Fede e Spiritualità

Lo scandalo del perdono
di Angelo Casati
Il Blog di Enzo Bianchi

Il perdono di Dio. Vado per sussulti di emozioni, con una lettura approssimativa e a volte esegeticamente rozza, delle scritture sacre, ma l’unica che mi appartiene. Che Dio perdoni è buona notizia, è la “buona notizia”, un evangelo, è l’evangelo. E’ ciò che non ci aspetteremmo, perché, secondo i criteri mondani, ampiamente praticati, al male… risposta sembra debba essere il male, al male… sembra debba spettare di diritto una ritorsione di male. Al male risposta l’odio.

Nel migliore dei casi, a risposta una legge di parità, quella del taglione, che sia cioè un male non maggiorato, ma una uguaglianza di male. Così spesso succede tra noi. Nella più spenta delle leggi della reciprocità: a tanto tanto. Buona notizia che Dio spezzi la legge fin troppo ovvia, ovvia di una ovvietà umana, quella che al male si risponda con l’odio. Già la buona notizia percorre le Scritture ebraiche. Si dirà che sono antropomorfismi, ma se Dio ha voluto che lo si raccontasse così, come potremmo permetterci di raccontarlo cancellando le immagini? A volte, e non così raramente, ci succede di sentire purtroppo affermare che il Dio dell’antico testamento è un Dio spietato a differenza del Dio del nuovo Testamento che è un Dio di perdono. Quasi fosse sua passione rispondere con diluvi. Certo quella del diluvio è una pagina inquietante. Attingendo a miti molto antichi, racconta i giorni della corruzione che precedettero il diluvio, una corruzione colta nella sua devastante pervasività.

Leggiamo il racconto ed è come se assistessimo al dilagare del male, quasi si fossero rotte le dighe e la minaccia fosse dappertutto. Una pagina, dobbiamo confessarlo, di una triste attualità. Assistiamo da tempo a questa devastazione silenziosa ma tentacolare dell’onestà, una devastazione diventata cronaca quasi quotidiana, che ci fa tristi. Tristi e preoccupati quando osserviamo la stagione che ci sta alle spalle. Alle spalle abbiamo una stagione di corruzioni, molto simile a quella che precedette il diluvio, con una violazione sistematica ormai dell’ethos pubblico e dell’onestà personale, così diffusa e cronica, da lasciarci quasi rassegnati e indifferenti.

Il libro della Genesi ci fa avvertiti con lucidità e fermezza che tutto questo è avvenuto, è potuto avvenire, per un deficit pauroso di vigilanza. Causa un vivere senza lucidità, un vivere divorati dalle cose, anche cose necessarie e buone, ma solo quelle. Un vivere, direi, senza sospetto, senza sospetto che qualcosa possa improvvisamente inghiottirci, una sorta di passività opaca. Qualcuno potrebbe leggere nel castigo delle acque l’immagine di un Dio che, inesorabile, non perdona.

Ebbene un bellissimo midrash della letteratura rabbinica racconta che Dio con i tempi lunghi della ideazione e della costruzione dell’arca, volle dare ai contemporanei di Noè un segnale ripetuto per un cambiamento nella loro vita, un cambiamento che non avvenne.

Racconta il midrash: “Per centoventi anni il Santo, benedetto Egli sia, ammonì gli uomini della generazione del diluvio, nella speranza che si ravvedessero. Ma poiché non ascoltavano, disse a Noè: “Fatti un’arca di legno di pino”. Allora Noè si mise a piantare cedri. La gente gli domandava: “cosa sono questi cedri?” Ed egli rispondeva: “il Santo, benedetto Egli sia, sta per mandare un diluvio sulla terra e mi ha ordinato di preparare un’arca per salvarmi insieme alla mia famiglia”. La gente rideva e si prendeva gioco delle sue parole. Intanto Noè coltivava e taceva e faceva crescere i cedri. La gente continuava a domandare: “ma cosa fai? “. Egli rispondeva sempre nello stesso modo e la gente lo scherniva, Alla fine tagliò i cedri, ne fece delle assi e la gente gli domandava: “che cosa fai?”. Egli rispondeva sempre nello stesso modo e li ammoniva. Quando il Signore vide che nonostante ciò, questa generazione non si ravvedeva, decise di mandare il diluvio, Gli uomini, vedendosi perduti, cercarono di rovesciare l’arca, ma allora il Signore circondò l’arca di leoni” (Tanchuma-Noach).

