XIII Domenica
Tempo Ordinario Anno C
Luca 9,51-62



Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. (…

(Letture: 1 Re 19,16.19-21; Salmo 15; Galati 5,1.13-18; Luca 9,51-62).

Gesù vuole eliminare il concetto stesso di «nemico»
Ermes Ronchi

Vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? La reazione di Giacomo e Giovanni al rifiuto dei Samaritani è logica e umana: farla pagare, occhio per occhio.
Gesù si voltò, li rimproverò e si avviò verso un altro villaggio. Nella concisione di queste parole si staglia la grandezza di Gesù. Uno che difende perfino la libertà di chi non la pensa come lui.
La logica umana dice: i nemici si combattono e si eliminano. Gesù invece vuole eliminare il concetto stesso di nemico.
E si avviò verso un altro villaggio. C’è sempre un nuovo paese, con altri malati da guarire, altri cuori da fasciare, altre case dove annunciare pace.
Gesù non cova risentimenti, lui custodisce sentieri verso il cuore dell’uomo, conosce la beatitudine del salmo: beato l’uomo che ha sentieri nel cuore (Salmo 84,6). E il Vangelo diventa viaggio, via da percorrere, spazio aperto. E invita il nostro cristianesimo a non recriminare sul passato, ma ad iniziare percorsi.
Come accade anche ai tre nuovi discepoli che entrano in scena nella seconda parte del Vangelo: le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo.
Eppure non era esattamente così. Gesù aveva cento case di amici e amiche felici di accoglierlo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e degli uccelli Gesù traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dal potere religioso e politico, sottoposta a rischio, senza sicurezza. Chi vuole vivere tranquillo e in pace nel suo nido sicuro non potrà essere suo discepolo.
Noi siamo abituati a sentire la fede come conforto e sostegno, pane buono che nutre, e gioia. Ma questo Vangelo ci mostra che la fede è anche altro: un progetto da cui si sprigiona la gioiosa fatica di aprire strade nuove, la certezza di appartenere ad un sistema aperto e non chiuso.
Il cristiano corre rischio di essere rifiutato e perseguitato, perché, come scriveva Leonardo Sciascia, «accarezza spesso il mondo in contropelo», mai omologato al pensiero dominante. Vive la beatitudine degli oppositori, smonta il presente e vi semina futuro.
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Una frase durissima che non contesta gli affetti umani, ma che si chiarisce con ciò che segue: Tu va e annunzia il Regno di Dio. Tu fa cose nuove. Se ti fermi all’esistente, al già visto, al già pensato, non vivi in pienezza («Non pensate pensieri già pensati da altri», scriveva padre Vannucci). Noi abbiamo bisogno di freschezza e il Signore ha bisogno di gente viva.
Di gente che, come chi ha posto mano all’aratro, non guardi indietro a sbagli, incoerenze, fallimenti, ma guardi avanti, ai grandi campi del mondo, dove i solchi dell’aratro sono ferite che però si riempiono di vita.

Avvenire 2016

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”
Enzo Bianchi

Con questo brano si apre la seconda parte del vangelo secondo Luca, quella che ci testimonia il viaggio di Gesù a Gerusalemme, dove egli sarà arrestato, condannato e crocifisso.

L’ouverture è solenne: “Ora, avvenne che, mentre stavano per compiersi i giorno della sua elevazione, egli indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”. Stanno per compiersi dei giorni, sta per avvenire nella vita di Gesù l’evento della sua elevazione, ed egli lo sente dentro di sé come una necessitas innanzitutto umana (il profeta non può non essere perseguitato e ucciso proprio a Gerusalemme; cf. Lc 13,34-35), nella quale è inscritta la necessitas divina: se Gesù obbedisce alla vocazione e non si sottrae ai nemici, difendendosi o fuggendo, allora sarà tolto, elevato da questa terra verso il Regno, verso il Padre. Sarà l’ora del suo esodo (cf. Lc 9,31), e questa dipartita è chiamata da Luca – che si ispira al racconto della fine di Elia (cf. 2Re 2,8-11) – elevazione, ascensione, rapimento (análempsis). È significativo che Luca usi lo stesso termine (per l’esattezza il verbo analambáno) per parlare dell’ascensione di Gesù al cielo (cf. At 1,2.11.22).

