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RITROVARE SE STESSI
Card. Martini
3. IL PECCATO (3)

L’idolatria ieri e oggi

Etimologicamente idolatria vuol dire culto degli idoli, adorazione di oggetti fabbricati dall’uomo, che hanno un significato religioso, oggetti che possono raffigurare un uomo, una donna oppure anche un animale (serpente, vitello, aquila…). A essi si presta onore, si attribuiscono poteri divini, magici, superiori, si prestano riverenza e adorazione offrendo sacrifici.

Non è facile capire perché l’uomo si comporta così: dovremmo entrare in discussioni complesse di antropologia e di psicologia religiosa.

– La motivazione più immediata, che forse valeva per gli antichi, va cercata nel fatto che pensavano a una forza misteriosa insita in determinati oggetti.

– Probabilmente però c’era dell’altro: pensavano a una forza divina della persona o della realtà raffigurata. Non possiamo quindi vedere l’idolatra sempre come qualcuno che scambia l’oggetto per Dio; piuttosto, egli crede nel suo riferimento a una personalità divina oppure a una forza astrale, mitica.

Anche l’idolo può avere un valore relativo e perciò la sua adorazione può indicare un certo atto religioso verso ciò che l’uomo non riesce bene a immaginare. Chi onora l’idolo può voler onorare in un segno visibile una forza divina invisibile. Era questo che intendevano fare gli Ebrei costruendosi nel deserto il vitello d’oro: non pensavano di sostituire a JHWH un altro dio, bensì di rendergli culto in maniera tangibile, di avere un simbolo della potenza propria di JHWH che li aveva condotti fuori dall’Egitto.

– Naturalmente pure in tal caso, che è quello più genuinamente religioso di idolatria, ci si potrebbe chiedere: la forza divina a cui si vuole rendere culto è una forza veramente trascendente oppure è una idealizzazione di una realtà umana? Se gli Ebrei nel deserto avevano quasi certamente la volontà di adorare JHWH, nei culti di Baal, invece, veniva adorata la forza della fecondità, della natura con i suoi cicli riproduttivi di morte e di vita, di vita che nasce dalla morte, della primavera che nasce dall’inverno. Gli adoratori di Baal esprimevano un senso religioso di riverenza e di dipendenza verso le grandi forze che reggono il mondo: l’amore, il sesso, la natura, la fertilità.

È dunque difficile entrare a fondo nei meandri del cuore umano.

Comunque noi sappiamo che la Scrittura è contrarissima a ogni atteggiamento che risenta anche minimamente di idolatria. La Bibbia non ammette che si riduca la divinità a qualcosa di umano, di tangibile, nemmeno se si tratta di un simbolo, di un riferimento a una realtà più alta.

Qualcuno si stupirà della rigidità della sacra Scrittura. Se si pensa, infatti, ad altre religioni, potrebbe sembrare legittimo esprimere un certo valore religioso attraverso degli oggetti, almeno come tentativo di affermare un Essere supremo che bisogna adorare. Come mai, quindi, l’idolatria viene rigettata anche nelle sue forme più spirituali, più alte?

La ragione, a mio avviso, la troviamo nella definizione che il profeta Elia dà di sé: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto» (1 Re 17, 1). Per la vita del Signore, «Vivit Dominus», secondo la versione latina. Questa è la chiave per capire la lotta di Elia contro gli idoli e la lotta della Bibbia contro tutto ciò che, sia pur minimamente, appare come idolatria. JHWH è un Dio vivo.

Nel contesto che ci interessa, significa che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Ecco l’enorme differenza tra la concezione del vero Dio e ogni altra forma di religiosità. Perché l’idolo, anche se con esso si intende personificare e venerare la giustizia, la verità, la santità, non è ancora il Dio imprevedibile, il Dio vivo. L’idolo è sempre, in qualche modo, controllato dall’uomo che può prevederne le esigenze e che, avendo una sua idea della giustizia, della santità, della verità, può tenerlo, in certo senso, in mano.

Invece JHWH è libero, non si lascia disporre dalla sua creatura, non si lascia incapsulare nei nostri ragionamenti e nelle nostre previsioni. Noi non sappiamo come Dio si comporterà perché è una personalità vivente e trascendente; da lui tutto dipende e non deve rendere conto a nessuno. Al contrario, come dicevo sopra, un valore umano personificato rende conto a me del concetto che io ho di lui e posso, se voglio, esorcizzarlo. JHWH agisce come vuole, si rende presente come e dove vuole, non è un principio astratto, ma ama, suscita e distrugge, premia e castiga, eleva e abbassa, e lui solo sa il perché.

