Fede e Spiritualità

Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,1-17)
Radicati in Cristo insieme a Comboni
Vivere la Missione come “Cammino sinodale di fraternità”

Card. Miguel Ángel Ayuso Guixot, mccj

Introduzione

Il motivo di questo incontro è quello di dedicare un tempo alla riflessione e alla preghiera personale, in preparazione e in vista dell’inizio del nostro Capitolo Generale.

Per creare questo clima di preghiera, vorrei ricordare l’importanza che Gesù dà nel Vangelo ad invitare i suoi discepoli, in mezzo a tutta l’attività missionaria, a mettersi “in disparte”. Per esempio, ricordiamo il testo di Marco che dice così:

[In quel tempo] Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.

Possa questa giornata di ritiro aiutare tutti noi nello spirito di queste parole che Gesù rivolse ai suoi discepoli. Prendiamo per la nostra riflessione il titolo del Capitolo e cioè: Io sono la Vite, voi i tralci del Vangelo di San Giovanni. Leggiamo:

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Il discorso di Gesù ci ricorda che il presente della comunità di Gesù e quello di noi lettori del XXI secolo si toccano e si sovrappongono. Il discorso comprende due parti, come due quadri, centrati rispettivamente sulla vita interna (15,1-17) e sulla vita esterna (15,18 – 16,4a) della comunità. Al di fuori, i credenti sono in balìa della persecuzione, suscitata dall’«odio» del mondo contro Gesù e il Padre.

Mi fermo sul primo quadro centrato sull’immagine della vite che insiste sulla metafora del «rimanere in» e sul comandamento dell’amore reciproco.

l. La Vite del Padre (15,1-17)

Il discorso inizia con una parola di rivelazione formulata in linguaggio simbolico: Gesù dichiara di essere la vite del Padre (15,1-2).

Dal v. 3 al v. 17 si susseguono strettamente legate due sotto-unità.

La prima (15,3-8) sviluppa il tema della vite attraverso paragoni che illustrano visivamente la necessità per il discepolo di rimanere in Gesù.

Nella seconda sotto-unità (15,9-17), l’oggetto della rivelazione è l’amore. L’immagine della vite non appare più, se non nell’espressione «portare frutto». La vite e il vignaiolo (15,1 -2): Sono io la vite, quella vera, e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio in me che non porta frutto, lo taglia, ed ogni tralcio che porta frutto lo pota, affinché porti frutto ancora più abbondante.

La Vigna nel passato del popolo d’Israele: Fin dai tempi remoti la vite caratterizza, con l’ulivo e il fico, la vegetazione della Palestina.

Ricordiamo infatti che quando gli uomini inviati da Mosè ad esplorare la terra di Canaan ritornarono dalla loro missione, portarono come prova della fertilità della Terra un enorme tralcio con tanti chicchi d’uva (Nm 13,23). La vigna, il bene più prezioso per il contadino israelita, è spesso menzionata nel Primo Testamento, sia in senso proprio che figurato.

Ugualmente la vigna piantata da Noè, sfuggito al diluvio, segna l’inizio di un’era nuova (Gn 9,20). Anche nel Cantico dei Cantici la vigna indica l’amore (Ct 1,14). Non senza legami con quest’ultima metafora, l’uso più diffuso nella tradizione biblica fa della vigna l’immagine del popolo di Israele in rapporto con il Dio dell’Alleanza.

Infatti, quando Gesù racconta la parabola sinottica della vigna e del suo proprietario che ne reclama i frutti, i suoi ascoltatori giudei ne colgono il significato senza bisogno di spiegazione (Mc 12,1-12). Riprendendo questo dato tradizionale, Giovanni opera un ardito spostamento: è Gesù stesso la vite del Padre.

Mentre il quadro simbolico del Pastore in 10,1-5 aveva bisogno di essere interpretato, qui l’interpretazione è data insieme all’immagine. Che cosa vuol significare l’evangelista? Qual è la relazione di Gesù con la vite-popolo di Dio?

Anche i profeti e i salmisti parlano della vigna e della vite. Osea, primo tra i profeti, descrive Israele come una «vigna fiorente, che produce frutto in abbondanza» (Os 10,1). In seguito, numerosi sono i testi in cui si parla semplicemente della «vigna» per evocare la storia delle relazioni tra Dio e il popolo eletto. La vigna di Israele deve la propria esistenza a Yaveh, che l’ha strappata dall’Egitto e trapiantata in uno spazio nuovo, dove ha potuto estendersi e prosperare: “Asportasti una vite dall’Egitto e la trapiantasti, dopo aver cacciato via le genti… Allungò i suoi tralci sino al mare” (Sal 80, 9-12).