Gesù allora “indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”, cioè, diremmo noi, serrò i denti, assunse un volto severo e determinato perché, sapendo di andare incontro a una fine tragica, doveva anche lui sconfiggere la paura che lo assaliva. Gesù radunò tutte le sue forze, prese coraggio dal profondo del cuore e, leggendosi come il Servo sicuro che il Signore era con lui, “rese il suo volto duro come pietra, sapendo di non restare confuso” (cf. Is 50,7). L’esperienza dell’indurire il volto è tipica del profeta che a volte sperimenta che è il Signore a rendergli il volto duro, per aiutarlo contro i nemici, altre volte è lui stesso a dover indurire la faccia per poter accettare il destino di persecuzione. Profezia a caro prezzo, a costo di dover stringere i denti e predicare ciò che non si vorrebbe, operare come non si vorrebbe (cf. Ez 3,8-9). Spesso non pensiamo alla fatica, alla paura e all’angoscia vissute da Gesù, ma la sua condizione di piena umanità non lo ha preservato da questi sentimenti di fronte a ciò che si profilava davanti a sé: rigetto, condanna religiosa e politica, morte violenta. Umanamente Gesù ha provato lo sconforto di Elia davanti alla persecuzione di Gezabele (cf. 1Re 19,1-8), ha provato l’angoscia di Geremia quale agnello condotto al macello (cf. Ger 11,19), ha faticato come il Servo ad accettare di dare la sua vita per i peccatori (cf. Is 53,12).

In quella situazione di svolta, Gesù invia alcuni messaggeri davanti a sé, discepoli inviati a preparargli la strada come nuovi precursori, ma questi, entrati in un villaggio di samaritani, vengono respinti. È l’esperienza dell’opposizione a Gesù e al suo Vangelo da parte di quei samaritani che egli amava a tal punto da assumere alcuni di loro come esemplari, nella famosa parabola (cf. Lc 10,33-35) e nel leggere in un incontro personale il risultato delle sue azioni messianiche (cf. Lc 17,15-16). I samaritani, scismatici e ritenuti impuri dai giudei, disprezzati e considerati come feccia, dunque oppressi, non accolgono però il Vangelo e, diffidando di Gesù in quanto galileo diretto a Gerusalemme, lo rifiutano.

Luca registra allora la reazione dei due discepoli fratelli, Giacomo e Giovanni, “boanèrghes, cioè ‘figli del tuono’” (Mc  3,17), che appartenendo alla comunità di Gesù si sentono offesi e si rivolgono a Gesù stesso confidando nel potere che egli ha affidato loro: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ovvero, “vuoi che facciamo come Elia, il quale invocò il fuoco dal cielo che divorò i suoi nemici” (cf. 1Re 18,36-40)? Era un’azione compiuta da un profeta grande come Elia, dunque può essere ripetuta a causa della presenza di Gesù, profeta più grande di Elia. Giovanni e Giacomo non vanno condannati troppo facilmente: comprendere che la via di Gesù non è quella della condanna ma della misericordia, non era facile per loro, ebrei osservanti e zelanti! D’altronde, non erano i più vicini a Gesù, interpreti della sua volontà? Accettare la sua debolezza, la possibilità del fallimento della sua missione, accogliere il suo ministero non di condanna ma di salvezza del peccatore, non era facile…

Ma Gesù respinge questa sollecitazione o tentazione da parte dei due discepoli, si volta verso di loro che lo seguivano e li rimprovera, dicendo (secondo alcuni manoscritti): “Voi non sapete di che spirito siete! Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle”. Gesù registra la loro ignoranza dei suoi sentimenti e dello stile della sua missione e denuncia che il loro cuore è abitato da uno spirito non conforme al suo. Nella storia purtroppo succederà spesso che i discepoli di Gesù, proprio credendo di eseguire la volontà e il desiderio del Signore, in realtà lo contraddiranno e gli daranno il volto di un giudice venuto per castigare e distruggere i malvagi…

Se vi sono quelli che rifiutano Gesù, ve ne sono però altri che lo vogliono seguire, diventando suoi discepoli. Luca testimonia anche questo correre dietro a Gesù e ci presenta tre fatti accaduti durante il suo cammino verso la città santa. Innanzitutto racconta di un tale che grida a Gesù: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Parole molto generose, apparentemente convinte, che contengono una proposta senza condizioni. Gesù ascolta, discerne che in quella persona c’è entusiasmo, ma sa che questo non è sufficiente per durare nella vocazione. Colui che fa questa affermazione non chiama Gesù “Signore”, non ha fede in lui, ma è uno di quelli che vuole dare a se stesso una vocazione, non riceverla: è un autocandidato alla sequela, con un entusiasmo da militante. A differenza del comportamento della pastorale odierna, che definisce la vocazione “facile”, “senza rinunce”, “scelta di tutto”, Gesù proclama con chiarezza le difficoltà del cammino del discepolo, perché non vuole fare un “reclutamento”, un’“incetta” di discepoli. Diventare discepoli significa accettare la povertà, l’insicurezza, il fardello del fratello o della sorella da portare, la sottomissione reciproca, l’insicurezza e poi anche il fallimento, quella fine verso cui il Signore cammina con il volto indurito. Sì, peggio della sorte degli animali selvatici! E così quella auto-vocazione non ha neppure il tempo della prova…

