Nella Rd Congo un ambizioso scienziato costruisce razzi artigianali e li lancia verso le stelle. Da quindici anni l’ingegnere Jean-Patrice Keka, ribattezzato in patria “l’Einstein africano”, fabbrica razzi assemblando barattoli di latta, polvere da sparo e navigatori satellitari. L’ultimo lancio è stato un disastro. Ma sta preparando la rivincita coi suoi collaboratori e promette di spedire nello spazio un satellite e un porcellino d’India

24 Giugno 2022
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di Marco Trovato – foto di Lars Berg

«Le attività procedono senza intoppi, entro pochi mesi il missile sarà terminato e potremo iniziare il conto alla rovescia». L’ingegnere deve urlare per farsi sentire. Attorno a lui drappelli di uomini in tuta blu trafficano con saldatrici, martelli, chiavi inglesi. Stanno assemblando il Troposphere 6, l’ultimo gioiello dell’industria aerospaziale congolese, un cilindro alto 15 metri progettato per raggiungere i 200 chilometri di quota. «Nessun razzo africano si è mai spinto così in alto», ci tiene a precisare Jean-Patrice Keka, l’ideatore del programma denominato “Galaxy”, che spiega raggiante: «A 100 chilometri sopra il livello del mare nell’atmosfera terrestre si trova la linea di Kármán, convenzionalmente identificata come l’inizio dello spazio. Noi supereremo quella barriera e faremo la storia».

Il laboratorio di Keka Aerospace ha sede in una vecchia officina meccanica alla periferia di Kinshasa, mentre la base di lancio dei suoi missili si trova a Menkao, 70 chilometri a nord di, capitale della Repubblica Democratica del Congo. Servono due ore di pista nella foresta pluviale per raggiungere la cittadina, che i giornali locali chiamano la “Cape Canaveral d’Africa”.

Eroe nazionale

Qui il dottor Keka, fondatore e amministratore della compagnia che porta il suo nome, ha installato il quartier generale del suo ambizioso programma spaziale. Nell’impresa ha coinvolto amici, ex compagni di studi, vicini di casa. Sono una ventina tra ingegneri, elettrotecnici, informatici, meccanici e fabbri. «Siamo una squadra affiatata e motivata», dice l’uomo, 51 anni, sguardo risoluto, modi affabili, berretto bianco in testa, camicia rosa confetto abbottonata fino al collo. Look informale per un eroe nazionale che i congolesi hanno ribattezzato “l’Einstein africano”.

Sposato, quattro figli, Keka si è laureato all’Istituto di Tecniche Applicate di Kinshasa, dapprima in economia aziendale e poi in ingegneria. «In passato ho lavorato in una società mineraria e in un’azienda farmaceutica – racconta – ma ben presto ho capito che vendere rame e aspirina non era la mia missione. Dovevo cambiare rotta e puntare in alto». Molto in alto: fino alle stelle. Si è messo a studiare libri di fisica e di balistica, a divorare riviste scientifiche. Nel 2004 ha fondato la Développement Tous Azimuts, società specializzata nella realizzazione e messa in orbita di satelliti.

Barattoli di latta e ingegno

La sua conquista del cielo è iniziata nel 2007 con il lancio del primo razzo sperimentale, che ha raggiunto quota 1.500 metri. Qualcosa di prodigioso, se pensiamo che il congegno era stato assemblato con decine di barattoli di Ovomaltina, la miscela liofilizzata di orzo e latte che tanto piace ai connazionali di Keka. «Per farlo decollare avevo usato la polvere da sparo di vecchie munizioni – spiega – e per controllarne la traiettoria avevo impiegato un navigatore satellitare di seconda mano e altri materiali elettronici recuperati in una discarica e sulle bancarelle dell’usato». L’anno dopo, l’altitudine venne addirittura decuplicata grazie a un vettore proiettato alla velocità di Mach 2,7, due volte e mezzo quella del suono, a 15 chilometri di distanza dal suolo. La tivù di stato mostrò in diretta la scia luminosa disegnata nel cielo dal razzo.

