Formazione Permanente – italiano 2022
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RITROVARE SE STESSI
Card. Martini
3. IL PECCATO (2)

La vastità del regno del male

Alla luce dei racconti biblici e delle riflessioni a cui ci inducono, può sorprendere la domanda che spesso fa la gente: ma da che cosa ci ha salvati il Signore? che bisogno abbiamo di essere salvati?

E alla risposta: ci ha liberati dal male, dalla schiavitù del peccato, obietta: ma che cos’è il male, che cos’è concretamente il peccato?

Credo che la coscienza di essere salvati diventi in noi reale allorché ci rendiamo conto della vastità del regno del male. In altre parole, ne cogliamo le risonanze quando sperimentiamo da che cosa siamo stati salvati e continuiamo a esserlo, quando cl accorgiamo di come e quanto operano in noi, in me, le forze di schiavitù, di demolizione, di annientamento interiore, di deprivazione degli orizzonti.

Camminando verso la maturità umana, avvertiamo che in noi e attorno a noi ci sono forme di distruzione sempre all’opera, sperimentiamo che l’egoismo prevale sull’altruismo, che l’orgoglio è avido di potere e di successo, che la smania di protagonismo corrode il cuore, che la fragilità umana è in se stessa insuperabile; allora intuiamo l’assoluta necessità di una salvezza dall’alto.

Anche camminando sulle strade del Vangelo, avvertiamo il peso della nostra debolezza, l’inconsistenza dei nostri propositi, l’incapacità a programmare le nostre giornate come desidereremmo, percepiamo con forza la grandezza dell’amore di Dio che solo ci salva dalla nostra dispersione.

San Paolo ha mirabilmente descritto, con toni accorati, l’invincibilità del male che è in noi, in ciascuno di noi:

«Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. lo non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. lo so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Romani 7, 14-19).

Si tratta di un’impotenza umana storica: l’uomo desidera il bene e però si accorge di non realizzarlo. Condizionato dalle vicende, dalle tensioni, dalle difficoltà, dalle opposizioni che deve superare, si indurisce e, indurendosi, si rinchiude in sé contro le difficoltà, si rinchiude nel possesso e nell’autodifesa e così rifiuta la dipendenza da Dio, dalla sua Parola, dalla sua misericordia.

Nei casi peggiori, resta travolto e nega la trascendenza di Dio. Nei casi migliori, arriva a vivere il dualismo per cui nei momenti buoni gli sembra di essere teso all’ascolto della Parola, ma poi, nell’incalzare delle circostanze, specialmente avverse – delusioni, amarezze, torti che subisce e che ha voglia di ritorcere – si difende a ogni costo, si oppone agli altri e, soprattutto, non fa più riferimento alla Parola di Dio.

Paolo ha toccato con quel «peccato che abita in me» la profonda miseria dell’uomo, difficile a capirsi, e tuttavia sperimentabile negli effetti, nelle conseguenze, nelle situazioni storiche.

Per comprendere ancor meglio da che cosa il Signore ci ha salvati e ci salva, occorre tenere presenti alcune realtà incombenti su di noi.

I peccati personali

La prima realtà incombente sono i nostri peccati personali, le nostre fragilità psichiche e morali, la nostra pigrizia, invidia, ambizione, vanità, sensualità.

Scrive in proposito l’apostolo Paolo:

«Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi. le compie non erediterà il regno di Dio» (Galati 5, 19-21).

Siamo al livello dei peccati singoli, personali: è un elenco impressionante dei quattordici atteggiamenti negativi dell’uomo, che Paolo trae dall’esperienza sua e del suo tempo. Una visuale molto realistica e insieme pessimistica dell’uomo che si muove nell’ambito dei propri interessi.

Un altro testo di Paolo riprende questo quadro con nuove pennellate, facendo una lista di ventuno atteggiamenti negativi:

«Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, d’omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Romani 1, 28-31).

È una descrizione che sembra persino retorica tanto è gonfiata nelle parole.

L’Apostolo sa benissimo come ciò che descrive abbia radice anche in lui, secondo la parola di Gesù nel vangelo di Marco: «Dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (7,21-23). Non soltanto dal cuore di un uomo che per caso è nato in una situazione disgraziata, drammatica, ma dal cuore di ogni uomo.

