Formazione Permanente – italiano 2022
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RITROVARE SE STESSI
Card. Martini

2. ASCOLTO E PREGHIERA

La preghiera dell’essere

È necessario avere della preghiera una visione ampia, totale e inesauribile: la preghiera è una realtà di cui nessun uomo ha scrutato i confini; è un’ esperienza di cui nessun uomo ha varcato le ultime soglie. Siamo sempre in cammino, e più si va avanti più si scoprono orizzonti, più si cammina e più si avanza.

La preghiera, infatti, è essenzialmente un mistero e, come tale, viene da Dio creatore del cielo e della terra. Così ci spiega la bellissima esclamazione di sant’Agostino: «Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te».

Da quando l’uomo è apparso sulla terra è incominciata la storia della preghiera; uomini e donne di diverse religioni si sono rivolti e si rivolgono in preghiera all’Essere supremo a cui danno nomi diversi. La preghiera è la risposta immediata che sale dal cuore della persona umana quando si mette di fronte alla verità dell’essere.

Questo può avvenire in molti modi. Per qualcuno può essere un paesaggio di montagna, un momento di solitudine nel bosco, l’ascolto di una musica che fa dimenticare la realtà che ci circonda, che ci libera dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, dalle cose che ci sollecitano continuamente; allora facciamo un respiro un po’ più ampio del solito, avvertiamo qualcosa di indefinibile che ci muove dentro, ci sentiamo pienamente noi stessi e, quasi istintivamente, eleviamo una preghiera: Grazie, mio Dio.

Ciascuno di noi, penso, ha sperimentato nella propria vita l’uno o l’altro di questi momenti. Forse in una serie di circostanze felici si è trovato a esprimere il ringraziamento a Dio traendolo dal fondo del proprio essere: è la preghiera naturale, la preghiera dell’essere.

Ogni nostra educazione alla preghiera parte quindi da un semplicissimo principio: l’uomo che vive a fondo l’autenticità del suo esistere, prova spontaneamente l’esigenza di esprimersi attraverso delle parole, mute o pronunciate, rivolgendosi a Colui che l’ha creato. Sta a noi cercare di favorire quelle condizioni che ci mettono in stato di autenticità, di cercare dentro di noi la voce misteriosa di Dio per ascoltarla e risponderle, di ravvivare il senso di gratitudine per il dono della vita, della creazione, di quanto di bello e di buono esiste nel mondo.

Non sarebbe giusto trascurare l’educazione alla preghiera dell’essere, perché questa ci aiuta a comprendere che la preghiera è una realtà misteriosa, ma facilissima, che nasce «dalla bocca e dal cuore dei lattanti» (cfr. Salmo 8,3), che sgorga quando la persona – il bambino, l’adolescente, il giovane, l’adulto, l’anziano – si pone di fronte a sé in condizioni di distensione, di calma, di serenità, di pace.

Silenzio e ascolto

Il silenzio e l’ascolto sono due premesse che ci consentono di entrare nella preghiera.

Il silenzio aiuta infatti a mettere a tacere la nostra fantasia, il nostro essere, ad azzerare tutto ciò che può disturbare. Occorre entrare nella preghiera come poveri, non come abbienti, riconoscendo di non essere capaci di pregare. Un silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare.

L’uomo che ha estromesso dai suoi pensieri – secondo i dettami della cultura dominante – il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui, che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. Ogni rumore, per quanto tormentoso e ossessivo, gli riesce più gradito; ogni parola, anche la più insipida, è liberatrice da un incubo.

Ricordiamoci però che questo uomo, incapace di silenzio e di affidamento al Mistero, convive in ciascuno di noi, con proporzioni diverse, insieme all’uomo il cui cuore tende e anela all’Invisibile. Ciascuno di noi è esteriormente aggredito da orde di parole, di suoni, di clamori, che assordano il nostro giorno e persino la nostra notte; è insidiato dal multiloquio mondano che con mille futilità ci distrae e ci disperde.

Chi vuole incontrare Dio deve lottare per assicurare al cielo della sua anima quel prodigio di «un silenzio di mezz’ora circa» di cui parla il libro dell’Apocalisse (8, 1).

Allora acquista la capacità dell’ascolto.