Dobbiamo confessare che il racconto della pagina della Genesi, con le sue immagini antropomorfiche può lasciare in noi stupore e sconcerto. Ci racconta infatti tutta l’amarezza di Dio: aveva messo nelle creature il suo Spirito e ora vede uomini e donne unicamente preoccupati di stravolgere i ritmi della natura per prolungare la loro vita, quasi fossero degli dei, vede la corruzione dilagante: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre”. Ed ecco una frase che sfonda il cuore: “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Disse: “Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e con l’uomo anche il bestiame e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti”.

Al di là degli antropomorfismi evidenti, noi intravediamo, tra riga e riga del testo, il volto di un Dio non crudele, ma appassionato: Dio soffre, Dio si addolora. Siamo lontani anni luce dal volto gelido, asettico, impassibile del Dio dei filosofi o di certa teologia. E’ come se Dio, nel racconto, misurasse tutta la distanza tra ciò che aveva modellato con le sue mani e ciò che si ritrova davanti. Lui che si era incantato per la creazione dell’uomo e della donna. “E vide” è scritto “che era bene”, era bellezza. Ora che cosa vede? “E vide che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male. Sempre”! Ma noi sappiamo che il pentimento di aver creato l’uomo è breve, dice solo il suo amore ferito. Il suo è un avvertimento, un avvertimento agli umani: sono infatti loro che, non dando ascolto al soffio di Dio che li abita, portano il diluvio sulla terra, la abbandonano in mano alla morte, anziché continuare la creazione, fanno opera devastante di decreazione. Il pentimento di Dio è breve. Perché Dio a fronte dello sfacelo, ricomincia, ricomincia con Noè, ricomincia con un resto di ogni essere vivente, un resto fatto di maschio e femmina, cioè ricomincia con l’amore che genera vita. Così fa Dio.

Ebbene il Dio dell’arca, il Dio che ricomincia, il Dio che farà brillare l’arcobaleno a dire che mai più succederà il diluvio, sembra avverare le parole del profeta Osea:”Io non sfogherò la mia ira ardente, non distruggerò Efraim di nuovo, perché sono Dio e non un uomo, sono il Santo in mezzo a te e non verrò nel mio furore” (Os 11,9). “Sono Dio e non sono un uomo” questo fa la differenza, la differenza è lasciare la collera ardente, la differenza è non distruggere, non incenerire l’altro, la differenza è rifiutare di abitare, quasi dimora definitiva, il furore. Anche nei momenti di estrema corruzione, perdonando Dio apre una via. La apre, certo, per la fiducia che non gli muore mai in cuore, lui è Dio! E’ la conversione – così potremmo forse chiamarla – di Dio.

In un brano di un lontano discepolo di Isaia tra parola e parola sembra infatti di intravedere l’immagine di un Dio che a sua volta si converte. E meno male, diremmo, che si converte! All’inizio della mia conversione, di un possibile mio cambiamento, sta infatti la conversione di Dio: “Io” dice Dio “non voglio contendere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato” (Is 57,16). Tenero questo Dio che mi guarda, argilla deforme come sono, e pensa: “Se mi lascio prendere dall’ira, finisce che lo distruggo, e così distruggo una creatura in cui riposa il mio spirito, finisce che distruggo il mio stesso soffio di vita”. Mi sembra anche di poter dire che non sono solo le sue parole a raccontare un Dio che perdona e testardamente riprende, sono anche i suoi gesti. Uno su tutti mi succede spesso di ricordare, un gesto tenero di Dio, tenero e troppo spesso dimenticato. Dimenticato anche da grandi pittori illustratori emozionanti delle pagine sacre.

