Ateismo e Cristianesimo – La libertà dei figli di Dio
Divo Barsotti

Firenze 17-07-1984

Letture: Is 55,10-11; Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

Prima Meditazione

È un problema eccezionale ad importante quello che presenta Gesù prima di spiegare la parabola del seminatore. Dopo che ha proclamato questa parabola, i discepoli chiedono a Gesù perché parli in parabole, e Gesù risponde: “Perché a voi è dato di comprendere i misteri di Dio, ma agli altri non è dato di comprenderli”. Essi dovranno ascoltare senza intendere, vedere senza comprendere. È un po’ la situazione del mondo: da che mondo è mondo vi sono degli uomini che sono aperti ad accogliere la parola di Dio, altri invece per i quali questa parola rimane senza senso, senza un suo contenuto; ascoltano e non comprendono, vedono e non riconoscono. Vi è dunque, anche secondo il pensiero cristiano, una differenza di natura fra gli uomini in tal modo che alcuni abbiano degli organi particolari per entrare in una certa comunione con Dio, altri in vece non li abbiano? Era questa l’opinione della gnosi antica. Per l’antica gnosi vi erano quelli che per natura erano negati alla vita religiosa, altri invece che potevano o non potevano accedervi, dipendeva da loro entrare in rapporto col mondo divino; altri poi che per natura erano degli spirituali che vivevano in questo mondo come fosse il loro mondo. Ma la Chiesa ha sempre negato che vi fosse una differenza di natura fra gli uomini nei riguardi di Dio: tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza.

Perché allora questa differenza che noi constatiamo giorno per giorno fra uomini che possono avere una dimensione religiosa, che se anche non aderiscono pienamente al cristianesimo tuttavia hanno una certa percezione del mondo di Dio, nei confronti di una massa che sembra totalmente esclusa da ogni sensibilità religiosa? Donde nasce questa differenza?

Prima di tutto, noi dobbiamo insistere su un fatto che mi sembra molto importante: che cioè, nonostante le apparenze, non è vero che vi siano degli uomini totalmente insensibili al problema religioso. È vero che noi troppo spesso leghiamo questa esperienza religiosa ai nostri modi di sentire, magari all’esperienza religiosa cristiana, che però non è tutta l’esperienza religiosa; sarà l’esperienza religiosa più alta, se si vuole, ma non è l’unica. Vi è un’esperienza religiosa che precede quella cristiana, ed è quella dei popoli primitivi, dell’uomo che ancora vive senza avere avuto nessuna percezione della rivelazione profetica, né della rivelazione cristiana. La prima cosa dunque da affermare per noi cristiani è questa: troppo spesso noi identifichiamo l’esperienza religiosa e la sensibilità religiosa cristiana con un’esperienza religiosa generica. E se noi identifichiamo l’esperienza religiosa generica, con l’esperienza cristiana, certo noi dobbiamo dire che la massima parte degli uomini, compresi quelli battezzati, sono estranei al mondo cristiano. La religiosità popolare, anche in Italia, anche quando è viva, non è ancora la religione cristiania, non è ancora un’esperienza, una testimonianza di vita cristiana; è la testimonianza di una vita religiosa, ma non per questo è una testimonianza di vita cristiana. Quanti sono che nelle feste popolari vivono una loro partecipazione a processioni, a sagre, ma con questo non sentono minimamente di aderire al credo cristiano, anzi spesso non sanno nemmeno che cosa sia. Credono di essere cristiani, ma in realtà che cosa vi è di cristiano nella loro esperienza religiosa? In massima parte anche quelli che portano le statue nelle processioni, anche quelli che portano il baldacchino in quella del Corpus Domini, non sanno mica che cosa fanno. Però vivono un’esperienza religiosa perché quell’azione ha un carattere religioso, non solo per i cristiani, ma anche indipendentemente dal cristianesimo; è già un’espressione di vita religiosa popolare.

