Formazione Permanente
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IL MISSIONARIO,
UN SEGNO DI CONVERSIONE

P. Carmelo Casile

II. IL MISSIONARIO,
SEGNO DI CONVERSIONE,
STRUMENTO DI COMUNIONE E DI DIALOGO

Dopo aver riflettuto sulla centralità della conversione nella vita dell’evangelizzatore, ora è interessante vedere come la Regola di Vita presenta la dinamica della conversione al missionario comboniano.

1. La conversione esperienza-chiave nella vita del missionario

RdV 47.1; 48.2; 54; 82; 82.1; 99

Parlare della missione-oggi è un’impresa difficile. Infatti, come affermava già l’Evanglii Nuntiandi (1975), la missione è una realtà complessa, perché abbraccia la vita religiosa, sociale, culturale e politica dei popoli, come anche la vita individuale, familiare e sociale. Nello stesso tempo è una realtà entusiasmante, “una nobile avventura”, perché è orientata alla costruzione di quei “cieli nuovi e terra nuova”, che Dio sogna e verso i quali tutti gli uomini anelano. Il missionario è uno che sogna in compagnia con Dio; e non sogna rimanendo ozioso, ma tenendo le maniche rimboccate e le mani sporche e callose.

Nell’ampio orizzonte della missione merita una particolare attenzione un aspetto che spesso oggi è sorvolato, taciuto come se fosse un tabù: la conversione. Tuttavia per Gesù la conversione è la condizione sine qua non, indispensabile, per accogliere il Regno di Dio: «Il tempo è compiuto – proclama all’inizio del ministero pubblico – e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,14-15). Poco prima della Passione non abbassa il tono: «Se non vi convertite, perirete tutti allo steso modo» (Lc 13,3). Il discorso di Pietro, il giorno di Pentecoste, che inaugura l’era missionaria della Chiesa, si conclude con queste parole: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo» (At 2,38).

La missione è anzitutto la grande opera di Dio Padre per trasformare radicalmente il nostro cuore e la nostra mentalità, le nostre culture, la nostra vita sociale secondo il modello che è Gesù Cristo. E quest’opera richiede precisamente conversione, inversione di marcia nel cammino della nostra vita. Il missionario, accogliendo in prima persona l’invito di Gesù alla conversione, diviene strumento qualificato nelle mani di Dio, per proporre tale conversione a livello personale, culturale e sociale (cfr. RdV 56; 62-63).

Il missionario, come operaio al servizio del Regno, implora incessantemente “Venga il tuo regno” (RdV 48). Pregava così quando era bambino tra le braccia della mamma. Dio ascoltò quella preghiera, e lo chiamò a seguire Gesù Cristo (RdV 21-22), per essere apostolo e annunciatore di questo Regno (RdV 80), che “è la stessa persona di Gesù”. Così, lascia il padre e la madre, la famiglia, la casa, la patria per essere operaio a servizio del Regno a tempo pieno.

Per il missionario il Regno di Dio è la pietra preziosa di fronte alla quale tutto il resto assume un valore secondario (cfr. Mt 13,44). Il missionario è uno al quale Dio concesse l’inestimabile grazia di mettere il Regno di Dio al di sopra di tutto. Regno che vuol dire accogliere il fascino della persona di Gesù, il Vangelo, la volontà di Dio, la solidarietà con i più poveri, la condivisione di ciò che uno è ed ha, consumandosi nell’amore per gli uomini come Lui (RdV 3-5). Il missionario è uno che, entrato decisamente nel cammino di conversione al Regno di Dio, diviene strumento per l’avvento di questo Regno tra i popoli che ancora non hanno accolto Colui che di questo Regno è qui sulla terra la realizzazione perfetta: Gesù Cristo.

La conversione, per tanto, è l’avvenimento-chiave per capire l’attività evangelizzatrice ed è un’esperienza insostituibile per divenire missionario (cfr. RdV 47.1; 48.2; 54; 82.1; 99). Conversione che vuol dire cambiamento di visione, di mentalità e di prassi causato da Dio mediante la sua Parola e il suo Spirito. Non è un avvenimento naturale, né una trasformazione spontanea. È dono di Dio-Padre per mezzo del suo Spirito. È Dio Padre che “attrasse” alla sequela radicale di Gesù gli Apostoli, Paolo, Francesco Saverio, Daniele Comboni, Charles de Foucauld…..

