Comboni – MCCJ

Formazione Permanente
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EVANGELIZZATI PER EVANGELIZZARE (2)
P. Carmelo Casile

«I missionari hanno un incessante bisogno di essere evangelizzati: RV 99b

2. ATTIVITÀ DEL MISSIONARIO

Nella prima parte, prendendo come punto di partenza il piano salvifico di Dio, che si realizza in Cristo per lo Spirito Santo, siamo arrivati a concludere che la conversione di se stesso è l’esigenza primaria e la condizione indispensabile nella vita del missionario. Il missionario, coinvolto da Dio Padre in questo dinamismo d’amore, quanto più si lascia configurare a Cristo Gesù dallo Spirito Santo nel suo mistero di annientamento redentore (RMi 88), tanto più diventa testimone e ambasciatore qualificato di Cristo Signore in mezzo agli uomini, ai quali trasmette il dinamismo dello Spirito Santo, che li apre all’incontro con Cristo e per Cristo all’intimità dell’amore del Padre.

Alla stessa conclusione arriviamo, se prendiamo come punto di partenza il campo di lavoro del missionario, e cioè gli uomini ai quali è inviato.

2. 1. L’uomo è chiamato ad entrare nella Chiesa, luogo della rivelazione pubblica.

Normalmente si crede che il ruolo specifico del missionario consista nel dono totale della sua vita per la conversione degli altri, dei non ancora cristiani. Lo stesso missionario è convinto di questo e trova qui la ragion d’essere della sua vita. Ed ha ragione.

Ma c’è un aspetto di questa verità che il missionario non può dimenticare né sottovalutare: egli è segno, strumento, occasione della conversione degli altri, nella misura in cui converte se stesso. Colui che è “inviato” per la conversione degli altri, riconosca che deve convertire prima di tutto se stesso. La natura della “missione” deve portare il missionario a considerare se stesso come il primo destinatario dell’evangelizzazione, e il primo ad essere chiamato alla conversione, giacché «la chiamata alla missione deriva di per sé dalla chiamata alla santità. Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità» (RMi 90).

II missionario, infatti, non ha potere di convertire nessuno; l’unica conversione che dipende da lui è quella di se stesso. Non prendere coscienza di questa realtà significa per il missionario condannarsi a crisi di coscienza, a complessi di ansietà, di frustrazione e, quindi, di evasione in attività che di missionario portano solo il nome, soprattutto oggi quando da una parte si constata la diminuzione crescente del numero di conversioni e dall’altra la contestazione della validità e finalità della missione come mezzo di conversione.

A questo si deve aggiungere il nuovo clima socio-politico, che esercita sul missionario una forte pressione sul suo tipo di presenza nel campo concreto in cui è chiamato a lavorare.

Per capire meglio l’esigenza, il significato e le conseguenze della conversione del missionario, è necessario chiarire il concetto di missione, cercando di eliminare gli equivoci possibili.

Non è difficile notare come sia in fase discendente o addirittura svanito lo slancio missionario diretto a convertire gli altri al cattolicesimo: per molti l’idea di missione che abbia come scopo la conversione dei non cristiani è svanita per dare il posto al dialogo, all’interesse e alla comprensione verso le altre religioni, al rispetto per il non cristiano; per altri tutto si riduce alla promozione umana, all’impegno per giustizia/pace ed integrità del creato.

La conversione a Cristo non è necessaria?

Alla base di questi atteggiamenti c’è la convinzione, più o meno cosciente, che la conversione a Cristo non è necessaria. A questa convinzione comune si arriva per ragioni differenti, che spiegano diverse iniziative “missionarie”, nelle quali francamente non si riesce più a capire da chi si è inviati o per quale fine specifico si è inviati….. Ora affermare che la conversione non è necessaria è arbitrario, perché si dimentica che senza conversione nessuno può salvarsi.