Allora, la prima cosa da affermare è questa: è evidente che noi molto spesso siamo portati ad escludere dal sentimento religioso, da un’esperienza religiosa, quelli che non hanno la nostra stessa esperienza. E questo non è giusto, e questo non è vero; e questo non soltanto non è giusto e non è vero, ma è veramente offensivo per la massima parte degli uomini. Infatti è evidente che se si toglie alla vita dell’uomo il sentimento di Dio, il sentimento religioso, l’uomo rimane decapitato di quella che è una delle esperienze più alte della sua vita di quella che è senz’altro l’esperienza fondamentale della vita umana. È un’esperienza fondamentale della vita che hanno perfino i comunisti anche quando perseguitano i cristiani, e che possono avere anche i nazisti quando vogliono escludere precisamente il cristianesimo. Infatti, notatelo bene, il comunismo, il nazismo per essere accettato dal popolo debbono esprimersi e farsi presenti all’animo della massa come fenomeni religiosi. I comunisti, i nazisti, nella massa, se aderiscono a questi movimenti, vi aderiscono per un certo sentimento religioso, sentimento difforme, anormale, se volete, ma sentimento religioso. Perché non c’è mai un’adesione a una idea, a un movimento – adesione assoluta, che impegni tutto l’uomo – che non sia un’esperienza religiosa. L’esperienza religiosa ha proprio questo di caratteristico: che esige l’adesione dell’uomo, un’adesione totale, una dedizione totale di sé. È nel sentimento religioso che l’anima trova veramente la realizzazione di quelli che sono i problemi fondamentali della vita; anche se l’uomo non se li pone coscientemente, però sente di realizzare le istanze fondamentali dell’essere suo, sul piano religioso. Questo piano religioso può essere (certamente in un modo difforme) anche il partito comunista, può essere anche il partito nazista per la massa umana. Perché, dobbiamo capirlo, la massima parte degli uomini, sul piano religioso rimane nello stato infantile, e ci rimane sia che aderisca, non so, al comunismo, sia che aderisca anche al cristianesimo.

Per fare un esempio: la provincia di Agrigento, in queste ultime elezioni, praticamente tutta si è riversata nel comunismo, ma credete che sia cambiato il loro sentimento intimo, fondamentale sul piano religioso? No. Tanto prima, quando erano democristiani, come oggi che sono comunisti, vivono il sentimento religioso in una forma infantile, in una adesione a qualche cosa di molto implicito, al senso dell’ assoluto, della giustizia, della vita, a un senso di bellezza, a un senso di solidarietà umana… Tutto questo in fondo ha sempre carattere religioso, ed è difficile per noi determinare se vi è stata negli agrigentini una conversione al comunismo e un rifiuto al cristianesimo. Non erano cristiani prima e non sono marxisti oggi: vivono il sentimento religioso in una forma informale, in una forma cioè molto, molto primitiva, e Dio solo può giudicare della sincerità di questa loro adesione a quella rivelazione di Lui che essi hanno; rivelazione implicita che è in fondo la rivelazione cosmica: il senso del divino, il senso del sacro.

Questa prima risposta mi sembra che sia fondamentale, perché esclude che vi sia una divisione fra gli uomini: tutti vivono su un piano religioso. Questo piano religioso su cui tutti gli uomini vivono è praticamente il piano della rivelazione cosmica. Ci possono essere, sì, alcuni (questo è evidente) che rifiutano quella rivelazione che è loro propria; ma è più difficile che ci sia un rifiuto di questa rivelazione cosmica di quanto non sia facile invece il rifiuto della rivelazione profetica per chi già vi partecipa, per chi già è entrato in quel mondo. Ed è più facile ancora il rifiuto della rivelazione cristiana per chi già conosce il cristianesimo.

Cioè, per dirlo in altre parole, è più facile rifiutare Dio e rinunziare a Dio per me sacerdote che per il popolo, più facile per voi cristiani che per un comunista. Vi sembra strano questo? Ma l’apostasia è propria soltanto dei preti, l’apostasia è soltanto di chi, essendo già entrato in una comunione e in un’esperienza vera della rivelazione ultima, può anche rifiutarla. E se la rifiuta, non rimane più per lui nemmeno la rivelazione profetica, né la rivelazione cosmica: si cade nell’ateismo. L’ateismo è tipicamente un fenomeno dei paesi cristiani.