La stoltezza è propria di chi fa dei progetti senza Dio, dei progetti sicuri, tranquilli, nei quali può navigare bene, senza pensare come egli è un fuscello nella storia e basta un niente per travolgerlo.

La superbia è affine alla stoltezza: è la pretesa di salvarsi da soli, di conquistare la libertà vera con i propri sforzi, rifiutando di fare i conti con Dio.

La calunnia è la conseguenza del fatto che non riusciamo a sopportare il bene del prossimo, per cui. proviamo il bisogno di distruggere almeno un poco l’altro mediante qualche piccola frecciata, qualche accenno conflittuale che ristabilisce, a nostro parere, la nostra integrità.

I peccati personali toccano tutti noi e li percepiamo nei loro effetti di ingiustizie, di divisioni, di rivalità; sono in noi con le loro radici nelle propensioni negative che abbiamo e da cui non possiamo liberarci da soli.

Sapere che sono dentro di noi ci spinge a prenderle sul serio e a riflettervi con attenzione. Pensiamo per esempio all’invidia, tema ricorrente sia nella lista di Paolo (Romani 1, 29) sia in quella di Gesù (Marco 7,22).

Clemente Romano scrive che Paolo è stato ucciso per invidia: non è stata la persecuzione, la cattiveria dei pagani, ma l’invidia di alcuni che, essendo suoi rivali, lo hanno denunciato. Ciò vuol dire che la comunità cristiana era soggetta a dissensi, rivalità, divisioni, fazioni che a un certo punto si avvalevano dei pagani per le proprie manovre e le proprie vendette. C’era certamente l’autorità pagana che portava avanti la persecuzione ma non sarebbe arrivata a tanto, nei riguardi di Paolo, se i cristiani fossero stati più uniti.

La stessa morte di Pietro viene attribuita a invidia, a delazioni e a spinte venute dall’interno del gruppo dei credenti giudeo-cristiani, o di gruppi rivali.

Se pensiamo ad altre parole di quella lista della Lettera di Paolo ai Romani – diffamatori e maldicenti -, ci accorgiamo che spesso lo siamo anche noi nel modo di parlare degli altri.

Ciò che più colpisce è che Paolo, seguendo l’insegnamento di Gesù, considera il peccato fondamentale che sta alla base di tutti gli altri: «Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia di un’intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno» (Romani 1, 28).

L’intelligenza depravata riguarda il cuore, perché ciò che viene meno è l’intelligenza del cuore, ossia la capacità orientativa dell’uomo di vedere tutte le realtà nella globalità del disegno di Dio.

Ci sono in noi delle forze dispersive e distruttive e, al fondo di tali inclinazioni, c’è una radicale diffidenza di Dio, una resistenza ad accettare una visione della vita subordinata al primato, all’iniziativa di Dio. È importante capire questo per riconoscere la peccaminosità dell’uomo. I più grandi santi si dicevano e si sentivano peccatori, perché avevano compreso bene tale insegnamento.

E chiaro che le forze dispersive non sempre operano in maniera palese, per vari motivi – spesso è semplicemente la pressione sociale che inibisce -. A volte emergono delle tragedie che erano state represse per tanto tempo e che circostanze drammatiche fanno venire fuori improvvisamente, rivelando che cosa c’era nel cuore dell’uomo.

È il peccato che veramente ha bisogno di essere curato nell’uomo, affinché sia curata la radice delle opere della carne. Ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia non sono semplici fragilità e debolezze, ma derivano da Un’origine più profonda.

I peccati strutturali e sociali

La seconda realtà incombente ,è quella del male presente nella società e nella storia. E importante ampliare la riflessione ai tanti peccati strutturali e sociali che gravano su di noi.

I peccati strutturali e sociali non sono evidentemente soltanto la somma dei peccati personali, delle malizie individuali, bensì quelli inseriti nei sistemi di vita, nella mentalità, nelle idee ricevute. È un modo di essere e di vivere che la sacra Scrittura chiama “mondo” in senso negativo, in cui, al di là delle belle parole, prevale il tornaconto, il bisogno di sopraffare altri, di contrattaccare, di sottomettere.