L’uomo e la donna hanno peccato. Secondo gli schemi ovvi dell’ovvietà umana viene loro spontaneo immaginare che se Dio li cerca – “Dove sei, terrestre?” – non può essere se non per un intento di punizione, di incenerimento: “Udirono” è scritto “il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo con sua moglie si nascose dalla presenza del Signore, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”(Gn 3, 8-10).

Paura nel cuore del terrestre e della sua donna. Paura per nudità, per rumori di passi. I passi attesi, di un Dio che passeggia alla brezza del giorno, mutati in passi di paura. Siamo rimasti al pensiero che se Dio ti cerca dopo il tuo smarrimento è per incenerirti, o per svelare agli occhi di tutti la tua nudità. Siamo rimasti a un’immagine di paura. Mi capita spesso di raccontare ciò che mi capitò anni fa: sfogliavo un libro regalo, ripercorrendo pagina dopo pagina le opere emozionanti di Michelangelo e gli occhi mi corsero a una cacciata dal paradiso terrestre. La spada fiammeggiante dell’angelo puntava a terrore alla nuca di Adamo, mentre la donna si ritraeva impaurita e curva. Volti dolenti, spalle ricurve per eccesso di vergogna. Mi ricordo che gli occhi mi corsero allora a un particolare: il terrestre e la donna erano ritratti nudi. Se la memoria della Bibbia non mi tradiva, Michelangelo, ma non solo lui, era in errore. Dio al terrestre e alla donna aveva cucito teneramente tuniche di pelle. E perché l’insistenza, non solo dei pittori, sulla spada fiammeggiante e non sulle tuniche che Dio aveva loro cucito? Sono innamorato di un Dio che cuce tuniche di pelle. Non mi fa più paura. E’ un Dio che apre i cieli non a scarica di fulmini ma a ricerca di chi si è smarrito. A volte mi sorprendo con tristezza a osservare come sia rimasta nell’immaginario una brutta immagine, quasi una caricatura, di Dio.

Ricordo che anni fa ero una sera a cena con amici. A cena c’era anche una loro amica non credente. Che raccontava di sua madre. Anche lei non credente, allora novantenne, ancora lucida di mente. Che però, di tanto in tanto, era presa da paure e ossessioni, diceva di sognare il demonio che la strappava verso l’inferno. Pensate, è da brivido, non tanto da brivido l’immagine di un demonio che ti strattona verso l’inferno, ma da brivido pensare che cosa le fosse rimasto della nostra fede, cui pure non aderiva, nel subconscio, che cosa le avevamo dopo tutto trasmesso della fede: non l’immagine di un Dio del perdono, ma l’immagine di un demonio che ti tiene nelle sue mani. Non eravamo forse chiamati a trasmettere una buona notizia? E questa che buona notizia sarebbe? Non dovevamo forse trasmettere la notizia buona, questa: che Gesù discese agli inferi, cioè nel punto più desolante della vicenda umana, perché, chiunque avesse per disgrazia avuto l’avventura di giungervi, là trovasse il Risorto che lo trascinava fuori?

Ci sarebbe da pensare. Quale volto di Dio trasmettiamo, come persone e come chiesa? Quale Dio? Se la memoria non è in difetto, misericordia nelle Scritture sacre ha a che fare con le viscere, “viscere di misericordia”, e dunque con la sede dei sentimenti: le viscere e il cuore, considerati il luogo delle passioni, del desiderio, dell’amore. Ha a che fare con “sentirsi stringere il cuore”. Non scrive forse Paolo ai cristiani di Filippi: “Mi è testimone Dio che vi desidero intensamente con le viscere di Cristo Gesù”? Con le viscere! Qualcosa di viscerale, con la tenerezza di Gesù. Misericordia dunque come sentirsi “toccare” è il contrario della impassibilità, dell’impassibilità falsamente attribuita a Dio. Dio per eccellenza misericordioso.

