Altro è la libertà, altro è il libero arbitrio. Noi possediamo oggi il libero arbitrio, per il quale possiamo volere il bene e possiamo volere anche il male. Quando saremo in Paradiso, non potremo più fare il male né volere il male, ma per questo saremo meno liberi? Se non potendo fare il male fossimo meno liberi, questo vorrebbe dire che anche Dio non è libero, perché Dio non può volere il male. Ma volere il male è volere il nulla. Volere è un fatto positivo: come si può dire che volere il male sia un fatto positivo? Volere il male è scegliere la morte. Così Dio è perfetta e assoluta libertà proprio per il fatto che non può fare né volere il male. E noi saremo ugualmente liberi proprio per il fatto che non potremo volere il male
Ateismo e Cristianesimo
La libertà dei figli di Dio
Divo Barsotti
Firenze 17-07-1984
Seconda Meditazione
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Nell’Antico Testamento si conosce la schiavitù sociale, politica, l’esser oppressi da un dominio straniero, in modo che l’uomo non possa esprimer se stesso nella sua unità, nazionale e neanche nella libertà di una vita sociale, perché lo schiavo non ha per sé il diritto di essere uomo. Ma non è questa la schiavitù più grave; c’è la schiavitù del peccato, che fa sì che l’uomo non possa vivere veramente secondo la legge di Dio, perché è divenuto schiavo non solo delle proprie passioni, ma del nemico, del maligno, che lo asservisce a sé contro Dio. L’uomo sente questa schiavitù, che non è, come può sembrare a lui, una sua libertà nei confronti della legge divina, ma è invece schiavitù nei confronti di un potere estraneo che vuole la sua morte.
Dobbiamo renderci conto infatti che l’uomo non acquista la sua libertà che nella dipendenza da Dio. Nella misura che si sottrae al dominio di Dio, egli diviene schiavo dei poteri che minacciano la sua vita. La libertà umana non è una libertà assoluta, evidentemente, né potrebbe esserlo; la libertà assoluta è soltanto di Dio. L’essere creato, per sé, non può sussistere senza una sua dipendenza da Colui che lo crea. Rigettare il dominio divino non è acquistare la libertà, come può sembrare al l’uomo, e invece divenire schiavo di tutti quei poteri che minacciano la vita e l’essere stesso.
Di qui viene l’errore di un Sartre e di tutti i nostri filosofi moderni, i quali pretendono che la vita religiosa, il rapporto con Dio, minacci precisamente l’essere umano, minacci la libertà dell’uomo e che per essere liberi si debba eliminare Dio. Se Dio c’è, dicono, l’uomo non può mai essere libero, deve essere suo schiavo. Ora, un linguaggio di questo genere è soltanto assurdo, perché la libertà concepita da questi uomini sarebbe una libertà assoluta e questa appartiene soltanto a Dio. L’uomo non è che in quanto è creatura, e non è creatura che in quanto dipende da Dio. E pertanto anche la libertà dell’uomo non è concepibile che in quanto precisamente è un’accettazione di questa sua dipendenza da Dio.
Ma dipendere da Dio è proprio essere schiavi? La dipendenza da Dio sarebbe per l’uomo un essere schiavo se Dio fosse estraneo all’essere suo. Ma in quanto è creatura l’uomo è, dicevo prima, che in quanto da Lui dipende. Pertanto è proprio per la dipendenza da Dio che l’uomo è libero. E tanto più sarà libero quanto più dipenderà da Dio stesso. Questo è tanto vero che soltanto in Paradiso noi possederemo la piena libertà, proprio perché vivremo la piena adesione alla divina volontà, volontà che non ci asservisce a sé, non ci fa schiavi, ma anzi ci rende quello che noi siamo, cioè degli esseri liberi, degli esseri che realizzano pienamente la potenzialità della propria natura. Ora la potenzialità della natura umana, per la quale potenzialità l’uomo è fatto a somiglianza di Dio (secondo i Padri, specialmente i Padri greci) non consiste tanto, come dice sant’Agostino, nella memoria, nell’intelligenza e nella volontà, ma consiste essenzialmente, soprattutto secondo san Gregorio di Nissa, nel fatto che l’uomo è libero. La sua libertà è proprio una partecipazione, direi, a ciò che è più caratteristico dell’Essere divino, il quale, secondo la teologia, ha nella sua “asseità” l’attributo costitutivo dell’essere suo. Certo, non si può dare una legge all’Essere divino, ma secondo l’uomo Dio è Dio proprio perché e “a Se”, cioè non dipende da alcuno, è libertà assoluta. E l’uomo è a somiglianza di Dio proprio perché è libero, ma la sua libertà, appunto, è in questa dipendenza dal suo Dio. Una libertà, dell’uomo, per cui l’uomo può andare anche contro la volontà divina, è un limite della libertà umana, non è la perfezione della nostra libertà. Che l’uomo possa distruggere se stesso e possa scegliere la morte non è la perfezione della libertà umana, perché la libertà umana, se è un valore positivo, non può essere altro che un valore il quale realizza la nostra natura, porta a perfezione la nostra natura, non minaccia la sua stessa esistenza.
