uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella della carità universale e dell’apertura ai valori trascendenti, vale a dire l’apertura a Dio. Proveremo a svolgere questo servizio con un linguaggio semplice, chiaro, fiducioso».

Questi i termini del supplemento d’anima che la Chiesa e ogni fedele hanno l’obbligo di portare in ogni ambito d’azione; specialmente nella famiglia, «Chiesa domestica» (Lumen gentium, 11). La famiglia, nonostante i venti contrari, resta una comunità d’amore e l’amore coniugale genera nuova vita ed è il riflesso dell’amore di Dio. Compito della Chiesa è dunque sostenere e tutelare la famiglia, fortificandola «nella fedeltà alla legge di Dio e della Chiesa. Non dobbiamo avere alcun timore nel proclamare le esigenze del mondo di Dio, perché Cristo è con noi e dice oggi come allora: Chi ascolta voi, ascolta me».

Fondamentale dunque è «l’indissolubilità del matrimonio cristiano; anche se questa parte del nostro messaggio è difficile, dobbiamo proclamarla con convinzione, perché è parola di Dio e mistero della fede. Ma, allo stesso tempo, siamo vicini al nostro popolo, ai suoi problemi e alle sue difficoltà. Deve sempre sapere che noi lo amiamo», dice il Papa a un gruppo di vescovi statunitensi il 21 settembre. Ripartire dalla famiglia: questo è «l’ordine di precedenza dei nostri compiti» e «la santità della famiglia cristiana è certamente il mezzo più idoneo a produrre quel sereno rinnovamento della Chiesa che il concilio così ardentemente auspica», si dovesse pure andare contro corrente ed essere una voce minoritaria.

Papa Luciani nella sua umanità era conscio che non è facile coniugare libertà e autorità: il cavallo della pagina di Giobbe «che salta come una cavalletta e sbuffa» e il cavaliere «prudente, che monta il cavallo e, ora con la voce soave, ora lavorando saggiamente di speroni, di morso e di frustino, lo stimola, oppure ne modera la corsa impetuosa, lo frena e lo trattiene», come dice durante la presa di possesso della basilica di San Giovanni in Laterano il 23 settembre. La condizione indispensabile di questo accordo sta nel seguire la parola e la legge di Dio, secondo la quale «non si può fare del bene a qualcuno, se prima non gli si vuole bene». Sta in questa semplicità di cuore e di servizio il supplemento d’anima di Albino Luciani.

di Vincenzo Bertolone (Arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace)
Fonte: L’Osservatore Romano, 26 agosto 2014
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