Il legame tra guerra e religione è vecchio come il mondo: da Bin laden a Putin, le peggiori atrocità sono legittimate da un’aura di sacralità.

Mauro Magatti
| 04 aprile 2022
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Durante la roboante manifestazione tenuta allo stadio di Mosca, Putin ha giustificato l’invasione dell’Ucraina come un’azione in difesa di «compatrioti perseguitati», arrivando a citare le parole del Vangelo: «non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici». Nella prospettiva del leader russo, il richiamo religioso è strategico: per sostenere la sua narrazione sulla grande Russia e alimentare le nostalgie imperiali, Putin ha bisogno di riferimenti storici, culturali e religiosi.

Le parole di Putin erano state peraltro anticipate dal discusso discorso del primate della Chiesa ortodossa russa, che nei primi giorni di guerra era addirittura arrivato ad affermare che il conflitto in corso «non ha natura fisica ma metafisica». Secondo Kirill, l’azione di Putin è legittima perché mira ad opporsi all’avanzata di un Occidente completamente laicizzato, come dimostrano i gay pride — la cui prima edizione si è tenuta a Kiev nel 2019 — visti come veri e propri riti di iniziazione.

Il legame tra guerra e religione è vecchio come il mondo. Quando si va a uccidere — e a farsi uccidere — le ragioni terrene non bastano. Bisogna ricorrere a riferimenti superiori in grado dì giustificare l’omicidio e il sacrificio della vita. Solo così si può trovare il coraggio di attraversare la soglia dell’ordinario per entrare nello straordinario. Ma una tale strumentalizzazione della religione è inaccettabile. Sia per la comunità politica — come si può usare un argomento di questo tipo per giustificare un’invasione? — che per quella religiosa, che si vede tradita proprio nei suoi elementi fondamentali.

Non è per caso che, nella Bibbia, subito dopo la rivelazione del Dio vivente — Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno — segue immediatamente il divieto di ogni strumentalizzazione. «Non nominare il nome di Dio invano» significa esattamente questo: non è lecito all’uomo tirare in ballo Dio per giustificare i proprio disegni terreni. Qualunque essi siano. Anche se tante volte dimenticato, si tratta di un principio fondamentale per lo sviluppo della civiltà. La citazione di Putin è dunque blasfema e pretende di farci tornare a epoche premoderneE tuttavia, l’Occidente farebbe bene a non sottovalutare la questione religiosa.

Sarebbe un grave errore non accorgersi della proliferazione del fondamentalismo in tante regioni del pianeta. Un fenomeno che attraversa tutte le grandi religioni. Ci sono fondamentalisti islamici, induisti, ortodossi, protestanti evangelici, cattolici. Ciò che accomuna tutti questi gruppi è proprio l’accusa a cui fa riferimento Kirill: il modello occidentale liberale viene visto come una minaccia mortale per le tradizioni religiose. In mano ad autocrati e populisti, abilissimi nella strumentalizzazione, questo discorso arriva alla conclusione che l’Occidente è il «nemico».
È questa la principale risorsa identitaria su cui si innesta gran parte della violenza dei nostri tempi: da Bin laden a Putin, le peggiori atrocità sono legittimate da un’aura di sacralità.

Il tema è cruciale. Non si dovrebbe dimenticare che l’Europa (gli Stati Uniti sono un po’ diversi da questo punto di vista) è l’unico continente in cui la rilevanza della religione nella sfera pubblica è ridotta a un lumicino. A differenza di quanto accade da noi, nel resto del mondo la stragrande maggioranza della popolazione continua ad avere un orientamento religioso. Un dato tra i tanti: in Svezia la percentuale di persone che dichiarano un affiliazione religiosa non arriva al 20%. Nei Paesi del Nord Africa (Marocco, Tunisia etc.) siamo attorno al 90%. Un divario molto ampio che segnala differenze profonde nella interpretazione della realtà.

Comunque la si pensi, liquidare le fedi religiose come qualcosa di anacronistico è un grave errore. Essere realisti  significa considerare la rilevanza di questo aspetto così da evitare di consegnare nelle mani di chi ci minaccia una carta importante per giustificare le azioni più violente. Il principio di laicità che l’Occidente ha interiorizzato per la vita politica dei singoli Stati nazionali è ben lontano da essere applicabile alla scala globale.

La questione interpella altresì le Chiese di ogni credo. È chiaro, infatti, che in un mondo divenuto piccolo, in cui dobbiamo imparare a convivere e in cui il peso della religione rimane importante, le grandi Chiese devono assumersi una responsabilità nuova: spezzare in modo più netto il nesso tra religione e guerra. È urgente lavorare per arrivare a una dichiarazione solenne per affermare il rifiuto di qualsiasi giustificazione religiosa dei conflitti armati. Dichiarazione che, per poter sussistere, deve andare di pari passo con l’altro grande tema della libertà religiosa.

Un primo passo in questa direzione era stato compiuto da papa Wojtyla nel 1986 con l’incontro di Assisi. Un tentativo che va ripreso e rafforzato. Papa Bergoglio si muove su questa linea. Nelle ultime settimane il Papa è stato chiaro: la guerra è sempre odiosa e ingiusta; provoca inutili sofferenze, è disumana; non è accettabile che la religione sia strumentalizzata per scopi politici e tanto meno affermare la fede attraverso la violenza. E l’ipotesi di una visita a Kiev vuole andare proprio in questa direzione. Sottrarre a Putin — e a tutti gli autocrati e i populisti che si aggirano per il mondo — la legittimazione religiosa contribuirebbe a sgonfiarne le pretese espansionistiche. Questo è il contributo che le Chiese possono oggi portare alla pace.