Gli scienziati congolesi, in preda all’euforia, si abbandonarono senza contegno a balli e abbracci, coi camici bianchi che svolazzavano come farfalle nella selva. L’impresa fu celebrata con toni trionfalistici dal ministro congolese della Ricerca scientifica, Léonard Masuga Rugamika, presente all’evento, che si congratulò con quel manipolo di geni visionari promettendo riconoscimenti e investimenti (mai visti). I giornali locali rinunciarono alla sobrietà: “Il Congo nello spazio”, “Andremo sulla Luna”, “Congonauti!” furono i titoli più morigerati.

Sogni in frantumi

A riportare tutti coi piedi per terra ci pensò la forza di gravità, che nel 2009 fece precipitare i rottami di un altro razzo esploso in volo: il Troposphere 5, una tonnellata e mezzo di tecnologia fai da te. Avrebbe dovuto raggiungere i 20 chilometri di altitudine, ma fallì l’obiettivo. «Colpa di un reattore che si era danneggiato durante il trasporto», chiarisce Keka, convinto ancor oggi di aver progettato tutto nei minimi particolari. «Avevo calcolato la traiettoria, la potenza e la gittata, pensavamo che l’inconveniente al motore non fosse così grave. Invece si rivelò fatale». La camera di combustione scoppiò, il missile si disintegrò pochi secondi dopo essersi staccato da terra. Nel buio della notte un boato scosse la foresta e il cielo venne illuminato da un’esplosione di stelle cadenti. «Non erano fuochi d’artificio, ma il nostro sogno che andava in frantumi».

A pezzi finì anche l’unico membro dell’equipaggio a bordo del razzo: un topo. «Si trovava nella capsula per scopi sperimentali. L’avevamo chiamato Kavira, dopo mesi di addestramento ci eravamo affezionati a lui». Il sistema di sicurezza che avrebbe dovuto attivarsi in caso di emergenza non ha funzionato. L’hanno cercato senza successo per giorni nella foresta, prima di abbandonare le speranza. «Qualcosa è andato storto nel meccanismo automatico di espulsione. Kavira dev’essere morto al momento dello schianto, non ha sofferto. È un martire della ricerca scientifica». Assieme al ratto congolese andarono in fumo cinquantamila dollari investiti dall’ingegner Keka nella missione: «I risparmi personali di una vita». Il programma spaziale subì una brusca battuta d’arresto. C’è voluto tempo per riprendersi dal disastro, la tentazione di mollare tutto è stata forte. Ma i colleghi lo hanno spronato ad andare avanti.

Aiuti dalla Svizzera

«La storia dell’esplorazione spaziale è costellata di missioni fallite; la scienza progredisce anche così, l’importante è imparare dagli errori commessi… e noi abbiamo imparato molto dai nostri», commenta l’ingegner Nestor Wembo, project manager di Keka Aerospace, la società creata dieci anni fa con l’obiettivo di intercettare investimenti dall’estero per finanziare le attività di ricerca e sviluppo. Il governo di Kinshasa, pur lodando gli sforzi dei suoi scienziati, ha negato finanziamenti pubblici. Non è andata meglio quando Keka e i suoi colleghi hanno bussato alle porte di ong e filantropi stranieri: «In Occidente pensano che l’Africa abbia bisogno solo di medicine», masticano amaro.

Nel 2020, un gruppo di giovani svizzeri, venuti a conoscenza del progetto spaziale nelle foreste congolesi, ha lanciato una campagna di crowdfunding per sostenere la nuova missione. Obiettivo: spedire nello spazio il primo satellite congolese – di nome Njiwas –, realizzato con materiale di recupero, che dovrebbe inviare foto da un’altezza di 200 chilometri. Al momento sono stati raccolti 50.000 franchi, circa 46.000 euro, non tutto il necessario ma abbastanza per avviare le attività. I dettagli del piano vengono messi a punto nel centro di controllo della Keka Aerospace, un capanno in legno e vecchie lamiere sormontato da una banderuola. All’interno, schermi di vecchi computer, videocamere per antifurti, strani congegni accatastati in un angolo, una mappa della volta celeste dispiegata su un tavolo. Fuori, l’aria satura di umidità toglie il respiro. A poca distanza, in una radura erbosa tra i campi di manioca, c’è la base di lancio. Per assistere al countdown potrebbe arrivare anche il presidente Félix Tshisekedi. Al momento, vi razzolano maiali e galline.