Il voto di castità, povertà e obbedienza, che molti missionari professano, tra i quali ci siamo anche noi Missionari Comboniani (cfr. RdV 10; 22; 25-35), è segno della loro conversione a Cristo Gesù, della accoglienza radicale del Regno di Dio nella loro vita. Ed è anche segno di questa conversione la loro vita in comunità fraterna (cfr. RdV 23; 36-44), con confratelli che provengono da altre nazioni, continenti e razze (RdV 18), con i quali condividono la preghiera, il lavoro, i beni. Sì, perché la conversione a Cristo abbatte le barriere, le ostilità e le differenze, come dichiara Paolo nella lettera agli Efesini: il Regno di Dio è cattolico e non settario o razziale.

2. Un cammino impegnativo

RdV 56; 56.2-3; 57; 57.1-6; 59; 59.1-5; 69.3

Certamente il missionario, annunciando il Vangelo, coopera con lo Spirito Santo nel cambiare il cuore delle persone, agendo nel profondo dell’uomo, lì dove si prendono le decisioni, dove si annida l’amore e l’odio, la benevolenza e l’egoismo, lo sfruttamento o la giustizia, l’adulterio o la fedeltà…

Il profeta Ezechiele, annunciando il tempo di Cristo Gesù, segnala questo grande rinnovamento: «25Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, 26vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. 28Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36, 25-28).

Non meno esplicito è il grande missionario Paolo: «15Su alcuni punti, vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio16per essere ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo.17Questo dunque è il mio vanto in Gesù Cristo nelle cose che riguardano Dio. 18Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, 19con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito. Così da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo» (Rom 15,15-19).

La conversione è un cammino nello spirito che inizia con l’esperienza forte del Catecumenato, che dura da un minimo di alcuni mesi a un massimo di 2-4 anni, per permettere che il non-cristiano sia permeato gradualmente dal messaggio di Cristo, si liberi dalle paure e abitudini pagane, faccia l’apprendistato della preghiera ed entri come membro attivo e impegnato nella comunità cristiana.

L’accompagnamento dei catecumeni sarà di stimolo al missionario stesso per progredire nel suo cammino di conversione e cosi mantenersi in crescita per tutta la vita nella sua identità di discepolo missionario (RdV 85). Egli, infatti, proviene da un cammino di conversione analogo a quello del Catecumenato. Storicamente, infatti, si può affermare che il Noviziato è nato all’ombra del Catecumenato e trova in esso il suo punto di riferimento più luminoso ed ispiratore. Dovrebbe sentirsi, per tanto, a suo agio nell’ambiente del Catecumenato, dove si può stabilire un rapporto di reciprocità tra il missionario e il catecumeno, che porta entrambi ad arricchirsi e a crescere sia a livello umano sia spirituale.

Ma può il missionario nella sua azione evangelizzatrice coniugare simultaneamente il dialogo e la conversione, due realtà che appaiono così opposte? La pratica del dialogo sottolinea l’accoglienza, il rispetto dei valori che sono presenti nelle diverse culture, religioni e religiosità popolari; invece il cammino di conversione mette l’accento piuttosto sulla necessità di un cambiamento profondo, di un nuovo inizio, di girare la pagina della vita… La risposta può essere facile in teoria, ma molto complessa nella pratica. La storia della missione testimonia che alle volte l’insistenza sulla conversione è stata così forte fino a generare disprezzo e rifiuto di tutto ciò che stava fuori del mondo cristiano. Altre volte si è insistito tanto o ancora oggi si insiste sul dialogo e il valore delle religioni fino al punto da rendere impercettibile la chiamata alla conversione.

Il missionario vive il dialogo mediante iniziative e atteggiamenti molto concreti: impara la lingua del posto, si sforza di capire e adattarsi agli usi sociali, apprezza la religiosità che apre il cuore a Dio, cerca di capire le paure e i tabù, entra nelle varie classi sociali di un popolo, propone – mai impone – il messaggio di Gesù Cristo… (cfr. RdV 56-59; 62).

3. Un personaggio scomodo

RdV 58.3; 61, 61.1-9

D’altra parte il Vangelo è qualcosa di veramente nuovo che rivoluziona le religioni e le culture. Alla luce del Vangelo, rispetto non significa mitizzare le culture e lasciarle come stanno. C’è una evangelizzazione delle culture o una ri-evangelizzazione di società cristiane o postcristiane, che le scuote nel loro essere più profondo. Parlò di ciò in termini molto chiari Paolo VI nel numero 20 della Evanglii Nuntiandi:

«Si potrebbe esprimere tutto ciò dicendo così: occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione «Gaudium et Spes» partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio.

