Papa Francesco trascura i viaggi nella vecchia Europa:
ormai una periferia per la fede
Marco Politi
– Il Fatto Quotidiano
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Rinviato – per evitare malintesi politici – il viaggio a Gerusalemme, dove era in programma l’incontro con il patriarca Kirill, rimandata la visita nella Repubblica democratica del Congo e in Sud Sudan (a causa dell’infiammazione al ginocchio), papa Francesco è stato fermo per alcune settimane. Ma ora è pronto a rimettersi in cammino. Il 24 di questo mese si recherà in Canada, dove resterà sei giorni. Chiederà perdono per l’oppressione dei bambini indigeni nelle famigerate “scuole residenziali” cattoliche (ma non solo), dove venivano forzosamente iscritti nel secolo scorso.

Il pontefice ha già visitato oltre 50 stati di tutto il mondo. Nel lungo elenco si va dall’Albania alla Thailandia, dalla Svezia al Madagascar, dal Brasile agli Emirati Arabi Uniti. C’è il Nord Europa (Irlanda, Svezia), c’è l’Europa orientale (Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia), c’è l’Europa balcanica (Albania, Macedonia del Nord, Bosnia ed Erzegovina) e quella mediterranea: da Malta alla Grecia, da Cipro alla Turchia.

Spicca in questa rete di percorsi una enorme macchia bianca, l’Europa occidentale. Il nucleo storico che ha costruito il cattolicesimo, una volta che gli apostoli Paolo e Pietro secondo la tradizione si sono spostati da Gerusalemme a Roma. C’era una logica nella programmazione dei viaggi papali attuata da Francesco dopo la sua elezione. Andare verso le periferie del mondo, valorizzare l’universalità della cattolicità – lo stesso slancio che lo ha spinto a dare la porpora ad un vescovo delle Isole Tonga o, recentemente, al nunzio in Mongolia – senza indulgere a nostalgie antiquarie sulla “cristianissima” Francia o la Spagna “apostolica” di un tempo o l’Austria del “sacro” romano impero. Una scelta comprensibile. Ma nel decimo anno di pontificato bergogliano, mentre è in corso la preparazione del sinodo mondiale che dovrebbe ridisegnare la fisionomia del cattolicesimo nel XXI secolo, salta agli occhi che la vecchia Europa è diventata anch’essa periferia per la fede. Una periferia dove lo splendore delle cattedrali copre la desolazione degli abbandoni – caduta verticale delle vocazioni sacerdotali, contrazione massiccia degli ordini religiosi femminili, fuga dalla confessione, catastrofica diminuzione della frequenza alla messa domenicale – evidenziando crisi esistenziali e difficoltà sistematica e crescente di riconoscersi nella tradizione e nella struttura ecclesiastica.

Le chiese semideserte la domenica in città, le parrocchie di campagna dove ci si chiede “chi rimarrà quando sarà morto il vecchio parroco e sparito il nucleo affezionato degli anziani?”, la ricerca disperata di clero da importare dall’Europa orientale, dall’Africa, dall’Asia, l’estraniamento di una parte notevole delle nuove generazioni, l’abbandono per stanchezza di fedeli che hanno perso l’entusiasmo… Tutto questo testimonia che le nazioni un tempo architrave del cristianesimo in Europa occidentale (Spagna, Francia, Italia, Germania, Olanda, Inghilterra, Austria) sono tutt’altro che “centro”. Sono uno spazio ormai dove la fede socialmente è diventata periferica. Uno spazio in cui la figura del romano pontefice magari continua a dominare perché protagonista a livello internazionale e interlocutore mediatico capace di esprimere concetti, bisogni, valori che colpiscono l’opinione pubblica, ma dove il vescovo spesso è un illustre sconosciuto e la Chiesa locale non incide quasi per niente sulla realtà socio-politica. E’ avvenuto quello che l’arcivescovo Bergoglio già illustrava prima del pontificato: il pastore non è costretto a cercare l’unica pecorella smarrita, ma una pecora soltanto è rimasta nel recinto mentre le altre 99 si sono disperse fuori.

Lo stesso fenomeno del nazional-clericalismo riflette una religione che va a rimorchio della politica, invece di indirizzarla. In Germania l’anno scorso altri 350mila fedeli hanno abbandonato la Chiesa cattolica: si sono cancellati dal sistema automatico di tassazione confessionale. Insoddisfazione, stanchezza, ribellione per le riforme ecclesiali non attuale, dissenso verso il riformismo, egoismo fiscale? Resta il fatto dell’emorragia continua attraverso un atto che ufficialmente è qualificato come “uscita dalla Chiesa”. In Francia la grande consultazione lanciata da papa Francesco in vista del sinodo mondale del 2023 ha coinvolto appena il dieci per cento dei praticanti (età media 70 anni), con un’assenza diffusa dei giovani. Da anni i dati indicano il procedere di una grande carestia di fede praticata. In Francia la frequenza alla messa domenicale è del 3-4 per cento, in Spagna è soltanto il 10, in Germania è al 9. In Italia è esploso il fenomeno della non-aderenza a nessun culto: un terzo della popolazione. Mentre i giovani non credenti arrivano a superare il 40 per cento, toccando in alcune fasce di età anche il 48.

Se Francesco cerca periferie esistenziali, regioni dove la fede vissuta secondo le pratiche e le strutture cattoliche sopravvive con notevoli difficoltà, non deve andare lontano.

La vecchia Europa, questo è il sentimento di molti cattolici della parte occidentale del continente, attende ora Francesco e ha bisogno di lui. Anche perché un altro elemento evidenzia il carattere di “abbandono” della vecchia Europa. Il drammatico biennio di pandemia del Covid, con la chiusura delle chiese e la trasmissione delle messe a distanza, ha fatto sì che non tutti tornassero ai riti una volta riaperti i templi. Una frangia di fedeli si è persa per strada. E si sta facendo avanti un ulteriore fenomeno: la difficoltà di ritrovarsi concettualmente nel mistero rituale della messa da parte di giovani, che pure sono pronti a impegnarsi nel volontariato, animati da ideali cristiani.

Questa incrinatura tra comprensione della celebrazione eucaristica e slancio ideale nella società è appena agli inizi (o ci si è accorti soltanto ora), ma certamente può essere gravida di conseguenze. Ecco perché un buon numero di preti e fedeli d’Europa occidentale vorrebbero vedere il Papa finalmente in mezzo a loro.

Al contempo c’è anche un motivo geopolitico, che potrebbe suggerire a Bergoglio di muoversi in questa direzione. La guerra in Ucraina si sta avvitando in una escalation di cui non si intravvedono né le finalità né la fine. Soltanto dal nucleo che fondò l’Unione europea può venire un sussulto di ragionevolezza che apra la strada ad una vera trattativa per un cessate il fuoco e ponga le basi per un compromesso, superando il clima eccitato di “guerra santa” che regna a Londra, in Polonia, nei paesi baltici e in una parte dell’establishment di Washington. Ecco perché è importante che il No di Francesco ad un “mondo diviso tra potenze in conflitto” e l’urgenza di una trattativa di pace risuonino con la sua voce a Parigi, a Berlino, a Madrid, Bruxelles, Vienna.