Nei dialoghi che ho con i lettori non manca mai la domanda sulle abitudini di scrittura: luoghi, tempi, trucchi… La curiosità riguarda in realtà quella cosa di cui, chi lavora di «ispirazione» è testimone: l’esistenza della vita spirituale, da cui dipende poi la vita quotidiana. Non sappiamo dove sia questo luogo di cui chiediamo «la posizione» a coloro che ci sono stati, perché è in quest’eden, che spesso crediamo perduto o inventato, che si trova la felicità: è lì che la vita è sempre piena di pace anche nei momenti difficili, come il mare calmo pochi metri sotto una superficie in tempesta. Proviamo allora a riconquistare l’aggettivo «spirituale» — oggi ridotto a sinonimo di «immaginario», «lontano dalla vita», «strano», «senza corpo» — partendo proprio dalla parola «ispirazione».

Ispirato è qualcuno che fa con sorprendente naturalezza qualcosa. «In-spirato» è «chi ha ricevuto un soffio», la parola spirito viene infatti da «spiro» (soffio). La vita è quindi «in-spirata» quando qualcosa «soffia dentro», dove «dentro» è lo spazio in cui ciò accade: la vita interiore. Vita spirituale (soffio) e vita interiore (spazio) sono necessarie a ricevere e dare vita, cioè a essere vivi e non semplicemente viventi. Per i Greci l’ispirazione era infatti dono divino accolto da chi lo invoca e da donare agli altri: Omero nel primo verso dell’Odissea chiede alla Musa letteralmente di «dirgli dentro» quello che lui canterà poi agli uomini. E noi come facciamo a essere in-spirati, a ricevere questo soffio?

Anche nella tradizione giudaico-cristiana compare da subito il soffio. La Genesi sin dal secondo versetto dice che «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Lo spirito in ebraico è ruah, soffio, e le acque non indicano il mare, non ancora creato, ma il caos. Il verbo «aleggiare» nel testo significa in realtà «covare»: lo spirito di Dio, che è Amore, porta il caos della storia alla forma, come una chioccia. Quello stesso «soffio» che spinge tutto a compimento, cioè alla piena bellezza di ogni cosa, viene «in-spirato» da Dio dentro un pugno di terra: Adamo (letteralmente il Terroso) diventa vivo come «corpo in-spirato», che è chiamato a ricevere «supplementi» di «soffio» per diventare sempre più vivo proprio custodendo e lavorando il giardino, l’eden, che gli viene affidato.

Che cosa ti ispira di più? Chiediamo a chi deve fare anche una semplice scelta in un menù. L’ispirazione è quindi la relazione tra un soffio che viene da fuori (spirito) e lo spazio di accoglienza (interiorità), come il vento con una vela: chiunque sia stato in barca a vela conosce la bellezza silenziosa di questa spinta che si traduce in movimento sulle acque. La persona ispirata, qualsiasi cosa faccia (da una torta a una poesia), si muove luminosa, agile, bella. Questo vogliamo anche noi: bellezza, luce, agilità nell’azione, in sintesi quella allegria che ha la stessa radice di alacre (veloce, desto), il contrario della pesantezza e lentezza di chi non è ispirato: nave che non si muove.

Quindi quando si domanda all’artista: «come fai?», gli si chiede come ricevere il soffio e come custodirlo. Se non c’è vita spirituale (soffio) e interiore (vela) non c’è in-spirazione: tutta la nostra vita smette di essere originale, cioè origine del nuovo, e si ferma. Come tessere questa vela in cui il mondo ci in-spira: «soffia dentro»? Creando situazioni/occasioni “interiori” cioè di ricezione attiva: lettura, preghiera, silenzio, ascolto, natura, arte, dialogo amicale o amoroso… tutto ciò che, non consumabile nel momento in cui lo si riceve, riempie quella che lo scrittore Milan Kundera chiama «memoria poetica». Ma questo non è possibile se riceviamo solo non-cose che si spacciano per cose, informazioni e non presenze, fantasmi e non corpi.

Per guarire da questa «assenza» delle cose che porta alla disperazione, il filosofo coreano Byung-Chul Han, professore a Berlino, si è messo a coltivare un giardino e ne ha tratto un libro prezioso: Elogio della terra. In una recente intervista al Corriere ha detto: «È dipeso dalla digitalizzazione il fatto che io, sette anni fa, abbia provato un forte bisogno di essere vicino alla terra. Con la digitalizzazione non abitiamo più il cielo e la terra, bensì Google Earth e il Cloud. Così decisi di allestire un giardino. A quel tempo lavoravo ogni giorno, non di rado fino allo sfinimento. Il giardino mi ha restituito la realtà. Contiene molto più mondo dello schermo. Lo chiamai Bi-Won (“giardino segreto” in coreano). Volevo che fiorisse anche in inverno. Così vi ho piantato soprattutto fiori invernali. Da questi anni di lavoro che mi hanno riempito di gioia ho imparato soprattutto che in giardino non si prova quella depressione il cui sintomo principale è la povertà di mondo. Il giardino è assai ricco di mondo. Io credo che la pandemia che ci costringe davanti allo schermo ci allontani ancora di più dal mondo, alienandoci. È proprio l’esperienza della presenza a darci il mondo. La digitalizzazione conduce invece a una povertà di presenza e quindi di mondo, fino ad arrivare a non percepirlo più se non le sue informazioni. La digitalizzazione ci sottrae l’esperienza della presenza, portatrice di gioia. Il giardino è un antidoto all’informatizzazione del mondo».