Di qui viene che altro è la libertà, altro è il libero arbitrio. Noi possediamo oggi il libero arbitrio, per il quale possiamo volere il bene e possiamo volere anche il male. Quando saremo in Paradiso, non potremo più fare il male né volere il male, ma per questo saremo meno liberi? Se non potendo fare il male fossimo meno liberi, questo vorrebbe dire che anche Dio non è libero, perché Dio non può volere il male. Ma volere il male è volere il nulla. Volere è un fatto positivo: come si può dire che volere il male sia un fatto positivo? Volere il male è scegliere la morte. Così Dio è perfetta e assoluta libertà proprio per il fatto che non può fare né volere il male. E noi saremo ugualmente liberi proprio per il fatto che non potremo volere il male, proprio per il fatto che ci saremo liberati dal libero arbitrio per adeguarci pienamente alla libertà divina, che è un valore pienamente e totalmente positivo.
Questa è la libertà del cristiano, libertà, che implica di per sé prima di tutto, dicevo, una libertà dal peccato. Noi siamo schiavi fintanto che possiamo volere il male, la liberazione dalla possibilità di peccare è la perfezione della nostra libertà. Stamani si è parlato di una libertà che in fondo realizza quello che è un ansito della nostra natura come desiderio, come aspirazione. Creati per il possesso di Dio, noi siamo nella nostra natura desiderio di questa vita immortale che è la vita di Dio, di questa vita d’amore, di comunione, di bellezza, di beatitudine che è la vita divina. Pertanto, la libertà alla quale ci chiama la nostra vocazione cristiana è la vita di Dio. Ma prima di questa libertà che è precisamente la realizzazione della nostra vocazione divina, noi dobbiamo capire che la libertà dalla quale dobbiamo essere liberati è la libertà di peccare, perché non è vera libertà. Ed è questo, prima di tutto, cui l’uomo aspira, se l’uomo è dominato dalla grazia divina. Nella misura che Dio vive in noi, la prima cosa che esprime questo nostro essere in Dio è il fatto che noi non vogliamo peccare.
Un santo è meno libero di uno che non ha nessuna legge e che si abbandona a tutti i disordini morali? È questa la libertà dell’uomo? Secondo l’uomo moderno sì. Sartre pensa così e tanti altri filosofi lo stesso; ma è questa la libertà? Qui vi è un errore nella concezione stessa dell’uomo: si fa dell’uomo non più una creatura, ma un essere a sé stante, che non dipende. Ma può l’uomo esistere senza dipendere da Colui che lo crea? E nell’essere, l’uomo, quanto più è uomo, non forse dipende da Colui che lo crea? La libertà dell’uomo deve concepirsi come qualcosa che lo sottrae al dominio divino, o piuttosto è un valore che implica di per sé una pienezza di adesione e di dipendenza da Dio? È precisamente questo il senso della libertà umana.
Stamani dunque si parlava di una libertà che implica questo pieno dilatarsi e distendersi dell’essere umano nel raggiungimento del suo fine che è Dio. Ma prima ancora di questa libertà, che è propria della vita celeste, noi dobbiamo comprendere come la vita cristiana quaggiù sulla terra ci faccia sempre più liberi, perché sempre più ci sottrae al peccato e ci fa aderire alla divina volontà. Quaggiù la libertà umana sta precisamente non nel peccare, ma nel non voler peccare. E anche nel non poter peccare? No, questo no, perché il non poter peccare è la vita che avremo quando saremo morti. Il non poter peccare è stato soltanto il privilegio della Vergine santa. La Vergine santa non era impeccabile, ma aveva l’impeccanza; cioè, Dio non ha permesso che il peccato potesse contaminare l’anima sua. Ebbe il privilegio di non peccare, ma non di non poter peccare. La creatura di per sé può sempre peccare, fintanto che vive nella condizione presente, è soltanto con la morte che la creatura diviene impeccabile. Quaggiù sulla terra l’unico essere impeccabile è stato Gesù nella sua natura umana, proprio perché la natura umana era stata assunta da Dio, il quale è santità infinita e per questo Gesù non avrebbe mai potuto peccare.