Il Vangelo, e quindi l’evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture. Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l’evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna.

La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella. Ma questo incontro non si produrrà, se la Buona Novella non è proclamata».

C’è un giudizio del Vangelo sulle culture, sulle tradizioni degli antichi, del quale Gesù ha dato un chiaro esempio e al quale nessuna cultura può sottrarsi. Esiste il pericolo di rifiutare il Vangelo in nome delle tradizioni degli antichi, come hanno fatto i farisei (Mc 7,1-13).

Il missionario Paolo di Tarso quando arrivò in Grecia e a Roma, non chiese ai greci e ai romani che rinunziassero alla loro grecità o romanità, ma relativizzò molto il loro orgoglio personale affermando: «28Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Ciò che salva non è la cultura, ma la fede e la relazione personale con Cristo Gesù, vissuta in culture differenti. Ciò richiede la disponibilità a cambiare mentalità e prassi culturale, quando si oppongono al Vangelo, anche se sono antiche e venerabili.

Allora si capisce la ragione per la quale il missionario a volte diviene un personaggio scomodo e oggetto di persecuzione. Il messaggio che egli porta, crea uno sconcerto culturale, propone un cambiamento di religione, di stile di vita e di valori, che può originare senso di disonore e ribellione tra coloro che sono abituati da millenni ad una certa visione della vita. I cristiani non sono stati accusati dagli imperatori romani di essere atei, perché rifiutavano la mentalità e le pratiche tradizionali della religione ufficiale, politeista e sottomessa all’Impero? Paolo non esigeva ai romani di farsi ebrei, per accettare Cristo Gesù Signore; ma condannava senza reticenze un certo modo di vivere dei romani di allora (Rom 1,18-32), che era contrario a Cristo, e li stimolava a creare in Cristo una nuova romanità in continuità e discontinuità con la prima. Ciò il missionario continua a proporlo agli africani, agli asiatici, ai cristiani scristianizzati…

Il Vaticano II, al n. 17 della Lumen Gentium, trattando del “Carattere missionario della Chiesa”, aiuta il missionario a coniugare conversione e dialogo quando scrive: «Predicando il Vangelo, la Chiesa […] procura che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell’uomo». (cfr. anche GS 11; AG 8 e 9).

4. Situazione di peccato

RdV 61.2.5.9; 73.3

L’immagine del missionario nella mentalità della gente, e che molte volte egli stesso proietta, è legata all’aiuto ai più poveri, alla lotta contro la lebbra, la fame, la siccità, l’analfabetismo, l’emarginazione dei popoli più indifesi, l’accoglienza dei migranti, fino all’impegno per la Giustizia, la Pace e l’integrità del Creato…

Sì il missionario è un agente della promozione umana, nella sua attività di evangelizzazione si impegna per la liberazione integrale dell’uomo dal peccato, dalla violenza, dalla ingiustizia, dallo sfruttamento, dall’analfabetismo, dalla fame (cfr RdV 60-61). La storia delle missioni di ieri e di oggi è una splendida testimonianza di ciò, soprattutto se ci rendiamo conto che la parola missionario include oltre i Sacerdoti anche i Fratelli missionari, le Suore e un buon numero di volontari laici.

Il Sinodo dei Vescovi su “La giustizia nel mondo” del 1971 si espresse in termini molto chiari: «L’agire per la giustizia ed il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo» (Introduzione, 6).

Il dinamismo della conversione ci aiuta a calibrare meglio l’impegno per la giustizia nell’insieme dell’attività evangelizzatrice. Infatti, oltre il peccato personale che abbiamo già ricordato parlando della conversione del cuore, ci sono situazioni di peccato, meccanismi perversi, peccati sociali (cfr. Reconciliatio et penitencia, n.16 e Sollicitudo rei socialis, tutta la Parte V). Si tratta di guerre, sfruttamento, consumismo sfacciato dell’emisfero Nord del mondo di fronte alla crescente povertà del Sud del mondo, del culto del profitto a qualunque prezzo del mondo capitalista-finanziario, del razzismo, del fondamentalismo, del tribalismo, della produzione e commercio di armi…

I missionari, presenti nelle “periferie geografiche ed esistenziali” del mondo di oggi, sono testimoni qualificati delle tragiche conseguenze per la maggior parte dell’umanità delle strutture di peccato indicate. La loro denuncia è particolarmente appassionata perché amano la gente e fanno causa comune con essa, e di questi poveri sono molte volte l’unica voce che può raggiungere l’opinione mondiale. E non è solo denuncia basata nell’analisi delle situazioni, ma anche proposta e impegno per cammini nuovi di comportamento e iniziative. Quanti missionari, soprattutto Fratelli, Suore e laici, son impegnati in questa lotta!