La vite deve portare frutti abbondanti, perché la piantagione del Signore è «destinata a manifestare la sua gloria» (Is 61,3; cfr. 60,21). È per amore che Yaweh ha fatto questo, come sottolinea l’esordio del celebre poema di Isaia: “Voglio cantare per il mio diletto un cantico d’amore alla sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna su un colle ubertoso. Egli la vangò, la liberò dai sassi e vi piantò viti scelte; in mezzo ad essa costruì una torre e vi scavò anche un tino …” (Is 5,1-2).

Dio vuole la vita. “Fruttificate, moltiplicatevi”, comanda il Creatore (Gn 1,22.28). Nella stipulazione dell’Alleanza, la fecondità del suolo è una delle benedizioni promesse al popolo. Ma il «frutto» di cui si parla è soprattutto di altro ordine: Israele deve portare frutti di giustizia, grazie alla sua fedeltà all’Unico e alla sua pratica della Legge. Ora, la condotta di Israele si è dimostrata deludente, per il suo errore o a causa dei cattivi pastori (cfr. Is 3,14; Ger 12,10). Anche il seguito del poema di Isaia diventa un lamento e un giudizio (Is 5,2b-6).

Denunciando il peccato di idolatria, Geremia fa eco alla delusione del Signore: “Eppure ti avevo piantato qual vigna pregiata tutta di ceppo genuino. Come dunque ti sei cambiata, nei miei riguardi, in tralci degeneri, in vigna bastarda?” (Ger 2,21).

Ezechiele poi constata il fallimento della vigna: “I suoi rami si sono seccati, il fuoco li ha divorati” (Ez 19,12). Anche il salmista implora: “Dio delle Schiere, ritorna, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, il giardino che la tua destra ha piantato! … L’hanno bruciata col fuoco e l’hanno recisa …” (Sal 80,15-17).

L’ultima parola del Signore non è però la distruzione, perché egli è fedele per sempre e sta per manifestarlo, come annuncia il secondo canto della vigna di Isaia: “In quel giorno sì dirà: «La vigna deliziosa, cantatela!» … Nei giorni futuri Giacobbe metterà radici, Israele fiorirà e germoglierà e l ‘universo si riempirà dei suoi frutti” (Is 27,2.6).

2. Gesù, la vera vite  

Con ogni evidenza, il testo di Gv 15 si ispira alla tradizione biblica sulla vigna di Israele, in cui si narra la storia dell’elezione e dell’Alleanza. L’evangelista ne riprende la prospettiva e i termini (vite, tralci, frutti, potare, seccarsi, bruciare). «Portare frutto» si ripete come un ritornello e con la stessa finalità, che è la gloria del «vignaiolo».

Il lettore ebreo sente qui l’eco della tradizione profetica, mentre il lettore cristiano riconosce il linguaggio delle parabole dei vangeli sinottici, in cui la vigna indica Israele e il regno di Dio.

Alcuni testi rabbinici evidenziano che la tradizione su Israele “vigna del Signore” era viva al tempo dell’evangelista. Secondo gli storici Giuseppe e Tacito, una vite in oro di grandi dimensioni ornava il portale del «Santo» nel Tempio erodiano.

Gesù è la vite, noi i tralci. Perciò, dobbiamo rimanere uniti a Gesù, vera vite. Questo rimanere è un rimanere attivo, e anche è un rimanere reciproco. Perché? Perché Lui dice: “Rimanete in me e io in voi” (v. 4). Anche Lui rimane in noi, non solo noi in Lui. È un rimanere reciproco. In un’altra parte dice: Io e il Padre “verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Questo è un mistero, ma un mistero di vita, un mistero bellissimo. 

E questa è la vita cristiana. È vero, la vita cristiana è compiere i comandamenti (cfr Es 20,1-11), è andare sulla strada delle beatitudini (cfr Mt 5,1-13), è portare avanti le opere di misericordia, come il Signore ci insegna nel Vangelo (cfr Mt 25,35-36). 

Noi senza Gesù non possiamo fare nulla, come i tralci senza la vite. E Lui – mi permetta il Signore di dirlo – senza di noi sembra che non possa fare nulla, perché il frutto lo dà il tralcio, non l’albero, la vite, diceva Papa Francesco in una Messa a Santa Marta.

In questa comunità, in questa intimità del “rimanere” che è feconda, il Padre e Gesù rimangono in me e io rimango in Loro.