Tutti sono chiamati alla santità

È vero che la teologia cattolica ha sempre affermato che l’uomo può raggiungere il suo Fine Ultimo anche senza un’esplicita conoscenza di Dio (cfr. LG. 13-16). Tuttavia, continua ad essere vero che non c’è speranza di salvezza senza quella disponibilità che si traduce nel seguire le indicazioni della coscienza nel comportamento concreto della vita. “Tutti sono chiamati alla santità” cfr. LG, Cap V), cioè, tutti devono cercare Dio con cuore sincero, aprirsi filialmente a Lui e cadere in ginocchio davanti alla sua Presenza. Se l’uomo si chiude in se stesso, opera la sua autodistruzione; costruisce un cammino che è precipizio, perché non lo porta al Punto Omega e al Regno. L’uomo si sente continuamente interpellato da Dio; è sempre chiamato e interpellato, “molte volte e in molti modi” (Ebrei 1,1).

Responsabilità di rispondere agli appelli di Dio

La disponibilità agli appelli divini diretti ad ogni coscienza individuale è condizione minima e indispensabile per una vera conversione, da cui dipende la salvezza o il fallimento d’ogni vita umana; una crescita progressiva nella docilità agli appelli della coscienza è necessaria per la salvezza d’ogni uomo.

Ciò comporta un’apertura costante e senza limiti alla Luce e significa anche che la conversione, dalla quale dipende la salvezza, è un fatto interiore all’uomo, frutto dell’illuminazione divina e della libera risposta umana. Ad ogni proposta corrisponde una risposta. Da qui nasce la responsabilità di ascoltare e di rispondere positivamente o negativamente all’Assoluto, che si rivela ad ogni uomo nell’intimo della sua coscienza (cfr. GS 16-17).

Il missionario non deve convertire gli altri ad ogni costo

La volontà, pertanto, che una persona ha di convertire un’altra, appare nulla e sproporzionata; la convinzione che il missionario è colui che ad ogni costo deve convertire gli altri è anacronistica. È ogni singola persona che si converte nella misura in cui corrisponde agli stimoli interiori della Luce….

Tuttavia, affermare ciò non equivale ad affermare la completa indifferenza di fronte alla conversione degli altri. È vero, infatti, che gli interlocutori nel dialogo della salvezza sono essenzialmente due: Dio che interpella l’uomo nella sua coscienza e l’uomo che risponde liberamente. Nello stesso tempo, però, non si possono sottovalutare due fatti: il limite della coscienza e il modo concreto di agire di Dio.

La coscienza dell’uomo: limiti

La coscienza è l’organo per il quale Dio parla individualmente nel cuore d’ogni persona. Risiede qui la radicale dignità dell’uomo e la sua inviolabilità. Perciò seguire la propria coscienza è un diritto fondamentale d’ogni uomo. Tuttavia, egli non vive da solo nel mondo. La sua coscienza è inserita in un contesto umano e storico che la influenza.

La coscienza, che vuole essere vera, deve necessariamente essere critica. L’uomo deve chiedersi continuamente se ciò che ascolta nella sua coscienza è la voce del sistema, della moda, delle convenzioni, dei giornali, delle sue stesse tendenze egoistiche o se realmente si tratta di imperativi nati dal contatto col Mistero Assoluto, che gli rivela la sua volontà nel cuore di una situazione.

Il diritto di seguire la propria coscienza anche se erronea, sussiste a condizione che la persona cerchi sempre di formarsi e informarsi, di mantenere un atteggiamento critico, una permanente disponibilità di imparare e mantenersi aperta alle realtà nuove. Mantenendosi critica può discernere la voce di Dio dal vociare degli uomini e dalle sue comode fantasie.

L’agire della coscienza include un rapporto critico, un interpellare e lasciarsi interpellare dalla realtà e dagli uomini tra cui si vive.

