Forte: Martini un uomo di Dio, timido ma capace di incontrare l’altro

L’arcivescovo di Chieti Vasto rievoca la sua amicizia, con il cardinale di Milano, morto 10 anni fa, di cui fu tra gli estensori di molte Lettere pastorali. «Recitò con me il suo ultimo Padre Nostro»

Filippo Rizzi
31 agosto 2022
Avvenire

L’intervista sul cardinale Carlo Maria Martini, a dieci anni dalla scomparsa, all’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte

«Quale immagine del cardinal Martini mi porto nel cuore? Certamente l’austerità e il sorriso del pastore consapevole delle sue grandi responsabilità, al tempo stesso timido e largamente umano. Era un uomo capace, da grande successore di sant’Ambrogio quale è stato, di muoversi fra la terra e il cielo. Soprattutto era un uomo semplice e vero, capace di riso e di sorriso, dal cuore tenero perché innamorato di Dio. Lo ricordo ancora come un timido che vinceva sé stesso per fare spazio a ogni altro».
È il ritratto che affiora dalla mente dell’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte nel rievocare, a dieci anni dalla scomparsa, l’arcivescovo emerito di Milano il cardinale Carlo Maria Martini. Era infatti il 31 agosto di dieci anni fa, un venerdì, quando nella residenza dei gesuiti l’Aloisianum di Gallarate, si spegneva a 85 anni, dopo una lunga malattia, il cardinale Carlo Maria Martini: il gesuita che aveva guidato l’arcidiocesi di Milano per 22 anni e tre mesi (1980-2002). Gli stessi, amava ripetere, di sant’Ambrogio.

Eccellenza, lei ha predicato gli ultimi Esercizi Spirituali a Giovanni Paolo II nel 2004, come è accaduto, quasi in “parallelo”, al giovane padre Martini, molti anni prima nel 1978 con Paolo VI (anche in quel caso gli ultimi Esercizi a papa Montini nel febbraio di quell’anno): è un particolare singolare per le vostre due biografie. Quasi un passaggio di testimone tra un biblista e un teologo di formazione. Come nacque la sua amicizia e frequentazione con il cardinal Martini? Pochi sanno che lei fu uno dei suoi principali collaboratori, dall’inizio degli anni ’80, nell’estensione delle sue Lettere Pastorali. Ci può spiegare il senso di questa amicizia e di questa collaborazione?

Tutto nacque da una lettera che con sorpresa ricevetti dall’arcivescovo di Milano, da poco nominato in quella Sede, in cui mi diceva che il suo prezioso collaboratore monsignor Renato Corti (futuro vescovo di Novara e cardinale) gli aveva suggerito di leggere il mio libro Gesù di Nazaret, storia di Dio, Dio della storia, lettura che lo aveva affascinato e che gli aveva fatto nascere il desiderio di conoscermi e di scambiare con me qualche idea sulla teologia e sulla Chiesa di quegli anni. Alla prima occasione andai a fargli visita a Milano e rimasi colpito dalla sua accoglienza, dalla semplicità del suo stile di vita e dalla franchezza con cui poneva domande e faceva osservazioni. Mi chiese se ero disposto a condividere di quando in quando qualche giorno con lui per preparare le sue lettere alla diocesi. Un confronto al di fuori dell’ambiente diocesano, aggiungeva, lo avrebbe aiutato a mantenere un orizzonte vasto e a porsi domande che non sempre venivano dall’ordinarietà della sua vita di pastore. Rimasi stupito e accettai con fiducia…

A dieci anni di distanza dalla morte del Porporato lei spesso ha detto che per capirlo nel profondo bisogna partire prima di tutto dal suo Dna di gesuita, dagli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio, dall’importanza che ebbe per lui la parola discernimento o ancora come direbbe Iñigo dalla “riverenza”. Ci può spiegare il perché?

Fui io a chiedere una volta al Cardinale quale elemento della spiritualità ignaziana lo avesse più ispirato. Senza esitazione mi rispose: l’atteggiamento della reverencia. È questo un termine che si trova nel «Principio e fondamento» degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola: «L’uomo è creato per lodare, riverire (hacer reverencia) e servire Dio nostro Signore» (n. 23). La parola reverencia potrebbe tradursi con «rispetto», ed è certamente così che Martini la viveva: rispetto davanti al Dio da adorare e amare, rispetto davanti a ognuna delle sue creature, anche la più piccola. A volte questo profondo rispetto dell’altro era scambiato per timidezza, ma in realtà esprimeva la statura spirituale di un gigante della fede e della carità, che non esitava a farsi piccolo davanti all’altro per accogliere il dono che in ognuno viene a offrirci lo stesso Signore della vita e della storia.