Questo è il Dio vivo, e perciò la Bibbia non ammette che si possa restringerlo in una rappresentazione, in un concetto, neppure in una definizione perché è «Colui che è» (cfr. Esodo 3, 14), si rende cioè presente dove e come vuole, agisce dove e come vuole, ama l’uomo perché lo vuole amare e lo salva nel modo che lui sa.

In fondo, il nome di Elia è la sintesi di quanto andiamo dicendo: «Il mio Dio è JHWH», il mio Dio non me lo sono immaginato io, non me lo sono costruito, magari con la mia ragione, con la mia filosofia, con la mia concettualizzazione; JHWH è lui, l’imprevedibile, il Dio che mi coinvolge, che mi attrae.

Ai nostri giorni vi sono molte forme di superstizione che ricordano quelle del passato; tanta gente usa i talismani, gli amuleti, la divinazione, le carte, gli oroscopi. Ma possiamo affermare che nel nostro mondo occidentale l’idolatria non ha nulla a che fare con l’antica idolatria.

Molti hanno una certa idea di un Essere superiore, e non sono così numerosi come si potrebbe credere gli atei convinti, razionali. Anche le statistiche religiose riferiscono che persone non credenti nel Dio della Chiesa cattolica sono pensose sul tema dell’aldilà.

Tuttavia pochi, forse, pur tra i battezzati, sono giunti alla conoscenza del Dio vivo, così come ce la presenta la Scrittura e come ce la presenta Gesù. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo.

La riprova che non sempre abbiamo la giusta idea di Dio è che talvolta siamo delusi: mi aspettavo questo, mi immaginavo che Dio si comportasse così, e invece mi sono sbagliato. In tal modo ripercorriamo il sentiero dell’idolatria, volendo che il Signore agisca secondo l’immagine che ci siamo fatta di lui.

È soltanto nella rivelazione della Scrittura, che ha il suo culmine in Gesù, che noi possiamo conoscere il Dio vivo, Colui che né la carne né il sangue ci rivelano, né i ragionamenti, né le abitudini, né le deduzioni della nostra mente. Certo, noi possiamo giungere a dire che c’è qualcuno al di là di noi, al di là di tutto, ma non lo riteniamo mai così superiore a noi da poterci «deludere» e sorprendere. Istintivamente lo riduciamo alla nostra misura, mentre l’adorazione del Dio vivo, l’adorazione dello zelo forte, instancabile, ardente fino alla crudeltà, di Elia è per il Dio a cui nessuno può dire nulla, che è al di là di ogni immagine e pensiero nostro, che si rivela per amore e con amore sconvolge sempre e ancora una volta le idee umane. Tutto il vangelo è una manifestazione della fatica compiuta dagli uomini per accettare il Dio di Gesù, a cominciare dagli apostoli, perché lo attendevano diverso. E quando il Dio di Gesù annuncia che si rivelerà nella croce, si scandalizzano accorgendosi che non è il Dio che pensavano.

Quali sono gli idoli che ci impediscono la conoscenza del Dio vivo? Sono tanti, personali e sociali.

Personali: l’orgoglio, l’ambizione, tutte le pretese che mi porto dentro.

E poi sociali, esterni a me e che tuttavia mi impediscono la conoscenza del Dio vivo: gli idola tribus, gli idola fori, gli idola theatri. Nel linguaggio moderno: la razza, la cultura di una gente, che in parte è un valore e in parte può imprigionare la mentalità mettendo gli uni contro gli altri; la paura di ciò che pensa la gente, dell’opinione pubblica, lo stare sempre soltanto a ciò che è la media del pensiero comune; infine, gli idola theatri, tutto ciò che mi rende schiavo delle attese altrui. Si tratta di piccoli idoli, come quelli che le mogli dei patriarchi si portavano dietro, nascosti, per non perdere del tutto il loro legame col passato. Piccoli idoli sono i legami alle opinioni, alle abitudini degli altri, alle false abitudini della cultura, che alla fine mi tolgono la libertà e la purità del cuore.