Il modo concreto di agire di Dio

Dall’altra parte Dio ha voluto entrare in comunione con l’uomo attraverso lo stesso uomo, servendosi cioè di strumenti umani. Dio si rivela individualmente ad ogni persona nella coscienza, ma completa il suo dialogo con l’uomo in maniera ufficiale e pubblica attraverso le religioni codificate e specialmente attraverso la Chiesa, comunità di fedeli, nata da Gesù Cristo, Figlio di Dio Padre, Parola personale e vivente di Dio, eterna e spirituale che si è fatta carne, che ha abitato fra noi, che ha assunto la natura umana diventando uomo, visibile, toccabile, sensibile, ultima e definitiva manifestazione di Dio agli uomini.

Se l’uomo deve seguire la voce interiore della sua coscienza perché è la voce di Dio, deve seguire anche la voce di Dio che parla fuori di lui, nella comunità di fede, la Chiesa. Paolo pensava a questo, quando scriveva che “la fede dipende dall’ascolto della predicazione” (Rom 10,17); ed è per questo che la predicazione diventa urgente e conserva tutta la sua forza anche “qui e ora” per tutti gli uomini.

Questo è il “segno” della reale missione della Chiesa; missione che può essere concepita ed espressa sia come servizio della Parola (cfr Atti 6, 4), sia come servizio per la fede dell’uomo, sia come elemento catalizzatore nell’incontro tra l’uomo e Dio.

La grazia di Dio s’inserisce nella realtà umana per mezzo degli uomini

Assolutamente parlando, Dio non ha bisogno degli uomini, e la sovrabbondanza della sua grazia può trovare altri strumenti e altre vie di comunicazione. Ma per il fatto dell’Incarnazione del Figlio, Dio afferma chiaramente che è per mezzo dell’uomo che la sua grazia s’inserisce nella realtà umana. È in quest’orizzonte che va vista la necessità sempre nuova della missione.

Se Dio destina l’uomo alla pienezza dell’incontro con la Luce e per questo interviene nella coscienza dell’uomo e nello stesso tempo si serve dello stesso uomo come strumento e collaboratore, diventa arbitraria e ingiustificata sia la posizione di coloro che intendono lasciare i non cristiani nella loro buona fede, sia la posizione di coloro che vivono nell’ansia e nell’angoscia di convertire e strappare le anime dalla perdizione eterna, come se tutto dipendesse dalla loro attività.

La posizione equilibrata la vedo tracciata nelle parole che P. Congar ha diretto ai partecipanti del Primo Congresso Missionario dell’Ordine Domenicano:

«Esiste attualmente una gran confusione nella misura in cui alcuni pensano che le missioni non devono pretendere la conversione delle persone al cristianesimo. Pensano che il missionario deve fare del buddista, un buon buddista; del mussulmano, un buon mussulmano. Questo, però, è un atteggiamento e una posizione che non si deduce dalla fede, ma da situazioni ben concrete. Di fatto, il missionario come la Chiesa tutta, mentre rispetta gli autentici valori umani e religiosi presenti nelle altre Confessioni religiose e partendo da esse, non può rinunciare ad aiutare le persone a scoprire Cristo come unico Mediatore tra Dio e gli uomini e la sua presenza costante e attuale nella Storia della Salvezza attraverso la sua Chiesa»1.

Vista così la missione, il missionario si rende conto di trovarsi coinvolto in due grandissimi misteri: il mistero della Grazia di Dio che chiama e della Libertà dell’uomo che risponde.

L’unica conversione di cui siamo responsabili è la nostra

Proprio per il fatto che l’uomo è un essere libero, il missionario deve essere cosciente che esiste la possibilità di una sola conversione in cui si possa considerare attore: precisamente la sua. Allo stesso Gesù è successo di vedere molte persone chiudersi al suo messaggio e rifiutargli una risposta. La conversione è quanto di più misterioso e intimo esiste nell’uomo. Numeri e statistiche in questo campo non sono che dei puri tentativi. In realtà, l’unica conversione della quale siamo responsabili è la nostra.