Fra i dialoghi più vivi che Lei intrattenne con Martini ci fu quello attorno a una delle sue grandi intuizioni: la Cattedra dei non credenti. Perché quell’intuizione, a suo giudizio, fu e forse lo è ancora così feconda e geniale?

Eravamo a Napoli, ospiti di una comunità di religiose a Posillipo, a lavorare a una delle lettere pastorali. Passeggiavamo sulla terrazza, contemplando lo splendido golfo davanti a noi e discutevamo dell’importanza di dialogare con tutti, in ascolto di tutti. Fu allora che il cardinale mi disse: «Sarebbe importante capire che cosa pensa di Dio un non credente». E a me venne spontaneo replicare: «Mettere un non credente in cattedra per comprenderne le ragioni e stimolare la nostra fede con i suoi interrogativi?». «Sì», fu la replica. «Ci vorrebbe una “cattedra del non credente”…».

Martini è stato definito dal suo coetaneo, in un certo senso “professore” come lui e oggi papa emerito Benedetto XVI, un «maestro della lectio divina». Francesco, suo confratello gesuita, lo ha descritto come un «padre per tutta la Chiesa». A suo giudizio che lascito ed eredità spirituale consegna alla Chiesa italiana e non solo questa grande figura di biblista?

Non esiterei a cogliere tre grandi lasciti del cardinal Martini alla Chiesa tutta: in primo luogo, l’amore alla Parola di Dio e la centralità da dare ad essa con l’esercizio della “lectio divina”, personale e comunitaria; quindi la promozione e la cura della comunione ecclesiale, basata sul rispetto, l’ascolto e il dialogo con tutti; e, infine, la simpatia e l’attenzione verso ogni espressione dell’esperienza umana, anche quelle apparentemente più lontane dalla fede, nella certezza che il “cuore inquieto” di cui parla sant’Agostino ci accomuna tutti.

Per molti il Porporato gesuita è stato percepito come un maestro della fede e un uomo attentissimo ad «ascoltare le ragioni dell’altro». Lei spesso ha detto che per capirlo nel profondo, per entrare nelle chiavi ermeneutiche del lessico martiniano, bisogna passare da due gesuiti teologi a lui molto cari: Karl Rahner e Bernard Lonergan. Ci può spiegare il perché?

Di Karl Rahner Martini apprezzava il dialogo sincero con la modernità e la capacità di esercitarlo ricorrendo anche a strutture di pensiero classiche, come ad esempio l’idea di potentia oboedentialis, di predisposizione all’ascolto riverente dell’Assoluto di Dio che c’è in ogni cuore. Lonergan, poi, lo affascinava per il metodo che proponeva al pensiero, sintetizzato nel triplice passaggio: «capire il testo, giudicare della correttezza della propria intelligenza del testo, esprimere quella che si giudica essere l’intelligenza corretta di esso» (Il metodo in teologia, Brescia 1975, 173). In altre parole, si trattava di applicare a ogni situazione il discernimento, nella triplice tappa del “vedere, giudicare, agire” …

Sognava di morire a Gerusalemme e di essere sepolto accanto alla tomba di un gesuita e maestro di Sacra Scrittura, a lui molto caro, come Donatien Mollat. Come padre Martini ha vissuto questa rinuncia a non chiudere la sua esistenza in Terra Santa?

Da una parte, le condizioni di salute non gli consentirono di restare a Gerusalemme: aveva bisogno di cure e di medici che lo conoscevano e che erano in Italia. Dall’altra, Martini è stato sempre docile ai segni di Dio e ha obbedito ad essi con fede semplice e totale…

Il 30 agosto del 2012, alla vigilia della sua morte avvenuta il giorno successivo, lei ha incontrato, all’Aloisianum di Gallarate, Carlo Maria Martini. Con lui, secondo le testimonianze del suo segretario don Damiano Modena, che aveva fatto con lei un dottorato sul pensiero del gesuita biblista torinese e che proprio lei aveva presentato al cardinale, ha recitato il suo ultimo Padre Nostro. Che ricordi ed emozioni le ha lasciato quel particolare saluto di congedo con il suo amico?

Gli avevo scritto una lettera per dirgli grazie di tutto e gliela lessi. Poi gli presi la mano e gli chiesi di pregare il Padre nostro insieme: accennò di sì con la testa. Iniziò a muovere le labbra, mentre gli stringevo la mano… Fu l’ultimo Padre nostro della sua vita, nell’atto di abbandonarsi totalmente a Dio e in Lui. Per me fu una grande grazia aver pregato con Lui la preghiera del Signore in quegli ultimi momenti della sua vita: fu come un pegno della comunione orante che continua a esserci fra noi e con cui certamente il cardinal Martini accompagna la Chiesa di Milano e la Chiesa intera.