Ma l’ateismo, anche nei paesi cristiani, notiamolo bene, per la massima parte degli uomini non è ateismo, è soltanto il riconoscimento di una religione che è alla loro portata. Io penso infatti che sian pochissimi, anche qui a Firenze, città di cultura, quelli che sanno che cosa voglia dire Cristo, che cosa voglia dire aderire alla rivelazione cristiana. Credono veramente che quell’uomo, che è vissuto 2000 anni fa, era Figlio di Dio, era il creatore del mondo, e sarebbe stato poi il giudice dei vivi e dei morti? Tante volte anche noi rischiamo di non realizzare tutto questo; viviamo un po’ così, per inerzia sul piano cristiano; ma senza pienamente realizzare quello che la fede cristiana c’impone. Non è detto che noi rifiutiamo questa fede cristiana, però viviamo un certo rilassamento, cioè non c’impegniamo totalmente, nella nostra intelligenza e nella nostra volontà, a vivere su quel piano a cui ci dovrebbe portare l’adesione alla rivelazione del cristianesimo. Si vive una vita “remissa”, come si dice in teologia, cioè meno intensa, cioè senza impegnarci pienamente a vivere secondo quello che questa rivelazione c’impone. Infatti, soltanto a pensare che viviamo qui dinanzi al Sacramento, dovremmo sentirci impazzire. Invece non impazzisce mai nessuno. Che vuol dire? Che non realizziamo il nostro cristianesimo; viviamo tutti una vita più o meno “remissa”. La massa degli uomini, anche se vi è in loro un’adesione implicita o anche esplicita al cristianesimo, però non sanno nemmeno che cosa sia il cristianesimo. Il cristianesimo s’identifica per loro alla Prima Comunione, al matrimonio fatto in chiesa… e poi? È ben altro il cristianesimo! Se noi pensiamo che nel cristianesimo noi dobbiamo aderire a una fede che ci dice come Dio, nella sua infinità, si ordina a ciascuno di noi in un amore infinito, e noi dobbiamo credere a questo amore attuale, personale di Dio nei riguardi di ciascuno di noi, amore infinito, amore eterno… c’è da rimanere senza fiato! Ma chi, chi di fatto realizza tutto questo?

Neanche i sacerdoti vivono su quel piano; son pochi quelli che vivono veramente sul piano della rivelazione cristiana, in un senso pieno e in una realizzazione piena di quello che questo importa, sia per la nostra intelligenza, sia per la nostra volontà. È facile ricadere su un piano umano. Non è che noi rifiutiamo, però non abbiamo quella intensità di adesione, non viviamo quella realizzazione piena che certe verità ci imporrebbero se noi le vivessimo pienamente. Voi lo sapete, non importa nemmeno realizzare tutte le verità cristiane: tanti santi si sono fatti santi semplicemente realizzando la presenza reale del Cristo nell’Eucarestia, oppure la verità, per esempio, della Vergine Madre, di questa mediazione della Madonna nei riguardi degli uomini. Basterebbe la realizzazione di una sola verità cristiana a elevarci a una santità eccezionale. È che noi non viviamo nessuna verità, viviamo nell’ombra, fra il lusco e il brusco; nel crepuscolo di queste verità; non le rifiutiamo, ma le viviamo così.

Eppure le conosciamo le verità cristiane, ne sappiamo qualcosa, e vorremmo viverle, e cerchiamo, anche se non ci riusciamo sempre, di aderire ad esse con tutto l’essere nostro, cerchiamo di trasportarci totalmente in questa luce; ma abitualmente non ci viviamo. Perché? Perché a viverci veramente ci mancherebbe il respiro. Vi ricordate l’immagine fatta dal Manzoni a proposito delle parole che dice il Vescovo Borromeo Federico a Don Abbondio? “Gli sembrava di essere un pulcino portato su dall’aquila”, lassù in alto non ci respirava più. E noi siamo lo stesso. Vivere costantemente in questa atmosfera, non crediate che sia facile nemmeno per i santi, intendiamoci, nemmeno per i santi! Perché? Perché siamo uomini. E il mistero cristiano, la rivelazione cristiana, è cosa di tale grandezza, di tale impressionante grandezza, che l’anima rimane come impotente a viver sempre in questa luce. Lo vediamo anche nella nostra Comunità: si fa una meditazione, e poi subito, appena terminata la meditazione, si comincia a chiacchierare. Che vuol dire? Che non riusciamo a mantenerci in quella atmosfera, in quella temperie, abbiamo bisogno di ritornare ad essere uomini, a vivere una vita più conforme alla nostra natura, perché siamo povere creature.

Allora, per ritornare a noi, la prima verità è questa: non vi è divisione fra gli uomini. Se la rivelazione cristiana è data per essere vissuta a poche anime, e pochi sono e saranno sempre i cristiani che, sia pure fuggevolmente, si rendono conto di quello che voglia dire il mistero cristiano, la massa però vive nella religione cosmica, vive in un sentimento del sacro, in un sentimento religioso, direi, informe ma reale. Si vive questo sentimento se siamo sensibili alla bellezza, se siano sensibili all’amore, all’amicizia. Vi sono degli uomini che hanno il sentimento dell’amicizia, vi sono dei giovani e delle ragazze che veramente amano, che non vivono soltanto la ricerca puramente egoistica del piacere, ma vivono veramente un rapporto di amore: tutto questo è essenzialmente legato a una certa esperienza religiosa della vita. Si vive, per esempio, il sentimento della morte: alla morte di un nostro caro, anche se non abbiamo la fede nel paradiso, si vive però un certo senso di mistero, un certo sentimento di sgomento: tutto questo è un aprirsi dell’anima al mistero, senza che l’anima possa dare una risposta a quello che la morte le può suggerire; il senso della morte dà all’uomo veramente come un brivido del mistero, del sacro. Tutti gli uomini vivono dunque in un certo piano religioso. Non si può dire che ci sia una divisione netta e assoluta fra coloro che sono totalmente esclusi dal mondo del sacro, dal mondo religioso, e quelli che vivono nel mondo religioso.