Vi è un altro a cui Gesù dice: “Seguimi”, ma si sente rispondere: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Richiesta legittima, fondata sul comandamento che richiede di onorare il padre e la madre (cf. Es 20,12; Dt 5,16). Gesù però chiede che, seguendo lui, si interrompa il legame con l’ordine familiare e con la religione della legge, dei doveri: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Quando Gesù chiama, non si può preferire un comandamento, seppur santo, al suo amore: o si sceglie lui radicalmente o si continua a stare insieme ai morti! Di fronte a queste nette affermazioni di Gesù, come ci poniamo noi? Le assumiamo come una necessitas, oppure le leggiamo volentieri come iperboli massimaliste, oppure facciamo come la chiesa di oggi, che ha paura di chiedere la rottura con la famiglia a causa di Cristo e continua a beatificare la famiglia come se fosse la realtà ultima ed essenziale per la vita eterna?

Infine, un terzo si avvicina a Gesù e gli promette di seguirlo, chiedendogli solo una dilazione per dare addio alla famiglia, alla gente della sua casa, padre, madre, fratelli e sorelle. D’altronde Eliseo aveva fatto la stessa richiesta a Elia, dopo essere stato chiamato da lui (cf. 1Re 19,20), dunque tale esigenza pare legittima. Gesù però non afferma l’esemplarità di queste parole di Eliseo né il suo comportamento, ma anzi proclama con forza che se uno che ha in mano l’aratro guarda indietro, non solo scava male il solco, ma non sa concentrarsi sulla meta, mostrando così di non essere adatto per il regno di Dio.

Concludo questi cenni di commento con una certa tristezza. Innanzitutto perché non siamo noi stessi capaci di questa radicalità, perciò non dobbiamo giudicare gli altri. Ma tristezza anche perché ormai la voce della chiesa, sì la voce della chiesa, non sa più ripetere le parole del Vangelo con il prezzo che esse esigono. Nell’angoscia dovuta alla mancanza di vocazioni per le opere che essa decide, la chiesa abbellisce la chiamata, come chi fa pubblicità per un prodotto senza indicarne i costi: questa è mondanità, non radicalità evangelica!

Torno subito! Come rimandare l’incontro con la vita
Gaetano Piccolo

Per chi sono io?

Qual è la domanda fondamentale della vita? È sufficiente chiederci: chi sono io? Oppure bisogna passare prima o poi a un’altra domanda: per chi sono io? Papa Francesco ci suggerisce di metterci davanti alla differenza tra queste due domande nell’Esortazione post-sinodale Christus vivit, il documento seguito al sinodo su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (cf. n.286).

A volte infatti, anche nei percorsi di fede, passiamo il tempo ad approfondire un’introspezione sicuramente importante, ma che rischia talvolta di diventare sterile ed autoreferenziale. Occorre a un certo punto aggiungere quel per fondamentale, che ci apre un altro orizzonte, quello della decisione e della responsabilità. Solo se decidiamo consapevolmente cosa farne della nostra vita, riusciamo a trovare gusto in quello che facciamo.

Tagliare

Decidere non è facile. E forse non a caso questa parola, decidere, richiama il termine tagliare. Decidere ha infatti la stessa radice latina di re-cidere.

Solo tagliando, si arriva a diventare adulti, a raggiungere cioè la pienezza della nostra vita. Come una pianta che va potata perché dia più frutto.

Gesù è il giovane-adulto che ci insegna a dare senso al nostro cammino. Proprio al centro del suo Vangelo, Luca pone l’immagine della decisione: Gesù indurisce il volto, appare concentrato e fermo nella sua scelta. Decide di andare decisamente verso Gerusalemme. Sceglie di affrontare il rifiuto e la sofferenza, perché riconosce un bene più grande. Gerusalemme è il luogo del potere politico e religioso e Gesù non ha paura di sfidarlo. Non si tira indietro. Porta proprio lì la parola profetica che mette in discussione chi usa la religione come rassicurazione e strumento di abuso.