L’idolatria nel Nuovo Testamento non è necessariamente adorazione di idoli; è piuttosto l’adorazione del successo, del godimento, del denaro, del potere a ogni costo. Le grandi città moderne sono mosse da questi “dèi”. E un atteggiamento speculare all’abbandono di Dio: rifiutare Dio come Signore è in pari tempo riconoscere come signori della propria vita il potere politico, mondano, la ricchezza.

Da una simile idolatria nasce la disumanità, il non commuoversi per le sofferenze dell’altro, l’usare dell’altro, l’opprimere e disprezzare i poveri. Pensiamo a come la gente si sdegna di fronte alla violenza, all’oppressione, all’ingiustizia. Anche la cultura laica coglie nella disumanità il volto più comprensibile del peccato.

Tuttavia la città secolare spesso non si rende conto che il disprezzo del fratello, l’odio per l’altro, hanno come radice l’idolatria, cioè l’adorazione di sé, del proprio progetto, l’adorazione del denaro e del successo.

Se non si comprende che è male la corsa all’autonomia, al piacere sfrenato, alla droga, alla ricchezza, alla carriera, al potere, se non si coglie come, da tutto questo, derivi una tremenda disumanità, non si porrà mai fine all’oppressione e alle sofferenze di milioni e milioni di persone.

Oggi poi c’è un fatto nuovo della storia umana.

La libertà è un valore assolutamente richiesto dalla dignità della persona umana. La suprema dignità della persona umana è nel suo essere e nella sua vocazione ineliminabile; nasce da uno speciale intervento di Dio, causa prima e principale dell’essere dell’uomo; si manifesta partecipando, in modi differenti e misteriosi, alla sovranità del Creatore sulle cose; si esprime nella propria capacità di relazione, di amore con Dio e con gli altri. Ed è nella libertà che l’uomo può volgersi al bene.

Ma fino a che punto può giungere l’innata libertà del soggetto umano, fino a che punto può esprimersi?

Il fatto nuovo della storia umana è la crescita a dismisura del senso della libertà: libertà dai condizionamenti naturali e biologici, libertà dalle leggi e dalle consuetudini. Mai l’uomo ha avuto tanta libertà, mai è stato più emancipato e disancorato da forme di riferimento che apparivano ovvie, obbliganti, scontate, evidenti. Le norme, le regole, le tradizioni, le convenzioni di riferimento sono attualmente un valore relativo, non un assoluto; valgono nella misura in cui sono contrattabili in virtù di un utile, di un fine; tutto è negoziabile e opinabile, tutto può essere scelto, purché ci sia una ragione contingente.

D’altra parte dobbiamo constatare che, con il crescere tumultuoso del senso prepotente della libertà (che avvince i ragazzi, i giovani, la gente semplice dei paesi e dei luoghi più remoti attraverso i messaggi che giungono soprattutto dalla televisione, tesi a convincere che l’impossibile di oggi sarà possibile domani), la stessa libertà non è mai stata tanto manipolabile. I grandi strumenti del consenso sociale l’addormentano o la guidano mediante la tecnica applicata al controllo della vita delle persone, mediante i mezzi informatici che permettono di seguire la gente anche negli atti più semplici dell’ambito privato. Tale controllo evidenzia come la libertà cui l’uomo è assurto non è mai stata tanto grande e insieme tanto fragile.

Sullo sfondo di questo quadro possiamo vedere le ripercussioni, in un certo senso l’esito di quei rapporti armonici infranti – dell’uomo con Dio, con i fratelli, con la terra – di cui abbiamo letto nei racconti della Genesi.

Idolatria è oggi ogni separazione arbitraria tra libertà e verità per costruire ideali assoluti (o nella linea della libertà o nella linea della verità) a cui sacrificare l’equilibrio delicato dell’esistenza creata. Non bastano ad esempio gli appelli etici per fermare le sperimentazioni nel campo genetico e le pressioni che da molti vengono fatte per la libertà giuridica di uccidere vite umane a partire dalla fase del concepimento fino all’eutanasia o dolce morte. Siamo di fronte a prospettive inquietanti e da affrontare con risposte pertinenti e globali, smascherando le idolatrie che nascondono e lasciando emergere quelle istanze di verità e di responsabilità a cui esse fanno appello.

È quindi urgente e necessario cogliere il fascino ingannatore di questo idolo primario del nostro tempo, che è il culto sovrano della libertà fine a se stessa. Solo l’annuncio del Vangelo va al cuore della libertà e la restituisce alla sua verità e pienezza.