La Madonna non peccò, ma il fatto che il peccato non abbia contaminato la sua natura è privilegio divino, perché non appartiene alla creatura il potere di non peccare. Per sé la creatura, siccome è tratta dal nulla, al nulla naturalmente tende per inerzia. Come vi ho detto altre volte, il sasso gettato per aria tende di per sé a cadere in terra: così la creatura tratta dal nulla, se Dio non la sostiene con la sua grazia tende di per sé a quell’abisso del nulla. da cui è stata tratta per la bontà onnipotente di Dio. Ora il peccato altro non è che un “deficere ab esse”, secondo sant’Agostino, cioè un decadere dall’essere; non è qualche cosa di positivo. Pertanto il poter peccare non è esercizio di libertà, ma è esercizio soltanto di morte. La libertà, se è un valore positivo, implica di per sé l’adesione a Dio, a una volontà divina che è volontà del bene, volontà dell’essere, volontà di amore. Ora, ecco, mentre la libertà maggiore, questo pieno espandersi della natura nel suo fine, nel possesso della vita divina, sarà soltanto della vita eterna, questa liberazione dal peccato invece è quello in cui consiste la vita cristiana quaggiù. Siamo cristiani nella misura che noi ci liberiamo da una volontà di peccato, da questa capacità che abbiamo di cadere. E la santità di un’anima si misura precisamente dal fatto che l’anima, pur senza divenire incapace di peccare, sempre più si stabilisce nel bene e il peccato diviene una possibilità sempre più remota; non inesistente, ma remota. Perché? Perché, mentre per un peccatore il peccato diviene quasi la sua vita abituale, il santo invece, proprio dalla grazia divina ottiene di essere sempre preservato dal peccare; acquista una sua stabilità nel bene, acquista una capacità di adesione a Dio sempre più pronta e più stabile.
È questa la libertà che noi dobbiamo ottenere da Dio nella vita presente, e dobbiamo ottenerla già come figli di Dio. Siamo figli di Dio, ma non perché ora possiamo vivere la vita divina, questa meravigliosa libertà che implica veramente il senso dell’infinità, dell’immensità, della beatitudine stessa divina. Anche i santi hanno conosciuto la tristezza, l’angoscia interiore, la desolazione dello spirito, l’angustia della malattia, l’esperienza della pena, dell’impotenza; anzi, i santi più degli altri, perché, quanto più vivo era in loro il desiderio della vita beata, quanto più vivo era in loro il bisogno di Dio, tanto più dovevan sentire l’angustia della vita terrestre, di vivere cioè una povera vita chiusa fra quattro mura, senza un rapporto umano di comunione con tutti. Hanno sentito l’oppressione, la persecuzione, l’opposizione degli uomini, hanno sentito l’impotenza della natura umana, la malattia…
Neanche ai santi dunque appartiene la libertà di cui si parlava stamani. La libertà di cui si parlava stamani sarà propria degli uomini soltanto quando, liberati da questo corpo di corruzione, liberati dal fatto di esser soggetti alla legge biologica, fisiologica, sociale, fisica del corpo, vivranno la vita del cielo. Ci può essere una certa anticipazione, ma quanto povera, ma quanto poco definitiva! Perché anche i santi che hanno conosciuto per qualche istante o anche per qualche tempo la beatitudine stessa di Dio sono poi ricaduti nel senso della loro povertà, nell’angoscia della vita loro di desolazione intima. La libertà di cui si parlava stamani è la libertà che è riservata al mondo futuro. Ma la libertà dei figli di Dio, quaggiù sulla terra, è una libertà che dobbiamo acquistare già ora: è la libertà dal peccato. E non solo non dobbiamo vivere in peccato, ma dobbiamo essere liberi anche dalla suggestione del male, che rende sempre più difficile il non ricadere. Può essere che una anima sia in grazia di Dio e un’altra non lo sia, ma può darsi che quella che non è in grazia di Dio abbia ottenuto una libertà dal peccato maggiore di quella che possiede chi vive in grazia di Dio, perché si è confessato da mezz’ora; però non è preservato dalla suggestione del male, mentre l’altro, che per un istante magari ha ceduto, immediatamente poi si riprende e vive abitualmente in grazia di Dio.