2. 2. Fattori e dimensioni della conversione del missionario: fede, dialogo, testimonianza.

A/ Fede e conversione: cuore della fede

Contro l’ingenuo materialismo che con troppa facilità ha parlato di cristiani fin dalla nascita, di deposito della fede, o semplicemente di “Fede”, come qualcosa di statico, che perciò debba essere custodito perché non si perda o deteriori, oggi si è preso coscienza che la fede è una forza che coinvolge una persona in tutte le sue più intime capacità e che per questo non può essere chiusa entro i limiti di una definizione che la presenti come qualcosa di statico. La fede è una realtà dinamica e bisogna parlarne in termini dinamici (cfr. RV 16).

La fede è come un piccolo seme

Credere significa la capitolazione personale dell’uomo di fronte a Dio che si autocomunica a lui come Amore-Misericordia, un dire “Amen” a Dio ed in Lui fondare incondizionatamente la sua esistenza. Non possiamo affermare di noi stessi che abbiamo fede, ma piuttosto che abbiamo speranza che la fede continui a possederci e a farci crescere secondo la misura del dono ricevuto in Cristo.

La fede compresa e vissuta così può essere paragonata al piccolo seme, in cui sono racchiuse tutte le potenzialità che vengono manifestate per mezzo di una crescita che comporta un lungo e lento processo di divenire.

La fede di una persona cresce nella misura in cui c’è una costante risposta a Dio, percepito come presenza nella propria storia e nella storia dell’umanità.

Chi può dichiararsi cristiano?

C’è chi afferma che non ci sia nessuno che sia totalmente cristiano, ma che esistano solo pagani in diversi stadi di conversione. E non dovrebbe essere difficile convincersi della verità di quest’affermazione. Il cristiano si trova in continua fase di crescita: la sua fede lo stimola ad aprire il suo cuore a Dio, ogni giorno in modo più profondo.

Sembra che Dio cerchi di penetrare a poco a poco in quegli abissi del nostro cuore che ancora non sono illuminati dalla sua Luce. Succede come nel piccolo seme che si dissolve mentre la vita sboccia da esso o meglio dal suo morire: “È necessario che lui cresca e io sparisca”, io, cioè quella particella di me stesso che ancora non è cristiana. Questa particella non cristiana riaffiora continuamente, per questo il cristiano si trova in stato di continua conversione.

L’uomo-divenire e il pericolo di regredire

Se l’uomo può essere definito come un “divenire”, un progetto, una missione, tuttavia porta dentro di sé, a causa della dialettica provocata dal mistero della sua libertà, e per di più ferita, il pericolo di regredire. Il fatto che ad un dato momento della mia vita mi sia dato a Cristo (per lo meno credo di averlo fatto), non prova assolutamente che oggi mi trovi nella stessa disposizione interiore di quel momento. Io devo continuamente rinnovare la mia adesione, rimanere sempre aperto alle nuove esigenze della mia donazione iniziale (cfr. RV 81-82).

Se realmente la fede è una crescita, un processo di un’iniziale conversione verso una comunione sempre più perfetta con Dio fino alla maturazione della testimonianza, allora davvero la conversione costituisce l’epicentro di tutto il processo di crescita nella fede.

Vigilanza e costante impegno

Questa conversione quotidiana ci vuole sempre disponibili, e per questo è necessaria una continua vigilanza ed un continuo sforzo: nessuno di noi sia così ingenuo da affermare che è disponibile per il bene in qualsiasi momento!

Convertirsi significa essere coscienti della necessità di crescere nella fede e di accettare di trasformare se stessi secondo le esigenze della stessa fede.

Certamente poche persone si trovano in una situazione migliore di coloro che sono chiamati all’attività missionaria, per capire quanto sia difficile vivere in una situazione di continua trasformazione spirituale. Oltre l’impatto doloroso con una cultura diversa, la trasformazione, senza limiti di tempo, richiesta dalla conversione, comporta un’agonia che prima o poi desidereremmo che finisse.