Detto questo, però, noi dobbiamo approfondire di più il testo del Vangelo. Il Vangelo ci parla di coloro che comprendono e di coloro cui non è dato comprendere. Senza condannare quelli che non comprendono la parola di Gesù, perché possono vivere un sentimento religioso vago e informe, noi dobbiamo però capire perché pochi sono quelli che accedono alla comprensione di questa parola. Gesù parlava e una folla lo circondava; di questa folla soltanto ai Dodici è dato comprendere i misteri del Regno di Dio. Perché dodici soltanto? È una cosa molto semplice: avviene sul piano religioso quello che avviene sul piano umano. Per fare un esempio: in un concorso per le poste, se vi sono 25 mila concorrenti, quanti sono poi quelli che veramente possono essere ammessi? Su 25 mila, saranno magari 200 o 150; c’è una graduatoria. Come sul piano umano, così anche sul piano religioso. Ma forse questo implica sempre una condanna per quelli che non accedono? No. Pensate forse che tutti quelli della folla che hanno ascoltato Gesù siano andati all’inferno, e che siano andati in Paradiso soltanto quei dodici che hanno compreso? No, perché, come si diceva prima, vi è un piano religioso che è quasi universale, ed è più facile per quelli che vivono nella religione cosmica il non rifiutarsi a Dio di quanto non sia facile per noi rifiutarci a Dio; infatti quando si vive in certe altitudini è facile, o almeno è possibile, precipitare, ma uno che vive in pianura, anche se cade non si fa mica male; è come una palla, si rialza e cammina. Così la massima parte degli uomini sono salvi proprio perché non accedono a un piano più alto di rivelazione.

Perché non vi possono accedere? Questo è il problema. Gesù dice una cosa che implica una responsabilità morale; ma vi è sempre responsabilità morale? Gesù dice: “il loro cuore è indurito”. Ma l’indurimento del cuore può dipendere semplicemente da colpa o può dipendere anche da altri fattori? Sono due punti che dovremmo studiare.

L’indurimento del cuore dipende da responsabilità morale? In gran parte io lo nego. Perché? Perché in massima parte gli uomini non hanno tempo sufficiente per liberarsi dalle preoccupazioni della vita, dall’ansia del domani, dal dover pensare ai figli, al lavoro, a se medesimi. Chi di questi uomini ha una capacità, una libertà interiore tale da potere approfondire i problemi, da potere accedere a un piano più alto di quello di una religiosità puramente istintiva, puramente informale come quella della massa? Bisogna avere anche una certa cultura: non per nulla si tratta dell’ascolto della Parola di Dio. L’ ascolto della Parola in generarle implica una certa cultura, perché è vero che Dio parla anche interiormente, ma prima di parlare interiormente ci parla attraverso la Bibbia, attraverso la parola del sacerdote, attraverso cioè una cultura, cultura che si esprime attraverso un linguaggio, attraverso dei libri, o attraverso una predicazione. E molto spesso la predicazione è meno valida per l’ascolto della Parola di quanto non lo sia l’avvicinare il libro; perché? Perché, almeno fino a pochi anni fa (ora forse meno), la predicazione cristiana stessa era informale: non si parlava mai del Cristo, dell’Incarnazione, della Trinità, si parlava invece contro la moda, contro il ballo, si parlava di cose che erano più o meno sentite, sia pure in modo confuso, anche dalla massa. Infatti vi è indubbiamente un sentimento religioso per il quale certe forme, certe cose, già si sentivano non conformi a quel sentimento che implica una certa purezza, una certa liberazione dello spirito dalla vita istintiva. Ma se la predicazione era questa, non portava neanche alla rivelazione profetica.

La rivelazione profetica è ben altro, è già il disegno divino che si esprime attraverso i profeti, mentre la predicazione di tanti preti non arrivava nemmeno ad essere la predicazione propria di questa rivelazione.