Vi sono delle anime che vivono abitualmente in grazia: voi. Vedo infatti che tutti i giorni fate la comunione, segno che abitualmente vivete nella grazia. E se abitualmente vivete nella grazia, vuol dire che Dio vi ha concesso di essere forti nei confronti delle suggestioni del male che tendono a rendere la vostra anima schiava dalle passioni, della sensualità, dell’orgoglio, della volontà propria, e che perciò vivete abitualmente fedeli al Signore.
Ora è precisamente questa fedeltà alla legge divina che noi dobbiamo ottenere quaggiù. Guardate che è più importante questa che tanti slanci di amore che possono, sì, avere un’importanza decisiva proprio per renderci capaci di una fedeltà abituale, ma la cosa più importante è questa fedeltà abituale alla grazia, è questa stabilità nel bene, che l’anima deve raggiungere già nella vita presente. Senza questa stabilità nel bene, direi che non dovrebbe nemmeno ammettersi alla Consacrazione un’anima che pure aspiri a entrare nella Comunità. Chi vuole tendere alla perfezione cristiana bisogna che abbia acquistato un certo dominio di sé per mantenersi fedele a Dio; ed è questo che noi dobbiamo cercare di ottenere, tutti noi. Pur sapendo che siamo creature fragili, esseri che non vivono che l’instabilità del volere, tuttavia dobbiamo, con la, grazia divina, acquistare una certa capacità di essere fedeli al Signore, abitualmente. Se come figli di Dio non viviamo ancora la vita divina, dobbiamo però, già come cristiani, vivere la remissione dei peccati, vivere cioè lo stato di grazia. Quello che distingue il cristiano quaggiù sulla terra è precisamente lo stato abituale di grazia, che già opera in noi questo trasferimento di cui parla san Paolo nella lettera ai Colossesi: “Ci ha trasferiti nel regno del Figlio suo”. Noi dobbiamo vivere già nel regno del Figlio suo. Questo regno non è sperimentabile da noi sul piano biologico, non è vissuto da noi sul piano fisico, perché sul piano fisico e biologico viviamo la vita di tutti; ma viviamo già questo trasferimento sul piano della grazia divina. Non siamo più schiavi del maligno, non siamo più schiavi del male, siamo figli di Dio.
Questo noi dobbiamo cercar di vivere nella vita presente. Perché non è detto che per noi cristiani sia rimandata a domani ogni libertà; la libertà. dal peccato distingue il cristiano già da ora. Infatti, in che cosa si manifesta, in che cosa si esprime la redenzione cristiana quaggiù sulla terra. Forse nel fatto che noi non moriremo, nel fatto che noi non conosceremo più l’ingiustizia degli uomini, la fame, la sete, la malattia, la stanchezza, il dolore? No, non in tutto questo, perché in tutto questo siamo uguali agli altri. Ma che cosa dice il sacerdote nella celebrazione della Messa, quando consacra il vino?: “Questo è il calice del mio Sangue della nuova Alleanza versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. La remissione dei peccati è quello che distingue l’economia cristiana quaggiù. È un fatto che questa remissione dei peccati, sul piano psicologico e sul piano fisico, ci lascia quelli che siamo: pur tuttavia già realizza il nostro appartenere a Dio, il nostro essere figli di Dio, in quanto Dio vive in noi e noi diveniamo suo tempio.
E noi crediamo in tutto questo. Pur vivendo una vita umana mortale, soggetta a tutti i pesi e a tutte le privazioni che sono proprie della condizione dell’uomo quaggiù sulla terra, noi siamo già figli di Dio. Lo dice san Giovanni l’Apostolo nella sua prima Lettera: “Considerate con quale amore Dio ci ha amati, così da essere chiamati figli di Dio: lo siamo in realtà”. Lo siamo già. L’essere figli di Dio – non il vivere come figli di Dio, ma l’esserlo – è già proprio della vita quaggiù per coloro che, liberati dal peccato, vivono già una comunione con Dio e sono divenuti già tempio di Dio.
