Dacci, Signore, il coraggio dei nuovi inizi. Non lasciare che ci adattiamo a conoscere ciò che è stato: dacci larghezza di cuore per abbracciare quello che è. Allontanaci da ciò che è sempre ripetuto, dai giudizi meccanici che banalizzano la storia privandola di sorpresa e di speranza. Insegnaci che la sorpresa è la tua firma nel tempo. Rendici attoniti come gli esseri che fioriscono. Rendici incompiuti come quelli che desiderano. Rendici attenti e solleciti come quelli che si prendono cura degli altri. Rendici fiduciosi come quelli che osano guardare tutto di nuovo, anche se stessi, per la prima volta. Dai alla nostra vita, Signore, la tua sapienza. Aiutaci a digiunare dalle parole che sono pareti che ti nascondono, dalle parole in cui non fa capolino l’amore, dalle parole confuse, monocordi, cacofoniche, estenuate. Dalle parole difensive come reti metalliche o scagliate ostilmente come pietre. Dalle parole che non nascono dall’ascolto ma dalla sordità interiore. Dalle parole che balbettano solo presunzione e arroganza. Dalle parole che paralizzano la comunicazione. Dalle parole che a nulla aprono se non ad altre parole. Dacci la forza di insinuare negli autunni il ramo verde, il fiore inatteso, l’irreprimibile invito che ci fai a rinascere.

José Tolentino Mendonça
Avvenire