Vietato fallire

In mezzo alla foresta la notte è tempestata di stelle. Milioni di luci splendono come diamanti, lassù, lontane e apparentemente inaccessibili. L’ingegner Keka contempla il cielo con lo sguardo rapito. Da una vita accarezza il sogno di raggiungere quel forziere luccicante. «La passione è nata da piccolo con film e libri di fantascienza». Ma oggi fa sul serio. «Il razzo che stiamo creando è composto da tre parti. La prima sezione, realizzata con vecchi bidoni di benzina saldati assieme, contiene il motore principale e cento chili di carburante. Si staccherà a 10 chilometri di altezza. A quel punto entrerà in azione il secondo propulsore, alimentato con cento litri di gas liquido, che porterà il missile a una quota di 45 chilometri, dove avverrà il distacco della capsula. La terza sezione del razzo, con la punta e il satellite, spinta da un terzo motore alimentato ad anidride carbonica, proseguirà il suo viaggio fino allo spazio, dove entrerà in orbita il nostro apparecchio che invierà le immagini satellitari».

Ogni fase della missione è delicata. Non sono ammessi errori e imprevisti. Il lancio è stato più volte rimandato. «Servono soldi per concludere i lavori e bisogna definire quei dettagli che possono fare la differenza». Keka sa che non può fallire, se vuole continuare la sua avventura spaziale.

Una cavia nello spazio

Anche questa volta sul razzo viaggerà un piccolo roditore. «È una cavia col pelo rossastro simile al porcellino d’India, che abbiamo chiamato Galaxinaut. Alloggerà dentro la capsula. Temperatura, pressione e ossigeno saranno costantemente monitorati dal centro di controllo. Dopo essersi staccato dal missile, il suo scompartimento planerà delicatamente a terra con un paracadute che si aprirà a due chilometri dal suolo. Faremo di tutto per farlo tornare vivo sulla Terra. Se ce la faremo, come crediamo, sapremo di poter inviare nello spazio anche i primi astronauti africani», aggiunge il dottor Keka, che accarezza il sogno di emulare Jeff Bezos e Richard Branson, pionieri del turismo spaziale.

Un passo per volta. A Lubumbashi, sua città natale, il porcellino d’India si sta preparando al grande giorno. Lo hanno messo in una centrifuga artigianale per abituarlo a sopportare l’accelerazione del razzo. Sono mesi che gira dentro quella giostra in miniatura nel giardino di casa di Keka. «Voglio che diventi famoso come la cagnolina Laika, il primo essere vivente lanciato nello spazio». Era il 1957, la cagnetta finì in orbita con la capsula spaziale sovietica Sputnik 2. Non sopravvisse, ma questo nessuno lo ricorda.

Tra gli scienziati congolesi del programma Galaxy ci sono entusiasmo e ottimismo. E la percezione di incarnare le aspirazioni di riscatto di un’intera nazione. «La gente potrebbe chiedersi perché si debbano investire tante risorse per raggiungere lo spazio in un Paese come il Congo, dove gran parte della popolazione soffre ancora di povertà e di malattie d’altri tempi», ragiona a voce alta la dottoressa Justine Hitshika, che lavora alla Keka Aerospace. «Ma è una visione miope: i nostri figli hanno bisogno di grandi ambizioni che ispirino la loro vita e che li stimolino, per esempio, a studiare. Per progredire sulla terra abbiamo bisogno di sognare il cielo».