L’ascolto è una parola-chiave che caratterizza tutta la tradizione del popolo ebraico: «Ascolta, Israele!».

Considero tuttavia un brano del vangelo di Luca là dove è descritta la capacità di ascolto da parte di Maria di Betania.

Inquadro l’episodio nel suo contesto. Gesù è in viaggio verso Gerusalemme e «mentre erano in cammino, entrò in un villaggio. Una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”» (Luca 10, 38-42).

È un racconto che sottolinea la centralità dell’ascolto: qui dell’ascolto della Parola, in generale dell’ascolto di Dio, dell’ascolto del suo Spirito. E notiamo che il brano segue immediatamente quello del cosiddetto buon samaritano, la parabola narrata da Gesù a chi gli domanda: «Chi è il mio prossimo?». E, alla fine, lo invita ad agire, a muoversi, a operare: «Va’ e fa’ anche tu lo stesso» (cfr. Luca 10, 29-37).

Perché non appaia che il «fare» sia un fare qualunque bensì un «fare» che nasce dal profondo, l’evangelista riporta subito dopo l’episodio dell’ascolto di Maria.

Possiamo dire che si tratta di un unico insegnamento. Il brano del buon samaritano e quello di Maria di Betania che ascolta Gesù, sono volutamente collegati per permetterci di cogliere l’unità del fare e dell’ascoltare. E infatti, nel capitolo 11 al v. 28, Gesù dice: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano». E 1’ascoltare e insieme l’osservare che costituiscono la pienezza dell’uomo.

Maria si siede ai piedi di Gesù, si mette pubblicamente alla sua scuola, ed è facile comprendere lo scandalo, la carica esplosiva di questo gesto di sedersi.

Proviamo a immaginare il mormorio della gente che c’è intorno: «Come, questa donna, invece di stare in cucina, va a scuola di teologia? Ma che cosa pretende? Che cosa crede di essere, che cosa vuole diventare, quali sono le sue ambizioni?». Il nervosismo dell’ambiente sbocca poi nelle parole di Marta.

Nessuno fino ad allora aveva parlato a Maria della bellezza della sua vita, della fortuna della sua condizione. Ascoltando le parole di Gesù si sentiva privilegiata e sentiva che erano importanti per lei, non soltanto in se stesse, e guardandosi dentro, pensava: «Queste parole dicono cose veramente grandi per me, cose a cui non avevo mai pensato, e mi fanno capire qualcosa di me stessa che è magnifico, splendido, semplice».

La ricchezza, il valore nutritivo dell’ascolto di Gesù, che Maria di Betania sta vivendo, è un ascolto che fa fremere, che coinvolge perché mi riguarda, mi spiega. Non è un ascolto passivo, una registrazione annoiata di una lezione. Maria di Betania sta realizzando in questo momento la definizione dell’umano. Che cos’è, infatti, essere uomini o donne? È scoprire il mistero di noi stessi nell’ascolto della Parola di uno, più grande di noi, che avendo fatto il nostro cuore, ce ne rivela i segreti.

Maria, è immagine dell’uomo che si autocomprende, che giunge all’autenticità, alla chiarezza del possesso cognitivo di sé mettendosi in ascolto della parola divina che ci rivela e, nello stesso tempo, ci riempie.

Il mistero dell’ascolto della donna di Betania è dunque una rivelazione – che noi siamo chiamati ad accogliere – della condizione umana. Dall’essere aperti al discorso di Dio, gratuito e benevolo, noi impariamo che siamo ascolto, dono, e ci realizziamo nella gratuità.

Marta, invece, ha perso il senso dell’ascolto e, di conseguenza, il senso del suo affannarsi; è preoccupata, ansiosa, tesa, incerta, impaziente, offensiva, pungente. E immagine di chi vive momenti di timore, di paura senza saper più donare un sorriso e senza sapere quale sia esattamente la sua identità.

Perché è l’ascolto di Dio la roccia della nostra certezza: «Tu, o Dio, roccia della mia salvezza» (Salmo 89) 27). La buona notizia consiste nel fatto che Dio ha una parola per me, e io posso ascoltarla, nel silenzio e nella pace; da tale ascolto sono nutrito, cresco nella fede e mi realizzo come persona; cresco insieme a tanti altri come Chiesa in cammino. E alla Chiesa in ascolto che Gesù dice: «Questa parte migliore non ti sarà mai tolta», attraverso l’affermazione con cui assicura Pietro: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa (la Chiesa)» (Matteo 16, 18). Non prevarranno dal momento che è fondata sulla roccia della Parola e dell’ascolto.