Gli occhi del cuore

È difficile, a quanto pare, rimanere sempre in “divenire”; non resta, infatti, niente a cui aggrapparsi, non si vede nessun termine dove potersi fermare. È doloroso convincersi ed accettare che la nostra crescita nella fede dipende totalmente dalla nostra capacità di scoprire l’impronta della presenza di Dio e l’azione della sua grazia nel tumulto – apparentemente senza senso – dei cambiamenti, negli avvenimenti della nostra vita e del nostro tempo.

Il Concilio Vaticano II ha affermato che la Chiesa ha sempre il dovere di scrutare i segni dei tempi, e di interpretarli alla luce del Vangelo (cfr. GS 4), e la nostra Regola di Vita è ben attenta a quest’esigenza (cfr. il Preambolo e il n. 16, ecc.).

Ma per fare ciò ed avere il coraggio di continuare a farlo, abbiamo bisogno di quegli “occhi del cuore” che Paolo ha ritenuto tanto importanti per i suoi cristiani (cfr. Ef 1, 18), di quella visione interiore della fede che è l’unica che può penetrare nella confusione della vita del mondo di oggi, e guidarci con i criteri del Vangelo.

La fede è un impulso che ci mette in cammino ed è destinata ad occupare e trasformare ogni spazio della nostra vita fino al “faccia a faccia” dell’eternità, perché “noi non possiamo credere in Dio una volta per sempre, come non possiamo vivere tutta la nostra vita in un solo momento” (Leslie Dewart).

B/ Conversione e dialogo

Convertirsi significa anche sapere ascoltare gli altri, essere attenti alla loro situazione di vita. Gesù ha affidato la trasmissione del suo messaggio evangelico alla parola e all’accoglienza di questa parola mediante l’ascolto e la fede. L’attività evangelizzatrice consiste essenzialmente nell’usare la parola, è “un parlare”:

«A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate e fate diventare miei discepoli tutti gli uomini del mondo…. insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,18-20).

«Andate in tutto il mondo e portate il messaggio del Vangelo a tutti gli uomini». (Mc 16,15 s.).

La fede viene dalla parola pronunciata e ascoltata. Convinto di ciò, Paolo continua a interpellarci dicendo:

«Come potranno credere in lui (= nel Signore) senza averne sentito parlare? E come ne sentiranno parlare se nessuno lo annuncia?’…. La fede dipende dall’ascolto della predicazione, ma l’ascolto è possibile se c’è chi predica Cristo» (Rom 10, 14.17).

La fede, che nasce dall’annuncio e dall’ascolto, impegna gli interlocutori in un rapporto interpersonale. L’autenticità di questo rapporto attualizza la salvezza. La parola, infatti, viene formulata dalla lingua dell’uomo come espressione di ciò che egli ha capito, di ciò che egli ha creato, di ciò che egli vuole di se stesso. La parola è dire se stessi e darsi; l’ascolto è accogliere l’altro che si rivela e si dà ed essere accolti.

Il dialogo è parte sostanziale della missione (cfr. RV 57)

L’annuncio e l’ascolto si attuano nell’apertura reciproca, ossia nel dialogo, che è rapporto autentico interpersonale. Il dialogo, dunque, fa parte della natura della missione e costituisce l’inizio e il mezzo per il quale la salvezza arriva all’uomo: è l’elemento sostanziale della missione della Chiesa.

Tuttavia la parola, in quanto umana, è realtà ambigua, perché, benché partecipi della potenza e dell’efficacia del Verbo di Dio, è parte della debolezza e vanità creaturale dell’uomo. Ed anche chi ascolta non è esente da lacerazioni interiori. Deve crearsi allora un’atmosfera di rispetto reciproco dove ci sia una continua comunicazione, un ascolto della verità e una manifestazione degli echi che sono stati avvertiti interiormente, un’accettazione ed un invito.