Non possiamo negare che la condizione umana sia molto drammatica; è una condizione conflittuale a cui non sfuggiamo. Quando esaminiamo la storia del passato e ci meravigliamo che si siano compiute alcune scelte, anche nella storia della Chiesa – come la tortura e la guerra -, dovremmo comprendere che quella gente viveva secondo idee ricevute. Era praticamente impossibile sottrarsi a una mentalità che poteva portare a commettere ingiustizie.

Ogni uomo, ogni donna è condizionata dai mali sociali. E quando ci rendiamo conto dei legami e delle schiavitù di peccato nelle quali viviamo e di far parte di un mondo ingiusto, violento, cattivo, che ci fa corresponsabili almeno psicologicamente di situazioni ripugnanti, comprendiamo da che cosa dobbiamo essere salvati.

Pensiamo, per esempio, al male che si è manifestato nelle grandi guerre mondiali, nell’antisemitismo, nei lager, nella morte di milioni e milioni di ebrei, una morte senza ragione, senza senso. Questo è il peso del peccato che incombe su di noi, un peso che grava ancora nel presente per ciò che accade in Bosnia, in Burundi, in Rwanda, in tante altre parti del mondo dove centinaia di migliaia di innocenti muoiono, dove le persone sono trascinate a diventare crudeli, violente, sono costrette a uccidere.

La salvezza che Dio offre all’uomo è il ritrovare, nella pienezza dell’incontro con Cristo, la potenzialità di quell’apertura originaria, voluta da Dio, che crea la mentalità del bene, la cultura positiva.

A proposito del peccato strutturale e del modo con cui ci avvolge, troviamo un esempio nella vita di Gesù. E l’episodio che prelude alla passione:

«Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono tra di loro: “Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!”. Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: “Lascia tela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona”» (Marco 14) 3-6).

Si tratta di un giudizio su un’azione particolare. Gesù e la donna si trovano soli e coloro che li circondano, agendo per motivi istintivi, condannano quel gesto, non lo sanno capire. È un caso tipico della forza della mentalità che si comunica dall’uno all’altro e non permette l’apertura alla verità di un gesto che ha un significato profetico. Agendo con le convinzioni ordinarie, con quello che sembra il comune buon senso, tutti si mettono contro Gesù che rimane solo.

È vero che i peccati sociali e strutturali non possono essere imputati a noi dal punto di vista morale, e tuttavia sono parte della nostra schiavitù. L’uomo è incapace di creare un ordine sociale giusto, dove non ci siano la fame, la povertà, la miseria, le sopraffazioni. Nemmeno le organizzazioni internazionali create per sovvenire ai bisogni dei più deboli riescono a operare in modo che il bene di alcuni non sia il male di altri. E così la storia dell’umanità va avanti di peccato in peccato, di guerra in guerra, di oppressione in oppressione.

Forse ci toglierebbe il fiato la percezione lucida, chiara, del negativo che incombe su di noi collettivamente e il Signore, nella sua infinita bontà, permette che ci pensiamo poco; comunque, allorché vi riflettiamo, sale spontaneo dal cuore il grido: “Salvaci, Signore, dona al mondo la tua salvezza”.

I peccati collettivi razionalizzati

Non è ancora tutto. Ai peccati personali e alle nostre fragilità psichiche e morali, ai peccati sociali e alle ingiustizie con cui ogni uomo è connivente per il solo fatto di esserci, va aggiunta una terza realtà: il peso dei peccati collettivi assurti a dottrina. Sono ideologie, filosofie, devianze delle religioni, filoni culturali di ogni tipo, che chiamano bene il male e lo razionalizzano, lo giustificano conferendogli durata e persistenza. Di qui nascono le catastrofi che rovesciano le società e sconvolgono periodicamente il corso della storia. Possono assumere l’aspetto di una catastrofe lenta, quasi una peste che a poco a poco distrugge dall’interno una civiltà. Non si tratta semplicemente di strutture organizzate di male, di peccato, ma di strutture di pensiero che producono male.

Ci troviamo davanti a una realtà diabolica proprio in quanto il male viene considerato bene per ragioni di stato, di interessi economici; tali deviazioni sociali confondono la mente, annebbiano la vista, impediscono di giudicare rettamente.

La salvezza di Dio, il suo farci passare indenni attraverso questo immenso oceano di male è un miracolo, equivale a essere chiamati, come Lazzaro, fuori dalla tomba, a uscire, come gli Ebrei, dall’Egitto guadando il Mar Rosso.