MONDO RUSSO L’inevitabilità della guerra
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Alla base della grande idea della pace ci sono valori indiscutibili come l’assoluta dignità degli esseri umani, la superiorità del diritto internazionale, e perfino la reciproca dipendenza economica. Ma ora siamo tornati a discutere dei principi che da sempre istigano i potenti alla guerra: l’affermazione della propria identità nazionale e culturale, la difesa dei propri interessi territoriali e politici, il rifiuto della dipendenza economica dai potentati internazionali.

Di tutti i sovrani della millenaria storia della Russia, tra principi di Kiev, zar e imperatori di Mosca e San Pietroburgo, segretari di partito e presidenti di federazione, gli unici che non hanno fatto la guerra sono quelli che sono durati al potere per meno di un ventennio. Per tutti gli altri, l’avvicinarsi di una possibile scadenza deve aver risvegliato istinti molto radicati nell’anima russa, quelli legati all’Apocalisse imminente: se finisce il mio potere, deve finire tutta la storia.

Perfino la più mondana e frivola tra i grandi russi di lungo corso, l’imperatrice Elisabetta figlia di Pietro il grande, dopo oltre 15 anni di balli di corte e lussi sfrenati (era salita al trono nel 1741), quando si accorse della malattia incipiente si gettò nell’avventura anti-prussiana, dopo aver firmato nel 1757 il trattato di Versailles, con l’adesione alla lega franco-austriaca contro Federico II il grande (che peraltro al potere rimase per oltre quarant’anni). L’imperatrice, che era spesso preda di crisi mistiche e desideri di redenzione, intendeva la guerra come una difesa dei confini della Russia dalle mire invasive dei prussiani, che a suo parere andavano de-militarizzati per la sicurezza dell’Europa e del mondo intero. In realtà il conflitto si allargò fino a diventare la “guerra dei sette anni” che è stata anche definita la vera “prima guerra mondiale”, estendendosi non solo all’Europa dall’Atlantico agli Urali, ma perfino alle Indie e all’America settentrionale.

A sistemare le cose per la Russia dovette intervenire un’altra imperatrice, Caterina II la grande, una tedesca che aveva scoperto la vocazione universale della Russia, e per questo invase e sottomise la Crimea dei tatari. Non si può quindi sostenere che la presenza al vertice di personalità di genere femminile aumenti le probabilità di un regno pacifico: il Putin di oggi ripercorre fedelmente le tracce delle due imperatrici più importanti del Settecento russo.

La propensione bellica della Russia si è riproposta ai nostri giorni in modo imprevisto, ma non certo imprevedibile. La questione di fondo rimane legata alle dimensioni geografiche, più che alla ferocia del carattere di quelli che i bizantini del IX secolo chiamavano “i Rhos”, barbari dai capelli lucenti, una delle possibili spiegazione dell’eponimia degli slavi orientali delle terre settentrionali. La Russia è troppo estesa per non temere continuamente di essere invasa, e si mobilita in ogni modo per definire i propri confini, le proprie u-kraine, zone di controllo eurasiatiche, terrestri e marittime, sociali e politiche, culturali e religiose.

Avvicinandosi alla metà dell’anno di guerra in Ucraina, mentre ci si chiede se c’è un modo per concludere un conflitto che sta stremando psicologicamente l’Europa e non solo (la soluzione suggerita è una sola: la resa degli ucraini), bisogna rendersi conto che in realtà c’è un fattore che non si può più escludere dalla nostra vita, e questo è proprio la guerra.

Parlando alla Duma di Mosca il 7 luglio, Putin ha avvertito che “in Ucraina non abbiamo neanche cominciato a fare sul serio”, e non si tratta solo delle manie aggressive e depressive di un leader fuori controllo. Al contrario, finora il presidente russo è apparso l’unico in grado di frenare in qualche modo l’ansia dei falchi del Cremlino che vorrebbero riversarsi di nuovo su Kiev e Leopoli, prendere Odessa e magari la Moldavia, a partire dal tetro consigliere Nikolaj Patrušev (colui che reggerebbe lo Stato se Putin venisse a mancare), o dell’ex-presidente ed eterno delfino Dmitrij Medvedev, che per la disperazione della mancata conquista si è perfino portato una pistola alla testa, ma per fortuna la mano gli tremava per la troppa vodka ingerita.

I russi e gli ucraini si fanno la guerra dalle origini della Rus’ di Kiev, e continueranno a lottare fino al pomeriggio del giorno del giudizio, come gli arabi e gli israeliani, gli armeni e gli azeri, i libici e i georgiani tra di loro, come avviene nelle zone di frattura della storia. Il punto è che gli europei, gli americani, gli “occidentali” (tra cui vanno annoverati i giapponesi e gli australiani, cioè i popoli più “orientali”), tutti noi uomini “civilizzati” e reduci dalle guerre mondiali del Novecento insomma, ci eravamo convinti che non ci sarebbe stata mai più la guerra, che avevamo trovato la formula della pace eterna e universale.