Nessuno ha il monopolio della Verità

Tutto ciò presuppone umiltà, richiede l’accettazione dell’altro come persona e che si riconosca il fatto che nessuno detiene il monopolio della comprensione della Verità o della Verità stessa.

Il missionario sarà vero missionario soltanto e nella misura in cui accetta i suoi limiti ed il fatto che anche il fratello, benché non possieda la fede che professa il missionario, è in possesso della sua parte di Verità che può arricchire lo stesso missionario. Se riconosce che anche l’altro possiede una parte di verità, il missionario entra in dialogo con un atteggiamento di conversione, prende coscienza che è uno che sta ad ascoltare, apprezza le ricchezze nascoste negli altri, si convince che Cristo non è un possesso esclusivo suo e dei suoi libri, gioisce nello scoprire che Cristo, la Parola, è presente, perché due “parole” si uniscono per l’interscambio di esperienze vitali; lì nasce l’influsso che trasformerà colui che ancora non crede, perché è in attività la Parola divina.

L’incredulità nel credente

Anche nel cuore del credente è presente un’abbondante dose di incredulità. Se non ne è convinto, le sue parole cominciano ad avere sapore di falsità, il dialogo si indebolisce, la comunicazione si interrompe. Ma se il missionario accetta la sua condizione di credente imperfetto, in divenire, e supplica continuamente: “Credo Signore, ma tu aiuta la mia fede“, soltanto allora il dialogo diventa possibile.

In questo clima il problema dell’inculturazione può essere affrontato dal missionario con serenità, con la disposizione interiore di accettare completamente la verità e la bontà nascoste nella cultura dell’altro, mentre a sua volta offre la verità e la luce del cristianesimo, sforzandosi di distinguere gli elementi essenziali dalla formulazione ed espressione che ne è stata fatta lungo i secoli nella sua terra di origine, senza imporre niente che sia prefabbricato, qualunque siano i tesori che il missionario possegga.

Dialogo e testimonianza

II dialogo deve essere accompagnato dalla testimonianza, e cioè da un parlare con la vita. Testimoniare è di per sé connesso con la parola: testimonianza, infatti, è anzitutto parlare. Il testimone in un processo è colui che parla in favore di qualcuno (e a sfavore di un altro). Tuttavia la parola, che di per sé è il segno che più adeguatamente esprime la realtà intima della persona, è soggetta alla debolezza e vanità creaturale dello stesso uomo e diventa così anch’essa realtà ambigua.

La testimonianza rende la parola meno ambigua

Per dare alla parola tutta la sua efficacia occorre convalidarla con i fatti; occorre, cioè, parlare con la vita. Parola e azione devono andare assieme, perché la parola senza l’azione è vuota, e l’azione senza la parola resta ambigua. A volte deve prevalere l’opera silenziosa, affinché attraverso il silenzio operoso la parola sia valorizzata. Dio stesso quando parla all’uomo, si serve di tutti e due i segni e manda il suo messaggio attraverso parole e fatti che costituiscono una unità inscindibile.

L’accettazione, pertanto, di testimoniare Cristo tra i non-cristiani esige che il missionario si presenti come segno completo e che non si limiti a parlare di verità con la semplice parola: deve testimoniare anche con i fatti, perché una parola che non sia accompagnata dall’impegno di realizzarla non può portare la verità nel cuore dell’uomo. Mettere in opera il comandamento di Gesù sull’amore del prossimo è recare la testimonianza efficace, è ridare valore alla parola che si trova oggi molto spesso privata della sua potenza per la troppo molteplicità e vanità dell’uso:

«Non ingannate voi stessi: non contentatevi di ascoltare la parola di Dio; mettetela anche in pratica! Chi ascolta la parola ma non la mette in pratica è simile ad uno che si guarda allo specchio, vede la sua faccia così come è, ma poi se ne va e subito dimentica come era» (Giacomo 1, 22-24).