Per questo sorrido amaramente quando sento chi vuole riempire le aule scolastiche, anche dei più piccoli, di tablet invece che di piante, di ore di coding anziché di giardinaggio, di non-cose anziché di cose. A tal proposito il filosofo continua raccontando del suo recente viaggio in Italia: «A Roma sono stato molto felice. Amo le chiese cattoliche. Ho fatto dei giri in bicicletta visitandone a centinaia. In tal modo ho scoperto una chiesa meravigliosa (San Bernardo alle Terme) che mi ha donato un’esperienza di presenza, così rara al giorno d’oggi. Questa chiesa è davvero piccola. Quando si entra ci si trova subito sotto una cupola decorata con forme ottagonali e quadrate che diventano sempre più impercettibili verso la cima, tanto che dal punto di vista ottico la cupola comunica un senso di risucchio verso l’alto. Attorno al vertice della cupola, che reca l’immagine della colomba dorata, sono disposte delle finestre attraverso cui irrompe la luce. La colomba dorata si libra nel cielo. Tutto questo va a comporre un interlocutore sublime munito di un vortice verticale che mi ha letteralmente sollevato. Mi sono librato verso l’alto, e ho compreso cos’è lo Spirito Santo. Non è altro che l’Altro. Non conosciamo più l’Altro. Lo smartphone fa sì che trasformiamo l’Altro in qualcosa di consumabile, convertendo il tu in un oggetto. Mediante la digitalizzazione del mondo scompaiono anche le cose. Questa cupola mi ha regalato un’esperienza gioiosa, un’esperienza di presenza nel bel mezzo di un ambiente sacro».

L’esperienza di presenza, fonte di ogni ispirazione, è proprio ciò che stiamo perdendo e con essa la gioia. Quest’uomo trova lo «spirito» in un giardino, viene in-spirato dal soffitto di una piccola chiesa, incontra un «tu non consumabile»: la sua «memoria poetica» viene così riempita dalla «presenza», spirito e corpo diventano tutt’uno come in amore. Nella tradizione cristiana infatti lo Spirito con la maiuscola è l’Amore in persona, soffio che cova il caos della storia, di ogni storia, fino al suo compimento di bellezza nel giardino: l’Amore muove Omero e muove il mare, scriveva il poeta russo Mandel’štam.

Il giardino è l’incontro tra spazio interiore aperto e attivo (curare i semi, pedalare, visitare le chiese…) e l’esperienza di presenza delle cose (fiore, città, chiesa): l’amore ci raggiunge e riempie solo così, solo in questi incontri con la vita. Le non cose, informazioni e immagini, di cui ci riempiamo ogni giorno si depositano come polvere che a poco a poco appanna gli occhi e inceppa il cuore, invece nella memoria poetica penetrano e restano solo le cose presenti cioè «amanti» e «amate». Dobbiamo recuperare, lo dobbiamo alle nuove generazioni, questo incontro con la realtà per liberare la vita «spirituale», che non significa «immaginaria» «disincarnata» «bizzarra» ma il contrario: piena presenza di noi a noi stessi e al mondo, cioè gioia.

Noi non ricorderemo le «non-cose» del meta-verso, cioè quelle che portano altrove da noi, ma «le cose» dell’uni-verso, cioè quelle che dalla loro varietà portano all’amore. Le non-cose ci portano lontani da noi: non c’è soffio ma bonaccia piena di miraggi, come quella che avvolge la nave di Ulisse prima dell’arrivo delle Sirene. Invece il soffio che in-spira mette in moto.

Spegniamo lo schermo almeno un poco e dedichiamoci a un «giardino segreto» nella forma che ci è più consona: che cosa ci permette di fare esperienza della presenza? L’eden non è perduto ma a portata di vita quotidiana, e i responsabili della nostra in-spirazione siamo noi: io mi metto davanti alla pagina bianca non perché sono ispirato ma proprio perché l’ispirazione accada, quel bianco è spazio di accoglienza, il contrario di ciò che si dice della pagina bianca, è aperta non vuota. L’ispirazione è la sorella minore del lavoro quotidiano. Voi che cosa curerete oggi? Dov’è il vostro giardino segreto?

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