E anche oggi è un po’ così: tante volte i preti parlano di giustizia sociale, parlano di queste cose che fanno parte della rivelazione cosmica, perché questi temi sono sensibili anche al comunista, il quale, proprio nell’adesione al comunismo, vive appunto questa dimensione religiosa. Ma non è affatto ancora la rivelazione profetica, perché nella rivelazione profetica non ci sono valori impersonali di giustizia, di bontà, c’è invece il rapporto personale con Dio. È Dio che parla ad Abramo e gli dice: “Vieni”, “Va”‘. Sarebbe già molto importante che se non la massa, almeno la maggior parte dei cristiani vivesse un rapporto personale con un Dio che le parla, perché la parola, miei cari fratelli, è sempre detta da una persona. La parola è propria dell’uomo, dell’uomo in quanto è persona, la parola implica veramente il rapporto con l’altro, ed è un rapporto che implica un contenuto intelligibile e anche un impegno morale; la parola ti lega.

Ora tutto questo è già una grande cosa, ma è facile per l’uomo arrivare a questo? Sì e no. Oggi si insiste su questo, si vuole questo, ed e già una grande cosa che la Chiesa sempre più insista sull’ascolto della Parola, perché l’ascolto della Parola è già una promozione non soltanto umana, ma religiosa dell’uomo. L’uomo si trova a dover entrare in un rapporto personale con un Dio personale; non col divino, non col sacro della natura, non col sacro dell’amore, dell’amicizia, della vita, della morte, ma con un Dio personale, il quale ti parla e vuole una tua risposta. Quanti sono che vivono questo? Si diceva già prima, sono molto pochi. Nonostante tutto, una spiritualità dell’ascolto della Parola è sempre una spiritualità di “elite”, perché esige anche una promozione umana. Molto spesso si vive con gli altri un rapporto che è umano, sì, ma non pienamente umano. Per vivere un rapporto pienamente umano si esige, anche qui, una certa promozione: bisogna che l’uomo viva su un piano di cultura.

Non per nulla (notatelo, è un fatto importante) quando s’inizia la rivelazione profetica s’inizia la città. La rivelazione profetica è sempre legata alla legge che costituisce lo Stato, che costituisce la città, la “polis”, non solo in Israele, ma in Grecia, ma nella Persia, ma nel popolo ittita, ovunque. La legge religiosa che implica un rapporto dell’uomo con gli altri uomini in senso pienamente umano è sempre legata al dono di una legge fatto da Dio. Prendete il codice da Hammurabi: il re riceve la legge dal suo dio, da Shomash. Così pure Solone, che ha dato le leggi ad Atene: è stato ispirato dalla divinità, secondo i Greci. Sempre si passa dal piano puramente istintivo, dal “clan”, alla città, alla nazione, attraverso un processo che fa l’uomo veramente uomo; l’uomo si fa veramente uomo se entra in rapporto personale con Dio, o direttamente oppure indirettamente, attraverso il legislatore. Anche nell’ebraismo, Israele entra in rapporto con Dio attraverso Mosè: “Va tu a parlare con Lui, noi no, perché altrimenti moriamo”. Ed è già importante questo. L’uomo sente la sua sproporzione nei confronti di Dio e manda i suoi mediatori per entrare in rapporto con la divinità, ma la divinità è persona che parla, è persona che dà legge, è persona che esprime un disegno, è persona che t’impegna un lavoro.

Sono molti, dicevo, quelli che accedono a questa rivelazione? È un fatto già molto importante che dopo il Concilio, la Bibbia sia tornata ad essere veramente uno degli elementi fondamentali della nostra spiritualità, anche se non è elemento specifico del cristianesimo; infatti è proprio anche di Israele, il quale si mantiene in ascolto della Parola. Non per nulla tutti i profeti ripetono: “Oracolo di Jahvè, re degli eserciti”; “Così dice Jahvè”, ecc. L’uomo si trova sempre di fronte a un Dio che parla, l’uomo si mantiene in un rapporto con questo Dio persona, il quale entra in rapporto con lui. E sono pochi, dicevo, che vivono questo; pochissimi sono poi quelli che vivono un rapporto diretto con Cristo. La legge, in fondo, da una parte è l’espressione della volontà divina, ma dall’altra è anche una difesa contro Dio. E questo ci dice come proprio la religione della legge impedisce ad Israele di accogliere il Cristo. Leggete i Vangeli e voi vedrete proprio questo fatto estremamente grave: proprio la fedeltà alla legge implica che Israele rifiuta il Cristo, il quale va contro la legge perché guarisce i malati in giorno di sabato. Seguendo la legge si dice: “si sa che questo dobbiamo farlo; facciamo questo”, ma il “far questo” non ci mette al sicuro nei confronti di Dio, perché Dio è sempre temibile, Dio è sempre qualche cosa che mi distrugge; non posso vivere in contatto con Lui senza morire.