In Gesù, il grande Testimone del Padre, la parola e l’azione s’identificano. Missionario per eccellenza, Egli è colui che afferma di essere, ed afferma di essere quello che realmente è. Egli è testimone del Padre in quanto parla di lui e lo rivela perfettamente in se stesso: “Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo” (Col 1, 15). Gesù passa dalla constatazione del suo agire “Io sono, non faccio nulla per conto mio” (Gv 8, 28) a una enunciazione circa il suo parlare: “Io dico ciò che mi ha insegnato il Padre” (ibid.) a un nuovo traboccare nell’azione: “Io faccio sempre le cose che sono gradite al Padre mio” (Gv 8, 29)

II popolo crede a ciò che sente o a ciò che vede?

Si trova proprio qui lo stimolo per noi missionari. Continuiamo veramente la testimonianza di Cristo, perpetuando la sua missione di segno? La domanda equivale a questa: siamo quello che affermiamo di essere, o c’è discordanza tra la nostra proclamazione con le parole e la nostra vita nella comunità e nel servizio? In altre parole: a che cosa vogliamo che la gente creda: a ciò che sente o a ciò che vede? In tutti i tempi, ma soprattutto nel nostro tempo della demagogia della parola, il popolo crede a quello che vede e che tocca con le sue mani, ed in questo sembra che sia giustificato dallo stesso Gesù (cfr. Mt 11, 2-6). Se ciò che si ascolta non è convalidato da ciò che si vede e si tocca con mano, allora si tratta di una parola che non merita credito.

Dimensione interiore della vita del missionario

Dicendo ciò, non significa mettere in dubbio la missione evangelizzatrice della Chiesa, neppure si possono sottovalutare le difficoltà e limiti gravi che provengono necessariamente dal processo di conversione e che si ripercuotono inevitabilmente nell’attività missionaria. Ciò che qui si vuole sottolineare e focalizzare è la scoperta della vita missionaria nella sua dimensione interiore. Una visione più onesta, coerente e realistica della vita del missionario è di capitale importanza, sia per il missionario, come per l’efficacia dell’attività missionaria.

La nostra Regola di Vita ci offre questa visione, in sintonia con l’esperienza del nostro Fondatore, della tradizione dell’Istituto, del magistero della Chiesa e dei segni dei tempi.

Conclusione

A questo punto appare chiara la conclusione che noi missionari, prima di considerarci attori e realizzatori della missione della Chiesa, dobbiamo manifestare a noi stessi e agli altri di essere i primi destinatari di questa missione. Prima di pretendere di predicare o proclamare il Vangelo agli altri, dobbiamo predicare il Vangelo a noi stessi; prima di metterci a disposizione di Dio come strumenti per la conversione del cuore degli altri a Lui, dobbiamo costantemente orientare a Lui il nostro cuore, in una continua conversione (cfr. Ev. Nun. 15; RMi 88 e 93; RV 2-5; 46; 81-82; 99).

Per essere veri missionari, è indispensabile assumere il difficile compito con questo atteggiamento, convinti della sua vitale importanza, sinceramente ed umilmente aperti in ogni momento alla conversione personale. Sottrarvisi, significa screditarsi e condannarsi ad un apostolato nervoso ed infecondo; ancora di più, guastare la vita dei popoli ai quali ci dirigiamo.

Andiamo avanti, pertanto, con più speranza, sforzandoci di crescere nella fede, il cui momento vitale è la conversione, convinti che il missionario è chiamato ad essere discepolo senza posa evangelizzato per convertirsi sempre più in discepolo evangelizzatore, perché «la chiamata alla missione deriva di per sé dalla chiamata alla santità» (RMi 90).

P. Carmelo Casile
Casavatore, febbraio 2019

1 Informações CNIR (1973), p. 117