Prendere posizione

Nel momento in cui decide questo percorso, Gesù manda avanti a sé dei messaggeri. Informa del suo passaggio, in modo che la gente possa decidere a sua volta quale posizione assumere nei suoi confronti. Cristo passa ancora nella nostra vita e noi non possiamo esimerci dal decidere come vogliamo collocarci rispetto a lui. Vogliamo permettergli di passare attraverso la nostra vita o preferiamo rifiutare la sua presenza nel nostro territorio?

Alcuni samaritani infatti decidono di impedirgli di passare attraverso il loro villaggio. Non possiamo certamente illuderci che nella nostra vita tutti saranno disposti ad accoglierci. Ma soprattutto dobbiamo esaminarci sulla modalità in cui noi reagiamo quando ci sentiamo rifiutati. Giacomo e Giovanni sono immagine dell’intolleranza, sono l’esempio, molto frequente, di chi non accetta di non essere apprezzato e osannato. Solo perché stanno camminando con Gesù, Giacomo e Giovanni si sentono autorizzati a bruciare il nemico.

Uscire dall’anonimato

Lungo la strada che sta percorrendo, Gesù fa anche altri incontri. Le persone che incrociano la strada del maestro, sono tutte indicate da un pronome indefinito: sono dei tali che stanno cercando un’identità, un’identità che però si allontana ogni volta che rinunciano a decidere. Si tratta di persone che hanno tra le mani proprio quella domanda fondamentale: per chi voglio essere?

Molte volte, come ha scritto Papa Francesco proprio nella Christus vivit, rischiamo di passare la vita seduti su un divano (cf n.143). Non si può trovare il senso della nostra vita se continuiamo a cercare tane e nidi, cioè rifugi dove nasconderci o cercare consolazione. La vita va affrontata, esponendosi anche alla fatica e alla delusione. Occorre rischiare!

Decidere vuol dire anche avere la capacità di separarsi dal proprio passato. Non ci si può rinchiudere nei sepolcri della propria storia. La memoria deve spingerci ad andare avanti. Se ci blocca e ci impedisce di andare avanti, vuol dire che è una memoria malata, di cui siamo diventati prigionieri, proprio come il tale che esita a seguire Gesù perché prima vuole seppellire il proprio padre.

Anche le relazioni rischiano di diventare una gabbia quando ci trattengono. Se i legami ci legano allora vuol dire che non sono sani. Un legame fecondo lascia liberi. Il tale che vuole prendere prima congedo dai suoi genitori e poi seguire Gesù, in realtà non è un uomo libero. Dietro quella esitazione, Gesù scorge una mancanza di coraggio.

Una vita imprecisa

La vita che abbiamo tra le mani è come un aratro che ci permette di rendere feconda e produttiva la strada che percorriamo nei nostri giorni. Proprio per questo motivo, Gesù invita a non voltarsi indietro, come chi, avendo messo mano all’aratro, si volge ossessivamente a guardare se il solco che ha tracciato è diritto o meno. La vita non è mai lineare, ma è fatta anche di pietre e di buche che rendono più autentico, anche se meno preciso, il tracciato della nostra esistenza.

L’aratro è un simbolo presente già nella tradizione di Israele. In particolare è lo strumento con il quale sta arando Eliseo quando viene investito del ministero profetico da parte di Elia (1Re 19,19-21). È significativo che quell’aratro sia bruciato per cuocere la carne che verrà offerta alla gente. È il segno della decisione che è avvenuta nel cuore di Eliseo. Egli è pronto a trasformare la sua vita: l’aratro diventa legna da ardere. Eliseo si congeda dal passato. Per questo Elia non è preoccupato del desiderio di Eliseo di andare a baciare il padre e la madre: si tratta in questo caso solo di un passaggio che non attenta alla sua libertà.

Prendere una decisione vuol dire compiere dei passi concreti. Molte volte le scelte restano solo come propositi nella nostra mente. Decidere è un cammino, un processo che richiede una libertà interiore, ma senza tagliare rischiamo di rimanere intrappolati nelle nostre paure senza trovare mai il senso più profondo della nostra vita.

Leggersi dentro

  • – Ci sono decisioni che stai facendo fatica a prendere in questo tempo della tua vita?
  • – Che cosa generalmente ti è più difficile tagliare o lasciare?

Versione originale su http://www.clerus.va