1. C’è anche la discarica delle parole.

Ci sono parole che in un certo tempo risultano inutili, antiquate, come fossero vecchie cianfrusaglie che si trovano per casa: non sa più da dove vengono, non si sa a che cosa servono. Può capitare persino che sia imbarazzante tenere in bocca certe parole, quelli che ti ascoltano fanno di quelle facce! come a compatirti o a esprimere la più severa disapprovazione. Capita a certe parole come a certi oggetti: quando arrivano quegli amici o gli amici dei figli si spostano altrove, quasi a cancellare le tracce di una appartenenza o di una esperienza che gli altri potrebbero non condividere. Perciò si mettono in un sacco e finiscono in discarica.

2. Quando le parole mancano.

Il complesso di essere aggiornati induce a mettere parole in discarica; la frenesia di fare ordine, la distrazione, la fretta rendono sbrigativi e si finisce per buttare via anche quello che è prezioso senza distinguere le cianfrusaglie dai gioielli: in discarica si trova di tutto.

Ma può succedere che a un certo punto ci si accorga che alcune parole mancano e quando mancano le parole i discorsi si inceppano, quello che uno vorrebbe dire si confonde in un parlare generico che non comunica niente e forse non si riesce neppure a capire se stessi e a dare un nome alle proprie esperienze e ai propri sentimenti.

2.1. Beati i puri di cuore (Mt 5,8)

Per esempio come si chiama quella inquietudine che lascia sempre insoddisfatti, quella sete di un oltre e di un altrove che si avverte come una nostalgia ma che è forse un desiderio? Come si chiama quell’intuizione che si potrebbe vedere oltre la banalità e l’artificioso spettacolo che eccita e seduce e che poi delude e lascia solo una vergogna, l’umiliazione di essersi lasciati ingannare.

Mancano le parole per parlarne.

Ci viene in aiuto, però, quella custodia delle parole irrinunciabili che si chiama “vangelo”.

Nel Vangelo infatti possono ritrovare le parole essenziali anche coloro che in qualche momento hanno messo tra i rifiuti le parole che sembravano cianfrusaglie e – in verità – sono perle preziose.

E là si legge: beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Ecco: purezza di cuore per lo sguardo che va oltre e trova gioia in Dio.

2.2. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia (Mt 5,6)

Per esempio, come si chiama quella specie di ribellione suscitata dallo spettacolo dei prepotenti che umiliano i deboli? Come si chiama quel senso di colpa per aver girato la testa dall’altra parte di fronte all’insulto di chi banchetta e sperpera al cospetto di chi muore di fame? Come si chiama quel rimorso per la viltà che ha indotto a censurare le denunce e a pagare sapientoni per dirci cose piacevoli e per darci giustificazioni e autorizzarci a non pensare, a non sapere, a non preoccuparsi?

Mancano le parole per parlarne.

Ci viene in aiuto, però, il Vangelo. E nel Vangelo si legge: beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Rivela che non possiamo goderci la terra come un bambino goloso consuma il suo gelato e che siamo fatti piuttosto per una fraternità che non sopporta le diseguaglianze offensive e che la tranquillità è solo illusione se non diventa condivisione.

2.3. Beati i misericordiosi (Mt 5,7).

E come si chiama quel sentimento che non ci lascia tranquilli dopo aver litigato con un amico, un fratello, un parente? Come si chiama quel soffrire che ci ferisce di fronte a chi soffre troppo? Come si chiama quello slancio che induce a scomodarci, anche quando siamo così gelosi della nostra quiete e così abituati a difenderci dai fastidi?

Ci mancano le parole per parlarne.

Ci viene in aiuto, però, il Vangelo. E nel Vangelo si legge: beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia (Mt 5,7).

Riceviamo così la parola che rivela che non siamo fatti per una solitudine arrabbiata, ma per cercare le vie della riconciliazione fino al perdono; non siamo fatti per un egoismo indifferente e spietato, ma per una premura capace di soccorrere, per una generosità mite e sorridente. Siamo fatti per amare perché siamo stati amati.

3. La vocazione alla santità.

Questa festa che celebriamo è l’occasione per recuperare parole censurate, messe forse tra i rifiuti per l’imbarazzo di sentirci antiquati. E celebrando l’immensa moltitudine di coloro che sono stati segnati con il sigillo del Dio vivente ne ascoltiamo il cantico dove sono custodite le parole essenziali. I santi sono uomini e donne che si fanno parola di Vangelo in carne e ossa e ci ripetono l’antico messaggio: sei fatto per la santità.

Solennità di Tutti i Santi, Milano, Duomo – 1 novembre 2019
Arcivescovo Mario Enrico Delpini