Due momenti privilegiati di incontro con Dio

Un momento privilegiato di incontro con Dio ce lo ha segnalato Gesù stesso: «Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Matteo 6, 6).

Di questo segreto, che è il raccoglimento, facciamo spesso esperienza. Per incontrare Dio, dobbiamo ritirare le nostre forze dentro di noi e concentrarci, sottrarci, per così dire, all’esterno. Concentrazione infatti vuol dire avere un centro unico: se riusciamo a metterci così davanti al Signore, da noi si sprigiona una capacità incredibile. Ci pare persino di essere diversi, con una lucidità e una chiarezza mai sperimentate, e comprendiamo meglio la domanda: «Chi sono io?».

La spiritualità orientale – anche fuori dalla tradizione cristiana – ha trattato ampiamente il tema del raccoglimento. L’immagine che gli orientali usano solitamente per esprimerlo è quella della tigre, o della pantera, che prima di scagliarsi sulla preda si ritrae in se stessa per raccogliere il massimo della forza.

Io mi trovo spesso distratto da visite, udienze, incontri, telefonate, notizie: ma nel momento in cui riesco finalmente a raccogliermi, vedo più chiaramente ciò che Dio vuole da me, ciò che debbo fare, ciò che è veramente importante. E allora riprendo forza.

È un segreto quello del raccoglimento! Ho potuto, ad esempio, vedere che il santo Padre Giovanni Paolo II lo conosce e vive quotidianamente. Durante i viaggi faticosissimi che fa, quando è costretto a parlare continuamente, il Papa riesce sempre a trovare magari soltanto pochi minuti per raccogliersi in silenzio. Pare allora che si distacchi da tutto e da tutti perché rimane immobile, concentrato. Mi è capitato di notarlo mentre eravamo insieme in elicottero. Così pure al mattino, prima di incominciare una giornata intensa e faticosa, si ritira in cappella in assoluto silenzio e resta lì immobile. Credo che proprio per questa sua profonda interiorità egli sia pieno di forza quando parla.

Un secondo momento privilegiato per l’incontro col Signore è quello del dolore e della prova. Tra i moltissimi personaggi testimoni di tale esperienza, presentatici dall’Antico e dal Nuovo Testamento, pensiamo a uno dei primi in ordine cronologico, cioè a Giacobbe. Costretto a scappare di casa, si ritrova solo, non sa chi lo aiuterà e nemmeno quale sarà il suo futuro. L’angoscia e la solitudine lo opprimono, il dolore lo brucia.

A un tratto però intuisce che Dio è con lui e sente la Parola: «lo sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza… Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai» (cfr. Genesi 28, 10-22). Tutto questo accade perché Giacobbe ha compreso il segreto della prova, del dolore e ha saputo vivere il suo momento difficile davanti a Dio.

In genere, quando ci troviamo nelle difficoltà, ci lamentiamo, gridiamo, protestiamo. Se invece riuscissimo a raccoglier ci e a dire: «Signore, perché permetti questo? Che vuoi fare di me? Che cosa intendi fare della mia vita? Qual è la tua Parola su di me?», il nostro orizzonte si rischiarerebbe e sentiremmo che Dio è con noi anche nella prova.

«Chi sei tu, Signore?». «Io sono colui che non ti abbandonerà. Io ti proteggerò dovunque tu andrai».

È la risonanza di questa parola detta a noi, detta a me, che fa superare ogni paura. Allora non c’è più nessuna strada difficile, non c’è più solitudine né sofferenza fisica o morale che non si possano superare: e impariamo a pregare, troviamo il Signore, comprendiamo il nostro cammino.

Vorrei aggiungere che la preghiera, quando sgorga dal profondo del cuore, non solo è un’arma potente affinché si compia in noi e negli altri il disegno d’amore di Dio, la sua volontà salvifica, ma instaura una comunione autentica anche tra persone di fedi diverse. Pensiamo, ad esempio, agli Incontri «Uomini e Religioni» che ormai da anni consentono a rappresentanti di tutte le religioni del mondo di trovarsi insieme a pregare per la pace.