Ora dobbiamo renderci conto di questa grandezza e dobbiamo cercare di conservare questa grandezza e questa dignità che ci è propria, sia pure in una condizione terrestre, sia pure in una condizione umana di pena, di sofferenza e di povertà. Siamo già figli di Dio. Dio vive in noi, noi viviamo in Dio. Il peccato è eliminato, e anche se non sperimentiamo la grandezza e la dignità di questo nostro stato, noi viviamo però come viveva Gesù sulla terra, perché questa è la condizione del cristiano quaggiù, fintanto che non passerà nella vita divina con la morte: di vivere quello che ha vissuto il Figlio di Dio, quando Egli ha scelto di vivere la nostra vita passibile. Anche Gesù ha conosciuto la stanchezza, la fame, ha conosciuto gli oltraggi, l’incomprensione degli uomini, l’odio contro di Lui, anche Lui ha conosciuto la sofferenza, come noi. Ma tutto questo ha impedito a Gesù di essere figlio di Dio? No, Egli era Figlio di Dio. È questa la condizione propria del cristiano quaggiù. Egli continua in qualche modo la condizione passibile del Figlio di Dio, il quale ha conosciuto, sì, tutti questi limiti della nostra natura, ha conosciuto, sì, la sofferenza e la morte, ma non ha conosciuto il peccato. Per la grazia divina, noi, pur non essendo impeccabili, possiamo però allontanare il peccato da noi così da essere in qualche modo partecipi, sia pure non pienamente, di quella che è l’impeccanza di Maria Santissima. In questo momento io non commetto peccato e posso sempre più partecipare di questa impeccanza, senza per questo divenire mai impeccabile. Gesù era anche impeccabile: io invece posso solo acquistar una certa impeccanza, cioè una stabilità nella grazia.
Questo non vuol dire che possederò mai la santità di Maria Santissima, intendiamoci. Altro è l’impeccanza, cioè la purezza dal peccato, altro è la grazia sul piano positivo, la perfezione di carità che possedeva Maria. Ma il peccato posso non conoscerlo, per la grazia divina, e debbo vivere in tal modo da non conoscere più il peccato, almeno il peccato grave, che mi separa da Dio. La liberazione dal peccato grave è già il primo grado di una libertà nei confronti del maligno, perché col peccato grave diveniamo suoi schiavi; ma c’è anche una libertà maggiore; la libertà anche dal peccato veniale deliberato, il non voler mai andare contro la divina volontà, l’acquistare questa stabilità nel bene, quest’adesione a Dio, costante, continua, di ogni giorno, di tutta la vita. Sembra che san Roberto Bellarmino non abbia mai commesso un peccato veniale deliberato, e questo si dice anche di san Luigi Gonzaga, di Teresa di Gesù Bambino e penso che si possa dire anche di Giovanni XXIII. Questa stabilità nel bene anche nei confronti del peccato veniale deliberato possiamo ottenerla anche noi, e dobbiamo cercar di raggiungerla indipendentemente da grazie straordinarie. Il peccato non dobbiamo farlo, non per il fatto che il Signore ci dona dei carismi particolari, ma per il fatto che la grazia di Cristo ci deve dare la forza di mantenerci fedeli a Dio, indipendentemente da grazie straordinarie. Santa Teresa di Gesù Bambino non ha mai avuto estasi; ha vissuto fino all’estremo la sua adesione a Dio come un’anima semplice, ordinaria. Ed è questa la grandezza di Santa Teresa.
Noi dobbiamo tendere a questo, miei cari fratelli; bisogna far nostro il proposito di san Domenico Savio, lo ricordate? “La morte, ma non il peccato”; ed egli ha vissuto come anche san Giovanni Bosco, questa fedeltà al Signore, non soltanto per quanto riguarda il peccato grave ma anche per quanto riguarda il peccato veniale deliberato. L’adesione a Dio, la volontà divina, nonostante tutto, anche in semplicità di fede, anche in una vita ordinaria, che è piena di tanti problemi, di tante preoccupazioni, di tante tensioni, di tanti doveri; vivere l’adesione costante al Signore.