Il missionario è inviato a smascherare le situazioni di peccato sociale e a rovesciarle con la promozione dei valori del Regno: pace, giustizi, diritti sociali, solidarietà, rispetto dei più deboli, rinuncia al consumismo, rispetto e salvaguardia dell’ambiente, diritto alla libertà religiosa… Mediante la conversione personale a Cristo e quella strutturale ai valori del Regno di Dio apre e mantiene aperto il cammino verso quei “cieli nuovi e terra nuova”, che secondo l’Apocalisse costituiscono l’obbiettivo finale del disegno di Dio (cfr. GS 39; AG 9).

5. Andare per ritornare, divenendo agente di comunione e di dialogo

RdV 57.2

Il missionario è un cristiano dalla doppia appartenenza. Egli, infatti, mandato dalla Chiesa, dipende dalla Gerarchia della Chiesa che l’accoglie e della Chiesa che lo invia. Vive così ai confini della Chiesa visibile, esposto ad altri mondi, in continuo contatto con religioni non-cristiane e con culture ancora non trasformate dal fermento evangelico, a volte in situazioni umane di estrema povertà ed emarginazione.

Vive in mezzo ad esse come un uomo di fede, che vede Dio presente e attivo in queste situazioni e scopre valori religiosi, culturali e sociali che hanno dato impulso a popoli interi a vivere con speranza e dignità per centinaia di secoli: il sentimento di Dio e il fascino del Mistero nei popoli di ogni angolo della terra, la preghiera nelle religioni orientali, la trascendenza di Dio nell’Islam, la saggezza nei proverbi africani, la pazienza nella sofferenza e la gioia di vivere nei poveri…

Nello stesso tempo come agente della prima evangelizzazione, scopre che il Vangelo è un messaggio nuovo e originale anche là dove ci sono valori religiosi e morali profondi. Tutto ciò gli permette di arrivare ad una maggiore comprensione del Vangelo, ad arricchire la sua riflessione teologica e la sua stessa vita consacrata, a promuovere nuove modalità dell’esperienza della vita cristiana, a trovare nuove espressioni liturgiche…

In questa funzione di mediazione, di costruttore di ponti, il missionario vive sempre obbediente ma cosciente e affascinato da una Chiesa che non è àncora, ma barca che avanza solcando il mare della storia come segno e sacramento di salvezza per il genere umano. Mai come nella missione, in mezzo ai problemi concreti dell’umanità, la Chiesa si sente escatologica, cioè al di là di quello che è oggi verso “nuove primavere”.

In questo cammino della missione, il missionario, vivendo sul confine della Chiesa visibile che lo invia e di quella che lo accoglie, stimola la Chiesa intera ad avere cuore di madre: «L’amore di una madre infatti è molto simile alla carità di Cristo di cui parla l’apostolo Paolo. Se noi avremo il cuore di una madre o, più precisamente, se ci proporremo di avere il cuore della Madre per eccellenza: Maria, saremo sempre pronti ad amare gli altri in tutte le circostanze e a tener vivo perciò il Risorto in noi. […] Se avremo il cuore di questa Madre, ameremo tutti e non solo i membri della nostra Chiesa, ma anche quelli delle altre. Non solo i cristiani, ma anche i musulmani, i buddisti, gli induisti, ecc. Anche gli uomini di buona volontà. Anche ogni uomo che abita sulla terra» (Chiara Lubich).

Questa vita di mediazione tra le Chiese vissuta dal missionario, favorisce un rinnovamento e arricchimento della spiritualità cristiana, della prassi pastorale e un ampliamento della cattolicità della Chiesa e della sua vitalità tra le genti.

Infatti stiamo vedendo la Chiesa arricchirsi con nuove teologie nate nelle giovani Chiese, che stanno dando vitalità anche alle Chiese della “prima ora”, da dove sono partiti i primi missionari. Ci sono inoltre libri dove la Parola di Dio o l’esperienza religiosa cristiana è presentata ed approfondita mediante dinamiche e testi presi da libri sacri di altre religioni, dai loro proverbi, parabole, storie, aneddoti …

«La prima Chiesa (quella di Gerusalemme) ha dovuto ascoltare Paolo. A Paolo fu concesso di “andare ai pagani”, perciò di uscire “fuori”; ma di fatto Paolo rientrò, ritornò dentro la Chiesa, ma con una ricchezza di scoperta su Gesù Cristo, sul Vangelo, sulla missione salvifica della Chiesa, capace di conferire novità di dono, di luce e di crescita per la stessa Chiesa che l’aveva inviato agli altri» (L. Sartori).