Narra un midrash che «un certo giorno, in una piccola città, nei tempi in cui infuriava la violenza più cieca, i nazisti trucidarono in uno stesso luogo, nella stessa ora, cento ebrei, cento cattolici e cento musulmani. Ogni anno, in quella data ci si ritrova nel luogo dell’eccidio per commemorare l’evento. Il Borgomastro del paese tiene un discorso e tre sacerdoti, da tre diverse parti del campo, pregano in suffragio delle anime delle vittime. Il sacerdote cattolico prega secondo il suo rito, il sacerdote ebreo secondo il suo rito e il sacerdote musulmano secondo il suo rito.

Il saggio e santo Rabbi Meir, che sa tutto ciò che avviene in cielo, racconta che un giorno le trecento anime delle trecento vittime chiesero di presentarsi al Trono celeste. La loro richiesta venne raccolta ed essi si rivolsero così al Santo dei Santi: “Re dei Re, tu sai che noi siamo stati insieme vittime di uno stesso assassino, insieme siamo stati vittime di un’unica violenza e ora, quassù, l’anima di ognuno di noi è strettamente legata all’anima dell’altro. Se gli uomini vogliono ricordare ciò che in quel doloroso giorno avvenne, vogliamo che per noi sia detta un’unica preghiera! Le divisioni e le differenziazioni ancora esistenti sulla Terra, ci offendono e ci rattristano“» (A. Sonnino, Racconti chassidici dei nostri tempi, Assisi/Roma 1978,44).

Aveva detto bene il saggio e santo Rabbi Meir perché la vera preghiera non separa, ma unisce i cuori e opera una reale intesa.

Specificità della preghiera cristiana

È chiamata “cristiana” la preghiera che parte da Gesù Cristo.

Anche se talora può raggiungere delle forme quasi atematiche – Cristo risorto è presente senza che io lo contempli con gli occhi della fantasia -, fondamentalmente la meditazione cristiana è sempre mossa dallo Spirito ed è sempre collegata con Gesù, anzi è partecipazione alla preghiera di Gesù al Padre. Diciamo anzi, giustamente, che il seme della preghiera – poi andrà sviluppato – ci è datò nel sacramento del battesimo che ci rende cristiani.

La preghiera del discepolo di Cristo non è semplicemente la risposta alla realtà dell’essere che mi circonda o alla sensazione di autenticità che a volte sperimento in me: è lo Spirito di Cristo che prega in me. Il cristiano è invitato a cercare dentro di sé la voce dello Spirito che prega, per dargli spazio. Come scrive san Paolo: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili». È lo Spirito che ci permette di gridare «Abbà, Padre!» (Romani 8) 26.15).

E lo scopo, il fine, il culmine della preghiera cristiana ci è indicato da Gesù che, nel momento dell’agonia del Getsémani, dice: «Padre, non la mia, ma la tua volontà sia fatta». Oppure, dalla preghiera di Gesù sulla croce: «Padre, nelle tue mani affido la mia vita e il mio spirito!».

Si prega non nella speranza che Dio si pieghi ai nostri voleri, ma per potere sempre compiere la sua volontà, per consegnarci nelle sue mani con fiducia e con amore. Solo allora la preghiera è davvero espressione di una fede vera, matura.

La preghiera cristiana è quindi dedizione, azione, è l’essere crocifissi con Cristo, donati ai più poveri.

Ho citato san Paolo là dove afferma che noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare e, per questo, dobbiamo aprirei allo Spirito. C’è tuttavia una preghiera, quella insegnataci da Gesù, il “Padre nostro”, che ci rivela come dev’essere ogni nostra preghiera (di lode, di ringraziamento, di supplica, di intercessione).

Il “Padre nostro”

Nel vangelo secondo Luca, gli apostoli chiedono a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni Battista ha insegnato ai suoi discepoli» (Luca 11, 1).

Osserviamo anzitutto che la domanda degli apostoli non nasce all’inizio del loro incontro con Gesù, bensì più tardi, quando si accorgono, quando vedono che Gesù prega, si ritira a pregare.

