Mentre in alcuni Paesi le forniture sono terribilmente in ritardo, in altri i vaccini sono arrivati. Ma interessano poco. Decine di milioni di africani non hanno la percezione della gravità della pandemia e dimostrano sfiducia nei confronti della medicina occidentale. Le campagne di somministrazione stanno rallentando e le dosi rischiano di scadere. La corsa contro il tempo per convincere gli scettici e non buttare via le preziose fiale

di Marco Trovato
5 Dicembre 2021
http://www.africarivista.it

«Davvero ti sei vaccinato? Quindi hai rinunciato ad avere figli?». La domanda mi è stata posta pochi giorni fa da un tassista in Malawi. Uno fra i tanti. Durante il mio recente viaggio in questo Paese dell’Africa australe ho incontrato decine di persone – di ogni età, ceto sociale e livello culturale – che mi hanno manifestato paura e scetticismo nei confronti dei vaccini contro il covid. «Tanti credono che rendano sterili ed è difficile far loro cambiare idea», mi hanno confermato diversi occidentali residenti nel Paese. Alcuni di questi hanno dovuto ingaggiare vere e proprie battaglie di convincimento nei confronti dei loro dipendenti. «Ma spesso abbiamo dovuto arrenderci alle resistenze».

Mentre prosegue la corsa contro il tempo per far arrivare le preziose fiale anche ai Paesi più poveri del mondo – per salvare milioni di vite e scongiurare la diffusione di nuove temibili varianti – alcuni governi africani devono affrontare un’altra emergenza: convincere i loro cittadini a vaccinarsi.

Benché solo l’11% della popolazione africana sia stata vaccinata (il 7% ha completato i due cicli raccomandati dall’Oms) e molti Paesi stiano ancora aspettando le dosi promesse, altrove nel continente i vaccini sono arrivati, ma non ci sono file agli hub vaccinali.

C’è una fetta importante della popolazione che non dimostra alcun interesse a immunizzarsi contro il covid. Persino il Sudafrica – il Paese del continente più colpito dalla pandemia (quasi tre milioni di casi: un terzo del totale continentale) – è alle prese con una diffusa resistenza delle persone alla campagna vaccinale.

Pochi giorni prima che la variante Omicron fosse rilevata per la prima volta, i funzionari sanitari sudafricani hanno sospeso le spedizioni di nuove dosi da Pfizer-BioNTech e Johnson & Johnson, preoccupati che la loro scorta di 16 milioni di dosi potesse rovinarsi a causa della domanda insufficiente.

Sebbene solo il 36% degli adulti sudafricani sia completamente vaccinato, la progressione giornaliera delle vaccinazioni è rallentata. Situazioni simili si registrano in altri Paesi della regione: Namibia, Zimbabwe, Mozambico, il già citato Malawi. Anche qui le autorità sanitarie hanno chiesto ai produttori e ai donatori di non inviare più vaccini perché faticano a distribuire le dosi già in loro possesso.

La diffusa esitazione davanti al vaccino ha diverse spiegazioni. La gran parte della popolazione è composta di giovani (il 70% degli africani ha meno di 25 anni) che, ancorché contagiati dal virus, non manifestano i sintomi del coronavirus, o in maniera molto lieve. Non c’è percezione della gravità della malattia. Ben altre emergenze sociali e sanitarie sono motivo di preoccupazione. Inoltre le campagne di informazione governative si sono rivelate insufficienti: decisamente inadeguate a contrastare le fake news che dilagano nel web.

Da Nairobi a Lagos, da Johannesburg e Kinshasa, i responsabili delle campagne vaccinali devono lottare contro una generale diffidenza, spesso una vera e propria avversione, nei confronti di medicine prodotte da case farmaceutiche accusate di “alimentare la paura per questioni di business”, di “fare sperimentazioni sulla pelle poveri” e via dicendo.

La (comprensibile) sfiducia nei confronti degli aiuti dell’Occidente è radicata. Le teorie complottiste si sprecano. Nell’opinione pubblica è ancora viva la memoria di vari scandali che negli anni Novanta hanno offuscato l’immagine di Big Pharma nel continente. E le autorità faticano a contrastare il dilagare di notizie inventate, errate o ingannevoli, sui potenziali effetti collaterali dei vaccini.

La battaglia per assicurare i vaccini alle nazioni più povere è sacrosanta – e va sostenuta senza incertezze – ma va affiancata da adeguati investimenti e strategie comunicative: è urgente avviare campagne di informazione e di educazione, sforzarsi di convincere ampie fette di popolazione assai poco propense a vaccinarsi. Se sul primo fronte ci si sta muovendo – con colpevole ritardo della politica dei paesi ricchi – anche grazie alla mobilitazione del mondo umanitario, sul versante della sensibilizzazione gli sforzi sono chiaramente insufficienti.