Per tanto, la missione sta a servizio dell’evangelizzazione dei non-cristiani e della ri-evangelizzazione per la continua conversione e rinnovamento della Chiesa stessa, a cominciare dallo stesso missionario, che è chiamato ad essere nella Chiesa segno di questa conversione, strumento di comunione tra le Chiese e di dialogo tra le religioni.

6. Il messaggio di padre Aleksandr Men’ (1935-1990)

Il 19 settembre 1990 veniva assassinato a colpi d’ascia, accanto alla sua casa sulla strada che portava in chiesa, padre Aleksandr Men’, prete ortodosso infiammato d’amore per Cristo1.

Nato a Mosca il 22 gennaio 1935 in una famiglia di origini ebraiche, venne battezzato a sette mesi in una chiesa catacombale tenuta da un gruppo di credenti che rifiutavano di collaborare con le autorità sovietiche.

Nel 1958 fu espulso dal collegio a motivo delle sue convinzioni religiose. Ordinato prete nel 1960, cominciò ad animare con immensa creatività un movimento di ri-evangelizzazione usando anche i moderni mezzi di comunicazione. Profondamente radicato nella tradizione della sua Chiesa seppe collaborare con i credenti delle altre confessioni cristiane, come pure essere attento a quelli di altre religioni: il suo amore per Cristo così come lo aveva respirato nella sua Chiesa lo rese capace di quel medesimo amore. Divenne presto una personalità di spicco soprattutto tra gli intellettuali; fu lui a fondare la Società biblica russa e ad aprire una università ortodossa. Il KGB si interessò a lui e soprattutto fu allarmato dalla Sua entusiasmante attività missionaria. Una frase era solita comparire sulle labbra sorridenti di padre Aleksandr Men’: «Cristo ci obbliga a “sentire Dio vicino», perché come prega la divina liturgia bizantina «colui che è presente in ogni cosa, ogni cosa porta a compimento».

A soli 12 anni intuisce, quasi per contrasto con le pressioni comuniste, la sua vocazione al sacerdozio come servizio ad assicurare la signoria di Cristo sul mondo a partire dal proprio cuore. Se è chiaro il terribile contrasto tra l’ideologia comunista e il mite messaggio del vangelo di Gesù Cristo, è ancora più chiaro per quest’uomo di Dio che il combattimento contro le incarnazioni storiche di una logica contraria a quella del Vangelo comincia nel proprio cuore e nella risoluzione a scacciare dalla propria interiorità le passioni negative per dare lo spazio principale – il più bello, come avviene per le icone nelle case dei credenti ortodossi – proprio al Cristo quale unico Signore della storia.

Infatti, se si dimentica il male che tenta di dominare nel proprio cuore, si rischia di esaurirsi nella critica senza convertire la propria vita e, così facendo, senza dare il proprio apporto alla conversione del mondo.

Al cuore della sua spiritualità troviamo una sensibilità particolare verso la bellezza della vita che riteneva come una realtà affascinante, tanto da ripetere a quanti – giovani e vecchi – lo ascoltavano: «Tutto è gioia, anche il sacrificio». Secondo la migliore tradizione ortodossa, sapeva parlare alla mente interessando il cuore. E in questa modalità seppe preparare i tempi nuovi senza coinvolgersi in nessuno schieramento, ma cercando di essere totalmente assorbito dal suo compito che era quello di preparare un angolo a Cristo nel cuore della Russia… un angolo che ora si va dilatando. Due chiese sono già sorte sul luogo del suo assassinio che da molti viene considerato un vero martirio, il cui aguzzino o aguzzini rimangono ancora sconosciuti. La sua preghiera forse lo ha accompagnato anche nel momento più solenne della sua vita: «Ti amo, Signore, ti amo più di ogni altra cosa al mondo, poiché tu sei la vera gioia, l’anima mia».

P. Carmelo Casile
Corso di Rinnovamento
, Roma Ottobre 2008
Casavatore, agosto 2018

1 L’autore di questo profilo biografico è fratel Michael Davide, in Messa quotidiana, EDB, Ottobre 2008