Come faremo a vivere questo? Noi dobbiamo credere che Dio non mancherà di darci la sua grazia, perché Dio non può volere che noi pecchiamo. Se non può volere che noi pecchiamo, dunque ha per tutti le grazie, almeno sufficienti perché l’anima rimanga fedele a Lui; non solo per non peccare gravemente, ma anche per allontanare da noi i peccati veniali: ambizione, gelosia, invidia, consensi a sentimenti di amor proprio, irritazioni, rancori… tutto questo noi dobbiamo eliminarlo. Sarà un lavoro faticoso, si, ma è sempre possibile, perché Dio non mancherà mai di dare la grazia a coloro che gliela chiedono. La nostra vita sarà umanamente povera, umanamente proprio insignificante, ma nell’insignificanza apparente di questa vita noi vivremo già la libertà dei figli di Dio nel fatto che impediremo che il male abbia dominio su di noi: dominio sull’intelligenza, dominio sulla volontà, dominio sui sentimenti, dominio su tutto quello che può compromettere la nostra adesione alla volontà del Signore.
Ecco, noi dobbiamo amare questa volontà e mantenerci fedeli al Signore, nonostante tutto: è questa la prima libertà che s’impone al cristiano già in questa vita presente. La libertà gloriosa dei figli di Dio, di cui parlava stamani san Paolo nella Lettera ai Romani rimandiamola a domani. Per ora, parliamo soltanto della libertà senza la gloria, quella libertà che ha vissuto il Cristo. La gloria, il Cristo l’ha conosciuta soltanto nel momento della sua trasfigurazione e ha conosciuto invece, come noi, la fedeltà a, Dio anche nell’angoscia, anche nella paura. Pensate Gesù nel Getsemani: Egli ha potuto dire: “non quello che voglio Io, ma quello che vuoi Tu”, e l’ha detto con l’angoscia nel cuore, nella trepidazione, nel terrore della morte imminente, perché Egli sapeva a quale morte andava incontro; ha sentito tutto l’orrore della morte come uomo; tuttavia è rimasto fedele a Dio. Noi dobbiamo chiedere questa fedeltà; una fedeltà che non ci dispensa dal vivere una vita umana nella pena, nel dolore, nell’angoscia, nel timore, nel terrore della morte; ma c’impedisce, pure nel terrore e nell’angoscia, di venir meno alla fedeltà al Signore.
“Quello che vuoi Tu”. La santità del cristiano non è l’estasi, è la conformità della volontà umana alla Volontà divina. Tanti sono i santi che non hanno conosciuto i carismi di una vita mistica che implicava precisamente queste manifestazioni di una vita divina nell’uomo; e neanche Gesù l’ha conosciuta, non l’ha voluta conoscere. Nel Vangelo non si parla mai di Gesù che vive nell’estasi, ma solo di questa fedeltà alla volontà divina, indipendentemente da ogni esperienza psicologica. L’esperienza psicologica che ci liberi dal senso della pena, dal senso dell’angoscia, dal senso della desolazione interiore, è una grazia che Dio può darci o non darci. Quello invece che dobbiamo chiedergli, e che Egli non ci può negare, è che noi gli rimaniamo fedeli: fedeli alla sua volontà, qualunque cosa avvenga. Ci possono essere fra di noi delle anime che hanno anche delle estasi, ma non è detto che siano le più sante. La santità quaggiù non dipende dalle estasi che possiamo avere, dipende da questa fedeltà umile e serena, da questa fedeltà alla volontà divina, in qualunque stato e sentimento interiore che l’anima provi. Questa dobbiamo chiedere a Dio, questa dobbiamo ottenere da Lui; questa è la libertà dal male, che è possibile vivere quaggiù sulla terra con la grazia ordinaria.
La libertà della gloria dei figli di Dio è per tutti, domani. Per alcune anime anche quaggiù; almeno una certa percezione, un certo inizio di quella libertà della gloria, può esserci anche quaggiù. Ma dovete credermi, anche se è partecipata e in qualche nodo anticipata nella vita presente ad alcune anime,queste anime debbono pagarla cara. Pensate a una santa Gemma Galgani: ha vissuto una certa partecipazione anche alla libertà della gloria (pensate, poteva comandare all’angelo custode di portare le sue lettere a Padre Germano!) e ha conosciuto l’estasi, però pensate che cosa ha dovuto subire. È vissuta, negli ultimi, mesi, quasi. come ossessa, come posseduta dal demonio, nell’angoscia interiore; non capiva più nulla e viveva in pura obbedienza. Ed è morta sola; nemmeno il suo direttore è stato presente alla sua morte. In questa angoscia mortale è morta sola: sola, nel delirio, senza sapere se era in grazia di Dio, perché ossessionata da immaginazioni impure, proprio negli ultimi tempi della sua vita.