Un recente sondaggio condotto in 15 Paesi dall’Africa Center for Disease Control ha rilevato che il 43% degli intervistati nutre forti preoccupazioni per la sicurezza dei vaccini. Ma la percentuale di chi affermava di non volersi vaccinare era molto variabile: da meno del 10% in Etiopia, Niger e Tunisia al 41% nella Repubblica Democratica del Congo.

«Non c’è dubbio che l’esitazione a vaccinarsi sia un fattore di forte preoccupazione», ha ammesso Matshidiso Moeti, direttrice dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Africa. «Bisogna vincere paura e diffidenze con un maggiore sforzo di convincimento che preveda un’adeguata campagna di informazione e sensibilizzazione. Altrimenti c’è il rischio concreto che molti vaccini non vadano a buon fine».

Già lo scorso luglio – quando i vaccini nel continente arrivavano con il contagocce – 450.000 dosi di AstraZeneca andarono sprecate: scadute prima di poterle utilizzare. «Un fatto deplorevole, dovuto anche ai ritardi nella spedizione», rivelò il dott. Richard Mihigo, responsabile dell’area del programma per l’immunizzazione e lo sviluppo di vaccini presso l’ufficio regionale dell’Africa dell’Oms. Furono nove i Paesi costretti a bruciare le fiale scadute: Malawi, Sud Sudan, Liberia, Mauritania, Gambia, Sierra Leone, Guinea, Comore e Rd Congo. Ma la responsabilità maggiore, all’epoca, era dei donatori, che avevano inviato dosi con scadenze troppo ravvicinate, impedendo alle autorità sanitarie africane di avere il tempo di inocularle.

Per vincere le resistenze dei numerosi recalcitranti o no-vax alcuni governi stanno pensando di forzare la mano, introducendo l’obbligo vaccinale: il Malawi vorrebbe imporlo ai suoi cittadini emigrati in Sudafrica per lavoro che torneranno nei prossimi giorni in patria per le festività natalizie. E il Ghana (che finora ha somministrato solo un terzo dei 9,6 milioni di vaccini anti-Covid-19 ricevuti) renderà obbligatoria la vaccinazione da gennaio 2022. Il direttore generale dei servizi sanitari, il dottor Patrick Kuma-Aboagye, ha precisato che l’obbligo riguarderà i funzionari governativi, gli autisti commerciali, gli operatori sanitari, il personale di sicurezza, gli studenti e gli alunni delle scuole superiori e il personale degli istituti secondari e universitari. Inoltre, l’accesso a stadi, ristoranti, spiagge e locali notturni sarà subordinato alla presentazione della tessera di vaccinazione.

L’opzione dell’obbligatorietà alla vaccinazione – ora in discussione anche in Europa – è un’ipotesi sempre più diffusa in Africa. Non c’è tempo da perdere: in gioco c’è la vita delle persone. E decine di milioni di dosi che rischiano di andare in fumo.

In questi giorni la Namibia ha avvertito – per bocca di Ben Nangombe, direttore esecutivo del ministero della Salute – che 268.000 dosi di AstraZeneca e Pfizer rischiano di essere distrutte a causa del lento assorbimento da parte dei cittadini, che esitano a sottoporsi all’inoculazione. Come nel vicino Sudafrica, molti hanno paura che il vaccino anticovid possa essere letale nei soggetti affetti da Hiv. E certo non rasserena l’opinione pubblica la notizia che lo scorso giugno il governo sudafricano ha distrutto trenta milioni di vaccini del colosso farmaceutico statunitense Johnson & Johnson «per problemi di fabbricazione».

Dunque l’Africa oggi affronta due grosse sfide legate ai vaccini: i ritardi delle forniture in alcuni Paesi e, in altri, le difficoltà di somministrazione.

La resistenza a vaccinarsi si somma ad altri problemi: logistici e di organizzazione. Così si vive il paradosso di Paesi (è accaduto mesi fa con Rd Congo e Sud Sudan) che, riconoscendo i propri limiti e le proprie difficoltà, hanno chiesto di rallentare l’invio dei vaccini, restituendo dosi all’iniziativa internazionale Covax in modo che altri Paesi – più attrezzati per la somministrazione di massa – potessero utilizzarle prima della data di scadenza. John Nkengasong, direttore dell’Africa Centre for Disease Control and Prevention, ha chiesto ai Paesi donatori di inviare vaccini con una durata di conservazione di almeno tre o quattro mesi. Nemmeno questo arco di tempo sarà comunque sufficiente se non si convinceranno i cittadini a vaccinarsi.

«Vogliono usare gli africani come cavie per fare sperimentazioni», mi ha detto un catechista in Malawi, irremovibile nella sua scelta di non vaccinarsi. «Del resto, perché mai dovremmo farci iniettare quel veleno in corpo se voi bianchi siete i primi a opporvi?». Con il suo cellulare mi ha mostrato le immagini di una manifestazione No Vax in Italia. «Se davvero questi vaccini salvano la vita, perché mai la vostra gente dovrebbe rifiutarli?».