È così. Anche nel cristianesimo noi dobbiamo morire, non c’è possibilità di vivere il cristianesimo senza un nostro morire; la vita cristiana implica la morte. È chiarissimo, perché in fondo, che cos’è la vita cristiana, l’esperienza cristiana? È la partecipazione alla morte e resurrezione del Cristo. Non si potrà mai vivere il cristianesimo senza prima vivere questo morire a noi stessi; il contatto con Dio distrugge in te tutto quello che a Lui si oppone o che ti difende da Lui. Ma chi vive tutto questo? Sono pochissimi: dodici nei confronti della folla, pochissimi anche nella storia del cristianesimo, i santi nei confronti della massa cristiana, massa che, sì, si battezza, fa il matrimonio in Chiesa, muore coi sacramenti, ma non vive mai in un modo pieno questo contatto, questa comunione con Dio, con Dio che è il Tutto Santo. Vivere una comunione con Dio che è il Tutto Santo vuol dire essere distrutti da questo Dio: non puoi essere toccato da Lui senza che il suo tocco ti incenerisca. Dio è fuoco, “Deus ignis consummans est”.

Intendiamoci, è una morte che è morte di amore, perché se non fosse morte di amore non sarebbe nemmeno una morte cristiana. È la morte che tu vuoi, la morte che tu desideri, e una morte con la quale tu stesso ti doni perché Egli viva in te, perché non viva in te che Lui solo.

Ora, come avviene l’indurimento del cuore che fa sì che l’uomo non acceda dalla rivelazione cosmica, alla rivelazione profetica e alla rivelazione cristiana, cioè a questo processo di un Dio che sì fa più intimo a lui? Si diceva prima: questo indurimento non implica sempre una responsabilità morale. La massima parte degli uomini vive la vita religiosa con vita istintiva, vive il sacro della vita, vive il sacro dell’amore, vive il sacro della morte, vive il sacro della bellezza, vive il sacro del mondo in quanto è epifania di Dio, vive tutto questo, ma lo vive in un modo informale. Tuttavia non respinge questo contatto col divino, anzi vi è immerso. Non per nulla i popoli primitivi vivono veramente una vita religiosa, che non somiglia certamente alla vita né d’Israele, né tanto meno dei cristiani, ma è veramente una vita religiosa. Per te cristiano invece c’è questo pericolo: che tu non viva più una vita religiosa. La vita religiosa la vivi soltanto quando fai la comunione, ma poi, quando esci di chiesa, non vivi più nessuna vita religiosa: perché? Perché la promozione umana ti ha liberato in qualche modo da questo sentimento informale della sacralità di modo che quando è passato quel momento in cui tu vivi un rapporto personale, diretto, vivo, intenso con Dio, non hai più nemmeno quel sentimento universale, continuo, sempre presente del sacro che avviluppa e investe tutta la vita. Per noi cristiani, ma anche per l’ebraismo, vi è una secolarizzazione in atto. Proprio per la grandezza della nostra vita religiosa, questo senso del sacro, che è proprio di tutta l’esperienza umana, si è perduto. Ma questo indurimento dipende, dicevo, dalle preoccupazioni della vita, l’ansia del domani, il lavoro, la famiglia, tante cose che possono impedire, per la massima parte degli uomini, una promozione su un piano umano e religioso; e così l’ascolto della Parola è per grandissima parte degli uomini, escluso e quindi il loro indurimento non si può considerare responsabile.

Ma c’è anche un indurimento responsabile? Forse sì; e qual è. È una conseguenza naturale del fatto che, se Dio ti parla, nasce per te precisamente questa responsabilità morale. Prima vivevi immerso nel divino, ma, pur immerso nel divino, non avevi il sentimento del peccato, non avevi il sentimento di andare contro una volontà di santità, perché Dio non si era manifestato a te. Invece se Dio ti parla, nasce la legge. Col nascere della legge, nasce la tua responsabilità morale. Ora gli uomini cercano di rifiutare questa responsabilità, ne hanno paura. È vero che l’uomo non è uomo se non ha un senso morale della vita; però questo senso morale si può avere in modo molto informale, oppure si può averlo in un modo molto più vivo, molto più intenso, molto più personale. In generale la massa vuole mantenersi al di fuori, non vuol sentirsi responsabile nei confronti di un Dio personale; si mantiene su un piano di religiosità popolare, in cui sì può vivere anche, sì, le processioni, le sagre del patrono, però nello stesso giorno che tu vai alla processione puoi anche andare a donne, puoi anche ubriacarti, ecc., e non senti minimamente il contrasto fra le due cose. Qui però c’è un indurimento responsabile, perché l’uomo si rifiuta, ha paura. È un po’ quello che dicevano gli ebrei “va’ tu”; “c’è il prete, faccia lui, quanto a noi, noi viviamo così; la sagra fa parte di tutte le altre cose che compongono la nostra vita umana”.