Santa Teresa di Gesù Bambino invece ebbe le tentazioni contro la fede: fino all’ultimo estremo limite della sua vita, le è sembrato che tutto fosse un sogno, tutto fosse irreale quello che la fede le diceva: ma è vissuta fedele a Dio.
Questa conformità alla volontà divina è quello che distingue i santi; non le estasi, non i doni particolari, ma questa conformità. E proprio perché è questa conformità che distingue i santi, è questa conformità che può distinguere anche noi, perché Dio tiene preparate per tutte le anime le grazie necessarie a vivere questa libertà dal peccato. Fedeltà al Signore, adesione pura alla divina volontà, concreta, semplice, serena, in ogni istante, magari non serena ma sofferta, però fedeltà, fedeltà a Dio, al suo volere: questo dobbiamo chiedere, questo dobbiamo ottenere dal Signore.
Per questo rimane vero che non dobbiamo tanto chiedere a Dio le grazie particolari ed eccezionali, quanto la libertà “dallo spirito di oziosità, dallo scoraggiamento, dalla volontà propria e dalle vane parole”; per vivere il consentimento a Lui nella grazia Egli deve concederci di aver “lo spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di amore”, per “conoscere i nostri peccati e non giudicare il nostro prossimo”, e vivere così in questa fedeltà che è la sobrietà della spiritualità monastica, che si esprime per noi nella Preghiera di sant’Efrem. Noi ormai la diciamo ogni sera dopo l’adorazione. Io non voglio obbligarvi a dirla, ma penso che sarebbe bene che noi la ripetessimo ogni giorno, o almeno quando ce lo ricordiamo, perché è una preghiera che dice precisamente quello che è lo spirito cristiano. Vedete che non c’è in essa nulla di esaltazione, è una preghiera di vera umiltà, ma che ci richiama a quelle che sono le note essenziali della vita cristiana: liberarci dall’oziosità, liberarci dallo scoraggiamento (io vi ho sempre detto che lo scoraggiamento è una delle cose più gravi della vita spirituale), liberarci dalla volontà propria che secondo san Doroteo e sant’Ignazio di Loyola è la sorgente di ogni peccato; liberarci dalla dissipazione dello spirito, dalle “vane parole”, per vivere “lo spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di amore”. E vivendo in questa pazienza e in questo amore liberarci dalla volontà di condannare gli altri, ma vederci noi come siamo, conoscere i nostri peccati, la nostra debolezza, la nostra miseria. Ecco, questa sobrietà, è proprio la spiritualità, monastica per eccellenza.
E ricordiamoci che noi siamo monaci: monaci perché vogliamo vivere la vita dei figli di Dio in uno spirito di umiltà e di pazienza, di purezza e di amore: sono i quattro caratteri della vita cristiana. Prima di tutto purezza ed umiltà: infatti si dice “castità ed umiltà” e poi “pazienza ed amore”. La purezza e l’umiltà devono renderci costanti in questo spirito di pazienza e di amore che distingue il cristiano. Pazienza ed amore che sono resi possibili in noi soltanto dallo spirito di castità, da una purezza del cuore e dall’umiltà sincera dello spirito. La purezza riguarda la nostra sensibilità; l’umiltà riguarda invece il nostro spirito. L’umiltà impedisce allo spirito il peccato dell’orgoglio, la purezza del cuore impedisce l’abbandono alla sensualità. Purezza ed umiltà che rendono possibili (ecco il carattere positivo) la pazienza e l’amore. Un amore che è pazienza, una pazienza che è amore, perché l’amore di Dio nel Cristo fatto Uomo si è manifestato nella pazienza: nel sopportare i discepoli per tre anni e poi nel sopportare gli oltraggi, l’odio, la crocifissione. L’amore in Cristo, è stato pazienza. Anche in noi, l’amore molto spesso non è altro che pazienza soprattutto: pazienza dolce, serena accettazione di quella che è la vita che Dio ha riservato a ciascuno con tutti i suoi pesi e le sue difficoltà.
Ecco, così noi chiudiamo il nostro ritiro sul piano della libertà: la libertà maggiore, che è quella che ci aspetta domani nel cielo; e la libertà quaggiù, che è una libertà che è sobrietà, che è umiltà, la libertà dal peccato e l’adesione a Dio in una fedeltà umile e pura alla sua volontà.