Analogamente, la nostra domanda sulla preghiera nasce quando vediamo altri pregare intensamente, quando nella preghiera comune ci accorgiamo che intorno a noi c’è una qualità di preghiera che ci affascina e vorremmo fare nostra.

Gesù rispose ai discepoli:

«Quando pregate dite così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male»
(Matteo 6, 9-13).

Preghiera semplicissima, che abbiamo imparato a recitare fin da bambini, eppure ricchissima. In essa c’è la scoperta della parola “Padre”, Dio Padre come nuovo orizzonte della vita. E, dalla scoperta della paternità di Dio, ci porta a comprendere che il “Padre nostro” riassume il progetto di Dio su di noi.

Il testo è diviso chiaramente in due parti. Le parole sono elementari – nome, Regno, sia santificato, volontà, pane, peccati, tentazioni – e nello stesso tempo non sono completamente spiegabili e vanno quindi vissute come mistero.

Per esempio, che cosa significa pane quotidiano? TI termine greco, che traduciamo con “quotidiano”, fa discutere da secoli gli esegeti: c’è chi traduce l’aggettivo con “oggi”, chi con “domani”. Forse il senso più ovvio è, appunto, “quotidiano”, ma non ne abbiamo la certezza filologica.

Così pure è strana l’espressione: “sia santificato il tuo nome”. E, ancora, “non ci indurre in tentazione”, che può essere male interpretata, quasi che sia Dio a indurci in tentazione.

Di fatto, il “Padre nostro” contiene delle affermazioni allusive a tutta la realtà del regno di Dio; recita delle parole che danno una sintesi dell’insegnamento di Gesù e, per comprenderle a fondo, dovremmo rileggere buona parte del vangelo.

A noi, però, preme capire che cosa ha voluto insegnarci Gesù, quali sono i contenuti che Gesù vuole da ogni nostra preghiera.

1. Dire “Padre” non significa fare uno sforzo di immaginazione o avere una certa idea di Dio, bensì entrare nel modo di pregare di Gesù che sempre si rivolge a Dio chiamandolo “Padre”. Vuol dire che l’invocazione “Padre” è l’atmosfera della preghiera, l’orizzonte nel quale la preghiera si compie. Tale orizzonte, che è suo, Gesù ce lo mette nel cuore, ce lo dona, ce lo comunica.

Dire “Padre”, ci rende disponibili, fiduciosi, abbandonati, sicuri di essere ascoltati, ci fa superare paure e incertezze.

Con “venga il tuo Regno” esprimiamo l’augurio, l’ansia per la manifestazione di quella realtà che indichiamo con il nome “Regno” e che può essere espressa in mille altri modi: giustizia, fraternità, trionfo della vita, sconfitta della morte, situazione dove non ci saranno né lacrime né lutti, capacità di conoscerci e di amarci fino in fondo, pienezza del Corpo di Cristo realizzata nella Chiesa, unità vera tra tutti gli uomini e tutti i popoli.

Con questa espressione noi anticipiamo e attendiamo il progetto di Dio nella storia.

Il tuo Regno, non il regno di Dio che io mi immagino, ma quello che il Padre prepara, mi dona, mi mette nelle mani, mi fa realizzare giorno dopo giorno. Il progetto di Dio ha delle caratteristiche di pienezza, assolutezza, purità, chiarezza, luminosità, che possono essere soltanto sue. Noi le intuiamo quando cerchiamo di realizzarle, perché il Regno si concretizza nella figura del nostro progetto umano, nella nostra figura di Chiesa, di rapporti fraterni vissuti nella pienezza evangelica, nella nostra figura di costruzione del mondo nuovo. Ma è il tuo, o Padre! Noi lo accettiamo da te e tu ce lo riveli sempre più grande, sempre più elevato delle nostre richieste umane.

Nella dinamica tra il regno quale progetto che noi costruiamo quotidianamente, e il Regno che Dio ci dà e che è più grande del nostro progetto, la preghiera ci rende attivi. Ci fa disponibili, pronti all’eventuale conflitto che si potrebbe determinare tra il regno come lo vediamo noi e il Regno come Dio ce lo dona nella sua infinita e misteriosa sapienza. E il conflitto che si è realizzato, per esempio, nella preghiera di Gesù al Getsémani: «Padre, non la mia volontà, ma la tua si compia», venga non il mio regno, ma il tuo.