Per eccellenza “toccato” nelle viscere dalla sofferenza, dal male degli umani. È scritto in Zaccaria 2,12: “Chi tocca voi, tocca la pupilla dei miei occhi”. Un Dio “toccato”. Misericordia come compassione, compassione nel senso originario della parola, del “patire con”, del “soffrire insieme”, del lasciarci toccare dall’ingiustizia, dal male, dal peccato che feriscono la donna, l’uomo, questa nostra umanità, questa terra. Dio si lascia toccare, non tiene le distanze. L’abbiamo visto nella vicenda umana di Gesù di Nazaret, lui che, con la sua vita, ci ha narrato Dio. Noi usiamo la parola “passione” per dire i patimenti di Gesù. Ma i padri della Chiesa si chiedevano: “Qual è questa passione che per noi ha sofferto?”. Origene rispondeva: “È la passione dell’amore”. Ebbene, commentando questo passo di Origene, Enzo Bianchi, il fondatore della comunità monastica di Bose, scrive: “Il nostro Dio è un Dio che ha del pathos dentro di sé, un Dio che soffre per amore. Quando all’interno della Bibbia si parla di lui, è un Dio che soffre, è un Dio che piange, è un Dio che sente il nostro lamento e si mette accanto a noi. C’è un passo molto bello del profeta Zaccaria in cui Dio dice: Chi ferisce voi, Israeliti, ferisce la pupilla del mio occhio”.

Noi pupilla del suo occhio, noi passione del cuore di Dio. Il perdono dunque nasce dalla misericordia di Dio, dalle sue viscere , potrei forse dire scandalizzando qualcuno, che per Dio è un fatto di subbuglio di viscere. Di cuore. Possono capirlo coloro che amano, coloro che conoscono il subbuglio. Non certo chi non ha mai amato nessuno! Non sa che cosa sia il subbuglio, né sa che cosa ti porti al perdono: un eccesso di amore, un amore in eccesso. Lo conosce Dio. Tra le cose che non finiscono mai di stupirmi quando penso al perdono di Dio, il suo perdono per me peccatore, sta il fatto che ancora una volta in Dio è avvenuta come una rivoluzione. Dio ha sovvertito la precedenza, quella che noi fortemente rivendichiamo nei confronti dell’altro: prima ti converti, poi ti perdono.

Secondo una legge che non sembra in via di estinzione tra noi: tu mi dai, io ti do. Una legge che Gesù ha sempre sovvertito in tutta la sua vita, fino alla sua morte, morte di croce. L’ha sovvertita con il perdono, un perdono estremo. “Perdono” scrive Enzo Bianchi “donato anche ai suoi carnefici, ai suoi aguzzini, a quanti lo hanno condannato a morte, a quanti lo hanno angariato durante la sua esecuzione: “Padre, perdona loro perché non sanno né quello che dicono né quello che fanno”. Proprio per aver ricevuto la testimonianza e l’insegnamento di Gesù, Paolo nella Lettera ai Romani ha potuto rivelarci Dio quale fonte di ogni perdono.

Ascoltate questo straordinario annuncio dell’Apostolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rm 5,8-10). È una scandalosa simultaneità: mentre noi odiamo Dio, Dio ci ama e ci perdona; mentre noi siamo peccatori, Dio ci riconcilia con sé. Questo è il cristianesimo, a tal punto che Hannah Arendt, una filosofa ebrea e non credente, è giunta a scrivere: “A scoprire il ruolo del perdono nell’ambito delle relazioni umane fu Gesù di Nazaret”.

Questo è lo scandalo della croce di Cristo, e solo nella folle logica della croce si può comprendere il perdono di Dio verso di noi, e quindi il nostro perdono verso noi stessi e gli altri”. Potremmo dunque parlare di uno scandalo in Dio, lo scandalo della croce, lo scandalo del perdono che ebbe precedenti e non pochi, nella vita di Gesù nello scandalo dei suoi banchetti, i banchetti con pubblicani e peccatori. E l’accusa che lo perseguitava: “E’ andato a mangiare con pubblicani e peccatori”. Un’accusa che non era campata in aria. Doveva pur esserci qualcosa! L’accusa la odoravi nell’aria e faceva notizia. I vangeli ci raccontano che farisei e dottori della legge lo bollavano come “amico dei pubblicani e peccatori”.