L’indurimento diviene sempre più grave nella misura che l’uomo rifiuta di accedere a un processo continuo di elevazione religiosa, perché questo processo di elevazione religiosa lo impegna sempre di più, e l’uomo ha paura, e l’uomo cerca di difendersi, di proteggersi contro le esigenze di Dio. Questo indurimento non è proprio dell’uomo quando ha 40-50 anni, lo avvertiamo invece nel processo stesso della vita: è il bambino, “l’impuber” che si apre, che entra nella giovinezza e che già comincia a conoscere le esigenze proprie della legge, e istintivamente si difende, e istintivamente le rifiuta, e istintivamente non vuole accedere a un piano di responsabilità morale. Vi è in questo una responsabilità? Probabilmente sì: questo rifiuto all’inizio, proprio quando il giovane diviene uomo, lo fissa poi per sempre nel suo stato. Ed è difficilissimo che un uomo a 30-40-50 anni si apra a Dio, quando si è rifiutato sistematicamente di farlo nella sua prima giovinezza. Rimane come fissato.

Intendiamoci, con questo non voglio parlare in senso assoluto. L’uomo rimane sempre libero. Ma sono gli anni della giovinezza che determinano veramente il cammino di tutta la vita. Gli anni più grandi, più importanti di tutta la vita sono quelli che vanno dai 14 ai 22-23; sono gli anni che determinano tutto il cammino. Poi ci saranno cadute, poi ci saranno smarrimenti, e questi smarrimenti sono peccato, perché non è che l’uomo non si renda conto delle sue responsabilità: le sente, ma cerca di rifiutarle; e allora c’è veramente, come dicevo prima, una certa apostasia. Il peccato nasce veramente, perché ora tu rifiuti Dio che ti parla. Conoscendo Dio che è entrato in rapporto con te, tu ora, cerchi di difenderti da Lui, lo respingi perché vuoi vivere la tua vita, perché non ti vuoi donare a Dio che vuole la tua morte, la morte della tua volontà, che vuole che tu cerchi di superare te stesso per vivere la sua medesima vita.

Ecco, allora che cos’è la situazione dell’umanità oggi? Precisamente i Dodici che ascoltano e comprendono e la massa che non comprende. Però questa massa che non comprende è per questo condannata? No, adagio: in fondo è stata lì ad ascoltare Gesù; non ha capito nulla, però è come i festaioli che vanno alla sagra: quello che Gesù dice non lo comprendono, ma è parola di Dio, è una parola che apre gli animi a un sentimento del sacro più intenso, più religioso. Anche se non comprendono le parole di Gesù, però lo vedono, ne odono il tono della voce. Quello che si realizza attraverso le parole del Cristo dà a loro il modo di vivere quella esperienza religiosa che è loro propria.

Certo, Gesù poteva donar la grazia anche a loro di entrare in un rapporto più immediato e personale con la sua parola. Perché non l’ha data? Perché non la dà? È un problema formidabile, perché è vero che molti sono quelli che rifiutano direttamente, ma non sono poi la massima parte. Perché allora Dio non dà loro questa grazia? Non la dà perché i miracoli rimangono miracoli, e l’accedere al piano cristiano in un senso pieno è sempre un miracolo per l’uomo, è sempre un elevarsi che implica una trasfigurazione di tutta la vita; e sono poche le anime che sono capaci di farlo, ma soprattutto queste anime sono scelte da Dio in vista della salvezza delle altre. Uno ha salvato tutti. Generazione per generazione, sono i pochi che salvano i molti. Non pretendiamo che i 450 mila fiorentini sian tutti santi da canonizzarsi: i santi sono sempre pochini. Ce ne saranno, intendiamoci. Ammettiamo che ce ne siano viventi oggi a Firenze 50, ma questi 50 sono sufficienti a salvare il popolo fiorentino, perché la massima parte si salva in un rapporto con queste persone. Come attraverso Mosè Israele riceve la legge ed entra nel piano di Dio, della salvezza, così attraverso i santi cristiani la massa entra, in un modo informale, sia pure, ma in un modo vero, nel piano della grazia del Cristo. Perciò queste anime che non vivono proprio sul piano della rivelazione cristiana, però non la rifiutano, ne beneficiano attraverso la mediazione di coloro che, legati a questa massa, vivono in quella luce.