Quindi, l’espressione “venga il tuo Regno” ci forma allo spirito battesimale: con essa entriamo nella realtà vissuta del nostro Battesimo.

2. Ci domandiamo: ma che cosa occorre perché venga il Regno, perché il progetto di Dio si realizzi? che cosa occorre perché tale realizzazione sia efficace e possibile? A ciò risponde la seconda parte della preghiera.

Se avessimo composto noi il “Padre nostro” avremmo certamente scritto una lunga lista di condizioni esterne e interne. Gesù, invece, ne menziona tre.

Perché il Regno si realizzi, abbiamo bisogno di perseverare nell’oggi attraverso il pane quotidiano.

Abbiamo bisogno di molta misericordia e di perdono reciproco, mediante la capacità di accoglierci e il perdono che Dio dà alle nostre continue cadute e incapacità nella realizzazione del Regno.

Abbiamo bisogno del sostegno di Dio per non cedere alla tentazione quando viene la prova e il Regno sembra oscurarsi intorno a noi.

Nella prima parte del “Padre nostro” eravamo descritti come desiderosi anticipatori del Regno: “Venga, sia santificato, sia fatta la sua volontà”; nella seconda parte siamo descritti come poveri pellegrini del Regno.

3. Possiamo paragonare questi momenti della preghiera con i sentimenti che abbiamo nel cuore.

Abbiamo nel cuore, come parola fondamentale rivolta a Dio, l’appellativo di Padre e lo ripetiamo con fiducia, con abbandono, con tenerezza.

Recitando il “Padre nostro” potremmo sostare a lungo su questa semplicissima parola: Padre, come faceva santa Teresa di Gesù Bambino.

Abbiamo nel cuore, come desiderio fondamentale, la pienezza del progetto di Dio a cui la nostra vita è chiamata a dedicarsi, attraverso il Battesimo e la presenza in tutte le realtà di questo mondo, in ogni forma di servizio ai fratelli, alla Chiesa, alla società.

Abbiamo nel cuore un umile sentire di noi che ci fa domandare nella preghiera cose essenziali e adatte alla nostra debolezza.

Uniamoci a tutti i fratelli e le sorelle che, insieme con noi, soffrono particolarmente debolezza e povertà sulla via del Regno. Penso a coloro che sono vittime di violenza, a coloro che hanno una vita anche familiare faticosa, quasi al limite dell’intollerabile, ai numerosi malati. Al bisogno che tanta gente ha del pane quotidiano della speranza, di quel respiro di forza che permette di vivere la giornata accogliendola.

Ci sono poi coloro che mancano della prospettiva del Regno, che non credono a un progetto di Dio nella loro vita e perciò non hanno un futuro, non sanno dove dirigersi, non hanno niente che li attragga o che li spinga a impegnarsi per un domani migliore.

Impariamo a pregare per tutti, preghiamo con tutti, soprattutto con chi incontriamo ogni giorno e che vorremmo fare entrare nel nostro desiderio e, attraverso l’invocazione del Padre, renderli partecipi di questa stupenda preghiera e del senso della paternità di Dio che Gesù ci dona di vivere.

La preghiera del “Padre nostro”, così come abbiamo cercato di comprenderla, ci ha mostrato come dev’essere ogni nostra preghiera.

– Rivolgerci con Gesù, nella grazia dello Spirito, al Padre, offrendogli ciò che siamo, tutta la nostra vita: è ciò che accade nell’Eucaristia in ogni celebrazione liturgica della Chiesa.

– Avere presente il mirabile disegno di salvezza di Dio, disegno nel quale si inserisce la nostra storia personale e che si è rivelato pienamente nel mistero pasquale di Gesù crocifisso e risorto. In tale disegno, la preghiera ha lo scopo, e lo ripeto, di condurci verso la carità operosa, perché Dio è mistero di Amore, di Carità.

– Credere che Dio esaudirà le nostre preghiere se fatte nel nome di Gesù, conformandoci, immedesimandoci nella sua condizione di Figlio e se hanno come richieste, come contenuti, i desideri del Regno, il desiderio di compiere la volontà del Padre, di lasciarci guidare dallo Spirito santo.