Di certo avevano sorpreso come lui li guardava. Un giorno per esempio la folla che gli stava attorno aveva visto cosa era passato nel suo sguardo quando alzò gli occhi su Zaccheo, il pubblicano che aveva escogitato come luogo di avvistamento un albero, dall’alto del quale cercare di capire chi fosse Gesù. E a conferma della tenerezza dello sguardo con cui lo guardava, sentirono quelle parole nell’aria: “Oggi devo fermarmi a casa tua”. Secondo loro non lo doveva, proprio non lo doveva! Ma che religione era mai la sua? C’era da sdegnarsi. Da sdegnarsi a non finire per quell’aria di festa che dalla casa di Zaccheo filtrava per le strade, una compagnia scandalosa. Per loro aveva sbagliato casa. E lui invece a dire che proprio quella era una casa in cui era entrata la salvezza.

Lui a dirlo, senza peli sulla lingua, a coloro che fissavano case a Dio e distribuivano patenti del regno. Lo sentirono dire, a memoria per i secoli: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. Una amicizia scandalosa, la sua, e lo si percepiva d’istinto da come stesse bene con loro, nei loro banchetti. Amicizia scandalosa. E lui che contro gli scandali aveva anche duramente tuonato, dallo scandalo di essere amico di pubblicani e peccatori non si era mai, proprio curato. Anzi! Ne andava, secondo lui, della buona notizia del vangelo, che non è quella di un Dio barricato nella logica del “se tu sei buono con me, io sono buono con te”. Sarebbe stato messaggio di una ovvietà pallida e raggelante. Con i peccatori lui stava prima che si convertissero. E non si sarebbero di certo scandalizzati i suoi oppositori se si fosse fatto invitare ad una cena di peccatori convertiti! Suo intimo convincimento dunque era che a convertirli fosse proprio questo, il fatto che lo sentissero amico comunque.

A differenza radicale degli uomini religiosi che a gente come quella non riservavano il benché minimo grumo di calore. Loro, rappresentanti di una religione dove c’era testa e ordine, ma niente cuore, niente disordine del cuore, niente di quel disordine del cuore, di quell’eccesso di amore che fa la differenza di Dio. Lui si inteneriva alla debolezza, la guardava con amore, lui che raccoglieva frammenti. Lui che aveva appreso nella bottega del cielo, dal suo Padre vasaio, l’arte di ricomporre argilla, lontano da ogni disprezzo per un minimo scarto. C’era amore nei suoi occhi. Passò una vita raccattare scarti, quelli che si sentivano tali o quelli che si portavano addosso, a ferita d’occhi, lo sguardo spietato dei censori senza cuore né anima. Raccoglieva scarti, uomini come Zaccheo, donne come Maria di Magdala o la donna del pozzo di Sicar. Uomini come i suoi discepoli, che non erano certo stinco di santi né monumenti di perfezione.

Pietro non lo avrebbe rinnegato tre volte in una notte e gli altri non sarebbero tutti, dal primo all’ultimo, fuggiti? E lui a guardarli con tenerezza nella notte dei tradimenti. Lui a ricordare, proprio quella notte, che a loro non aveva dato nome di servi, ma nome di amici, lui a dare loro, nella notte in cui veniva tradito, il pane dell’amicizia. Così era lui. E così facendo raccontava Dio. E’ il Dio che raccontiamo? Fa scandalo il perdono, diremmo un perdono che viene prima di un riconoscimento della colpa. Ed è uno scandalo, lasciatemi dire, che va custodito, perché Gesù, dicevo, non ha fatto niente, proprio niente, mai niente, per evitare questo scandalo. Perché? Perché ne va del centro della nostra fede, che è la gratuità dell’amore di Dio.

Ma vorrei ancora insistere dicendo che, a mio avviso, questa tenerezza che precede, la tenerezza che ti abita gli occhi, la tenerezza di un perdono, rimane la vera sommessa della pastorale. Era ciò che ai tempi di Gesù, e non solo ai tempi di Gesù, apriva i cuori. Non fa forse pensare che la terapia di Gesù per pubblicani e peccatori fosse un pranzo, una cena, un banchetto? Una terapia sconosciuta alle nostre ingombranti strategie pastorali che non sanno più che cosa inventare per la cosiddetta “conquista” – brutto termine! – dei cosiddetti lontani.