Qual è il “bisogno” che ha Gesù di noi? La testimonianza. Quando nel Vangelo dice che noi siamo luce, dice: “Siate luce, perché gli uomini «vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro» (Mt 5,16)”. Cioè la testimonianza è la necessità che ha Gesù di noi. Dare testimonianza del suo nome, perché la fede, il Vangelo cresce per testimonianza. Questo è un modo misterioso: Gesù anche glorificato in cielo, dopo aver passato la Passione, ha bisogno della nostra testimonianza per far crescere, per annunciare, perché la Chiesa cresca. E questo è il mistero reciproco del “rimanere”. Lui, il Padre e lo Spirito rimangono in noi, e noi rimaniamo in Gesù.

 “Potati, voi lo siete già, grazie alla parola che vi ho detto. Rimanete in me ed io in voi!” (Gv 15.3-4). Collegandosi alla potatura dei tralci da parte del Padre vignaiolo, Gesù assicura ai discepoli che essi sono già stati potati: innestati nella vite, sono perciò adatti per principio a portare frutto. I discepoli, prima della loro risposta di fede, non potevano portare frutto: se ora lo possono, non dipende da loro, ma è grazie alla Parola che li ha potati. Dipende però da loro mantenersi in Cristo. Il tema della Parola sottolinea che la relazione del credente con Gesù è da persona a persona. «Rimanere in Gesù» esige da parte del discepolo una fedeltà che domina lo scorrere del tempo, e lo sguardo si porta al di là, verso il frutto da produrre, di cui l’unione con il Figlio è la condizione.

3. I frutti della vite: dare la vita per i propri amici

C’è un fatto significativo nella vita di Christian de Chergé, priore di Tibhirine. Da bambino, Christian aveva vissuto per tre anni in Algeria con la famiglia. Fu allora – aveva cinque anni-, che sua madre gli insegnò il rispetto per i musulmani e per i loro atteggiamenti nella preghiera, diversi da quelli di noi cattolici: “Stanno pregando Dio”. Nel 1959, da seminarista, tornò in Algeria per completare il servizio militare obbligatorio. Era il tempo della guerra d’indipendenza dalla Francia. Fece amicizia con un poliziotto di un villaggio, Mohammed, un analfabeta, dotato però di una profonda pietà. A Christian faceva molto bene conversare con lui. Un giorno erano insieme a pattugliare il territorio, quando s’imbatterono in un gruppo armato del Fronte di Liberazione Nazionale. Mohammed si frappose tra i loro fucili e il giovane seminarista, prendendo le sue difese. Disse: “È una persona di grande pietà ed è amico dei musulmani”. Quegli uomini armati li lasciarono andare, ma il giorno seguente Mohammed fu trovato morto, con la gola tagliata. Christian commentò così questo evento, che avrebbe segnato la sua vita: «nel sangue di quest’amico io compresi che la mia vocazione a seguire Cristo l’avrei vissuta, prima o poi, nello stesso Paese in cui avevo ricevuto la testimonianza dell’amore più grande di tutti».

4. L’esempio di San Daniele

 San Daniele Comboni, dalla sua formazione alla vita sacerdotale nell’Istituto fondato dal servo di Dio Nicola Mazza, si sentì chiamato al dono della propria vita per l’annuncio evangelico in terra d’Africa. Questa consapevolezza lo accompagnò per tutta l’esistenza, lo sostenne nelle fatiche missionarie e nelle difficoltà pastorali. Si sentiva confortato in questa sua dedizione dalla parola udita dal Papa Pio IX: “Labora sicut bonus miles Christi pro Africa” (S 4085).

Nell’omelia per la Messa della Canonizzazione, il 5 ottobre 2003, commentando il versetto del Salmo responsoriale: “Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore”, San Giovanni Paolo II sottolineò l’urgenza della missione ad gentes anche in questi nostri tempi.

“Sono necessari evangelizzatori dall’entusiasmo e dalla passione apostolica del vescovo Daniele Comboni, apostolo di Cristo tra gli Africani. Egli impegnò le risorse della sua ricca personalità e della sua solida spiritualità per far conoscere ed accogliere Cristo in Africa, continente che amava profondamente. Come non volgere, anche quest’oggi, lo sguardo con affetto e preoccupazione a quelle care popolazioni? Terra ricca di risorse umane e spirituali, l’Africa continua ad essere segnata da tante difficoltà e problemi”.

Conclusione

Affido i lavori di questo Capitolo generale all’intercessione del nostro Santo, insigne evangelizzatore e protettore del Continente Nero, affinché il nostro Istituto possa crescere nella fraternità solidale, e così portare il frutto abbondante atteso da Gesù-Vite, dando priorità ancora oggi alla missione ad gentes, da non posporre a nessun altro impegno, pur necessario, di carattere sociale e umanitario.