Se è vero che esiste un’identità propriamente cristiana, questa è radicata più nel futuro che nel passato. Allo stesso tempo, soprattutto in Europa, il Cristianesimo è anche un’eredità storica. Come convivono queste due dimensioni? Una riflessione dalla Francia del frate domenicano e islamologo Adrien Candiard

https://www.oasiscenter.eu
3/12/2021

Utilizzando un’immagine platonica, Sant’Alberto Magno dice da qualche parte che il cristiano è un albero le cui radici stanno in cielo. Quest’immagine paradossale sottolinea un aspetto essenziale: se è vero che esiste un’identità propriamente cristiana, questa è radicata più nel futuro che nel passato. Le nostre radici, che ci nutrono e ci fanno crescere, sono la nostra destinazione, la condizione divina a cui Dio ci chiama.

I cristiani dei primi secoli avevano una coscienza molto chiara della rottura che loro adesione alla fede cristiana segnava rispetto alle loro origini pagane, la cui cultura era spesso caratterizzata dalla celebrazione dell’autoctonia, della città, e perciò di una forma di celebrazione collettiva di sé. A questa soddisfatta tautologia – “Siamo quello che siamo” – il cristianesimo rispondeva: “Siete figli di Dio, ma dovete ancora accogliere ciò che siete”. L’identità cristiana è allora vissuta non come una realtà che ci si porta dentro, ma come un dono da ricevere e da far crescere, che obbliga appunto a uscire da sé stessi.

La nostra situazione non è più così semplice. Se Cristo è sempre il nostro futuro, il Cristianesimo fa anche parte del nostro passato, in particolare del nostro passato collettivo: la storia della Francia è inseparabile dalla fede cristiana, che fino a un’epoca molto recente l’ha segnata in profondità nei valori, nelle idee, nella sensibilità, nella letteratura, nelle istituzioni, nell’architettura… L’identità cristiana rivolta al futuro deve fare i conti con questa dimensione cristiana dell’identità nazionale, che è invece radicata nel passato. I due elementi non sono incompatibili, ma la loro articolazione è talvolta un po’ delicata.

Il passato cristiano comune non fa dei cattolici i custodi del museo nazionale. Questo passato non appartiene infatti ai soli cattolici, ma a tutti, credenti e non. Da questo punto di vista le chiese di campagna hanno un duplice statuto: prima di tutto sono luoghi di culto cristiani, ciò che è la loro ragion d’essere e il motivo della loro costruzione; ma spesso sono anche il solo monumento storico del posto e il suo principale luogo di memoria, di una memoria comune a tutti. Con la municipalizzazione della proprietà di queste chiese, il cui uso rimane destinato al culto cattolico, la legge del 1905 ha espresso nei fatti questo doppio statuto, anche se l’ha fatto per ragioni diverse.

Ma le chiese non sono le sole a essere condivise: anche i fedeli hanno un’identità duale. Non sono solamente cristiani le cui radici stanno in cielo; sono anche cittadini che, in quanto tali, hanno allo stesso tempo delle radici nel passato. Non sono estranei alle discussioni sul ruolo di quest’eredità cristiana che attraversano la società, in una Francia dove i cattolici sono diventati minoritari piuttosto di recente.

È normale che i cristiani dicano la loro in questi dibattiti, ed è abbastanza comprensibile che vi esprimano a volte una certa nostalgia. Devono però tenere a mente che si tratta di una discussione politica, non religiosa. Come credenti, non si possono accontentare di questa funzione notarile: la vera “eredità cristiana” non è un patrimonio, per quanto ricco, quanto la vita eterna di cui Dio ci ha reso eredi.

L’identità cristiana, l’identità propria dei cristiani, non è la cattedrale di Chartres, ma il regno di Dio, e a dirlo è un amante dell’architettura medievale! In mezzo ai dibattiti su che cosa significhi essere francesi, non perdiamo di vista che per noi l’essenziale è diventare ciò che Dio ci dona di essere: suoi figli e sue figlie.

*Questo articolo è apparso originariamente su La Croix L’Hebdo con il titolo L’identité chrétienne, ce n’est pas la cathédrale de Chartres, mais le royaume de Dieu. Traduzione a cura della redazione di Oasis