Dico “cosiddetti”, perché il vangelo rivoluziona non solo l’immagine di Dio, della religione, ma anche dei lontani. Una terapia per peccatori e lontani o malati, che non è fatta di divieti e di dichiarazioni, ma consiste nello stare a tavola, terapia dimenticata: a tavola, dove, a distanza d’occhi, puoi cogliere lo sguardo di un Dio che non ti incenerisce, uno sguardo nel quale come da una fessura ti accorgi della fiducia, della stima per te, della speranza per il tuo futuro, che abitano lo sguardo del tuo Signore, “venuto nel mondo” scrive Paolo “per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”.

Forse la tenerezza non ci abita più gli occhi anche perché abbiamo dimenticato che trai peccatori noi siamo i primi. Ogni volta che vado a celebrare non dovrei forse stupirmi di Gesù che siede a mensa con me. Che sono il primo dei peccatori. Rimane lo stupore. Oserei dire che ancora prima che nelle parole il perdono, il perdono e la tenerezza, abitavano gli occhi di Gesù. Era uno stile. Che era già messaggio. Noi come chiesa siamo più a curarci delle parole, delle molte parole, ma poco ci curiamo dello stile con cui entriamo nella vita delle sorelle e degli uomini del nostro tempo, lo stile di accoglienza per chi si è smarrito. Occhi freddi e immobili, occhi giudicanti, occhi di ghiaccio non hanno mai messo in cammino nessuno. Occhi in cui traspare un brivido di tenerezza, di simpatia, di fiducia mettono in cammino. Il perdono di Dio è un perdono che mette in cammino.

Non si blocca al passato, anzi ci libera dal passato perché non continui a incupirci gli occhi, perché non continui a pesarci come una sorta di maledizione sulle spalle. Dio, con il suo perdono, ti vuole libero, ti fa libero di camminare nell”oggi. Non è forse vero che Gesù diceva: “Ti sono perdonati i peccati. Alzati e cammina”? E non ci parla forse d questo, di un germogliare inatteso della grazia, l’inizio dl ministero di Francesco, il vescovo di Roma? Con la sua insistenza sulla misericordia, con il suo invito a far sì che nelle chiese gli uomini e le donne di oggi trovino l’accoglienza della misericordia? Con il suo invito a non aver paura della tenerezza? La parola “tenerezza”, che sembrava cancellata da discorsi e da documenti di papi e di vescovi, si è improvvisamente riaccesa nella chiesa per le parole di Papa Francesco.

Per ben sei volte nel suo discorso di inizio pontificato, con un invito ben due volte a non averne paura. Diceva: “Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!” E non è forse commovente il fatto che alla folla radunata per il suo primo “Angelus” un papa abbia detto che lui la misericordia l’ha imparata non solo dal libro di un suo cardinale, ma dalle parole di un umile donna di Buenos Aires. Prima ricordò che la misericordia, secondo il card. Kaspers, è il meglio che possiamo sentire: “Cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto”. Ma poi subito aggiunse: “Ricordo, appena Vescovo, nell’anno 1992, è arrivata a Buenos Aires la Madonna di Fatima e si è fatta una grande Messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare, a quella Messa. E quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. E’ venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: “Nonna – perché da noi si dice così agli anziani – nonna, lei vuole confessarsi?”. “Sì, mi ha detto. “Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: “Tutti abbiamo peccati …”. “Ma forse il Signore non li perdona …”. “Il Signore perdona tutto”, mi ha detto, sicura. “Ma come lo sa, lei, signora? “. “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: “Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana? “, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio”.

Siamo in molti oggi a chiederci come mai questo “miracolo”, che uomini e donne del nostro tempo, nel giro di poche ore, siano rimasti colpiti, oserei dire affascinati, dalla predicazione del perdono, così insistente nelle parole di papa Francesco. Non sarà che a rendere credibile il messaggio sia proprio la tenerezza che abita lo sguardo di un papa, di una chiesa, il nostro sguardo?