Ecco perché sono i santi che salvano il mondo. È l’insegnamento che ci dà l’Islam: le 36 colonne che reggono il mondo. Forse ricorderete il romanzo scritto da un ebreo che qualche anno fa era di moda, “L’ultimo dei giusti”: anche questo romanzo faceva presente uno dei temi fondamentali della mistica ebraica, cioè che vi sono i giusti che salvano l’umanità. Sono pochi, ma sono sufficienti. E quello che è vero nella tradizione islamica e nella tradizione ebraica è vero anche per noi cristiani: sono i santi che salvano il mondo. I santi sono visibili, i santi vivono in mezzo agli uomini, e sono loro che praticamente divengono i mediatori della grazia divina. Mediatori perché i santi hanno sempre un’influenza. La Chiesa salva sia attraverso i sacramenti, sia attraverso il magistero, sia anche attraverso questi santi, queste persone; perché in fondo la mediazione fondamentale che Dio ha voluto è precisamente la mediazione dell’Umanità del Cristo, mediazione che si continua attraverso coloro che sono le membra vive del Mistico Corpo di Cristo: i santi. E che questi santi debbono essere, soprattutto coloro che hanno ricevuto nella Chiesa una missione è fondamentalmente vero, cioè i sacerdoti, i religiosi, i Vescovi. Loro sono chiamati ad essere santi con una responsabilità ancora maggiore che i semplici cristiani. E di qui nasce anche che il male che essi possono fare se non sono mediatori di grazia, è molto superiore al male che può fare il semplice laico, anche cristiano.

Perché di per sé l’umanità è la mediatrice della grazia, all’umanità del Cristo, non più visibile e operante del mondo, subentra l’umanità nostra, l’umanità dei sacerdoti, l’umanità dei religiosi, l’umanità di coloro che Dio chiama, e solleva a particolare perfezione. Per queste anime il mondo si salva.

Per questo non dobbiamo avere gran turbamento se vediamo il mondo che sembra precipitare nell’incredulità, che sembra allontanarsi da Dio; non dobbiamo avere grande sgomento, ma dobbiamo avere piuttosto, noi che di questo ci accorgiamo, un senso più vivo della nostra responsabilità, perché non sono gli uomini di governo, non sono i filosofi, non sono gli scienziati che governano il mondo, ma sono i cristiani. Cristo è Colui che ha la regalità sull’universo e questa regalità è partecipata a coloro che sono i suoi membri. Siamo noi, dunque, quelli dai quali dipende la salvezza degli uomini, noi nella misura che siamo stati chiamati a seguirlo più da vicino.

Perché vogliamo che i membri della Comunità vivano nel mondo? precisamente per questo. Potrebbero andare in solitudine, in clausura, vivere in un monastero. Perché invece la maggior parte di quelli che vivono nella Comunità debbono tendere alla santità rimanendo nel mondo? Precisamente per questo. Voi siete nel mondo come il sacramento visibile di Dio. Dovete sapere che la vostra presenza deve salvare la vostra contrada, il vostro paese, le persone che amate, i vostri parenti, i vostri amici tutti coloro che in qualche misura, sia pur minima, sono legati a voi. È proprio per il legame che hanno con voi che queste persone dovranno salvarsi: i pochi salvano i molti. La mediazione del Cristo vale per tutta l’umanità, la mediazione dei santi vale per coloro che vivono con loro, che hanno un rapporto con loro.

Ecco l’impegno nostro, ecco la nostra responsabilità. Noi dobbiamo vivere come i Dodici, nella comprensione dei misteri di Dio, perché a noi è dato di comprendere, a noi è dato di vedere, a noi è dato di ascoltare, a noi è dato di riconoscere il Cristo, in vista proprio di una missione di salvezza che ci è affidata nei confronti dei fratelli. Non dobbiamo giudicare gli altri né condannarli, ma condannare noi stessi nella misura che noi, pur ascoltando, non comprendiamo, pur vedendo cerchiamo di non riconoscere, cerchiamo di difenderci cioè da quelle responsabilità che nascono in noi dal fatto di una vocazione più alta. Ecco quello che mi sembra importante proprio per noi, commentando il testo del Vangelo.

Ma su questo noi dovremo ritornare, perché il problema ateismo e cristianesimo, ateismo e vita religiosa è un problema fondamentale, che non possiamo scansare e che c’impegna tutti, perché siamo solidali gli uni con gli altri. E la nostra solidarietà tanto più è grande quanto più siamo cristiani, perché quanto più siamo cristiani tanto più dobbiamo essere animati dalla carità. E la carità dalla quale dobbiamo essere animati ci fa una sola cosa con tutti, cioè con le brigate rosse, cioè con i comunisti, con gli assassini, coi sodomiti, con tutti; ci fa una sola cosa con loro, perché la carità ci unisce. E unendoci, non è che ci faccia peccare come peccano loro, ma ci rende responsabili del loro peccato, in modo che mediante la nostra carità noi dobbiamo portare il peso del loro peccato e salvarli. Questo dobbiamo capire.

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