Non era così e lo sapevamo benissimo, noi stessi abbiamo accumulato un numero impressionante di guerre a tutte le latitudini e in tutti i continenti, comprese le terre affacciate sul Mediterraneo, dai Balcani al Medio Oriente e all’Africa settentrionale. L’illusione e l’ipocrisia ci impedivano di credere alla “terza guerra mondiale a pezzi” per cui ci ammonisce da quasi un decennio il papa Francesco; che cosa vuoi che ne capisca uno che viene dalla Terra del Fuoco, noi stiamo tranquilli, abbiamo i soldi e la democrazia, nulla di male ci potrà mai capitare. Semmai ci dobbiamo occupare delle minacce ambientali ed ecologiche, delle discriminazioni etniche e morali, di questioni raffinate e sacrosante. E invece, risuonano terribilmente attuali le parole del più grande commentatore russo della Guerra e Pace, Lev Tolstoj:

«La guerra non è una cosa gentile, ma la cosa più abominevole della vita; bisogna capirlo, e non giocare alla guerra. Bisogna accettare austeramente e seriamente questa terribile necessità. Tutto sta in questo: sbarazzarsi della menzogna; e che la guerra sia la guerra e non uno scherzo. Altrimenti la guerra è il passatempo preferito degli oziosi e degli sventati… La condizione del militare è la più onorata. Ma che cos’è la guerra, che cosa occorre per avere successo nelle cose militari, quali sono i costumi dell’ambiente militare? Lo scopo della guerra è l’omicidio, gli strumenti della guerra sono lo spionaggio, il tradimento e l’istigazione a tradire, la rovina degli abitanti, il saccheggio e il furto a loro scapito per approvvigionare l’esercito; l’inganno e la menzogna, definiti astuzie militari; i costumi della classe militare sono l’assenza di libertà, ovvero la disciplina, l’ozio, l’ignoranza, la crudeltà, la corruzione, l’ubriachezza. E, nonostante questo, è la classe superiore, rispettata da tutti. Tutti i re, tranne l’imperatore della Cina, portano l’uniforme militare e la maggiore ricompensa viene data a chi ha ucciso più gente… S’incontrano, come faranno domani, per uccidersi l’un l’altro, si massacrano, mutilano decine di migliaia di uomini, e poi celebrano funzioni di ringraziamento per il fatto d’aver ammazzato molte persone (il cui numero viene inoltre esagerato) e proclamano la vittoria, credendo che quanta più gente hanno ucciso, tanto maggiore sarà il merito. Come fa Dio di lassù a guardare e ad ascoltarli!» gridò con voce acuta e stridula. «Ah, anima mia, in questi ultimi tempi per me vivere è diventato penoso. Vedo che comincio a capire troppe cose. E all’uomo non conviene gustare i frutti dell’albero del bene e del male… Be’, ma non sarà più per molto tempo!» soggiunse speranzoso.

Davanti ai nostri occhi, il Cremlino tiene in scacco il mondo intero. In che cosa abbiamo sbagliato? Si chiede il redattore della rubrica russa “Idee”, Maksim Trudoljubov. Erano sbagliate le nostre convinzioni, in base alle quali si pensava di poter costruire un mondo di pace? Nel 1945 si unirono i rappresentanti dei Paesi capitalisti con quelli comunisti, dell’Oriente e dell’Occidente, delle organizzazioni ebraiche e delle Chiese cristiane, e crearono insieme l’Organizzazione delle Nazioni Unite, un circolo elefantiaco di proclami solenni, che oggi appare così tanto dimenticato, che sono ben pochi a conoscere la grafia esatta del cognome del suo segretario. L’Onu doveva prevenire, limitare e soffocare ogni guerra nel mondo, e dobbiamo concludere, almeno in questa fase, che ha clamorosamente fallito il suo compito.

Alla base della grande idea della pace ci sono valori indiscutibili come l’assoluta dignità degli esseri umani, la superiorità del diritto internazionale, e perfino la reciproca dipendenza economica. Ora siamo tornati a discutere dei principi che da sempre istigano i potenti alla guerra: l’affermazione della propria identità nazionale e culturale, la difesa dei propri interessi territoriali e politici, il rifiuto della dipendenza economica dai potentati internazionali. Quei principi illuminati che il filosofo Kant, ai tempi delle imperatrici russe, cercava di descrivere nel trattato “Per una pace eterna”, afferma Trudoljubov, “sembrano oggi elementi di satira politica per il riposo eterno”, nei cimiteri in cui si venerano i caduti buriati o ceceni dell’invasione dell’Ucraina, o nelle rovine di Mariupol e delle altre città rase al suolo dall’esercito russo.

La guerra non finirà presto, e per costruire la pace dobbiamo imparare a farci i conti sul serio. Come scriveva Tolstoj, “la guerra è il corpo stesso dell’uomo, una sensazione di solitudine che si fonde con la sensazione del dolore”. Non possiamo “essere al tempo stesso oziosi e tranquilli”, ammonisce il grande scrittore, perché “una voce segreta ci dice che, se siamo oziosi, siamo anche colpevoli”. L’ozio era la condizione del Paradiso, sulla terra bisogna agire per costruire un mondo sempre nuovo, da ricostruire ogni volta, dopo ogni fallimento e distruzione. Con l’aiuto di Dio, che non ci istiga alla guerra, ma sa che non siamo capaci di vivere in pace.