«Chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perde la sua vita per me la salverà», dice Gesù nel vangelo di Luca (9,24). Potremmo anche intendere: chi non perde la propria vita con me, insieme a me, non la salverà. Un invito scandaloso e duro da capire ma del tutto intrigante e irrinunciabile. Apre a un’idea della nostra vita per cui solo l’amore transitivo, l’abbandono fiducioso all’altro, la fraternità, il “perdersi” nelle braccia di colui che si ama ci fa guarire dalla solitudine e ritrovarci bambini, perfetti nell’amore.

Messaggero Cappuccino Gennaio-Febbraio 2021 
Quando la Parola di Dio è sconcertante e infinitamente vera 
di Rosanna Virgili scrittrice e biblista
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Pelle per pelle

Che la salute fisica stia molto a cuore a tutti noi è indiscutibile e, certamente, anche comprensibile. 
Nella Bibbia perfino l’uomo più saggio di tutto l’Oriente, Giobbe, era geloso della sua salute, tanto che Satana, volendo vagliare la sua fede, a proposito di lui, disse a Dio: «Pelle per pelle; tutto quello che possiede l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente» (Gb 2,4-5). E quando Dio gli diede la facoltà di agire liberamente sul corpo di Giobbe, sicuro che quegli avrebbe resistito alla tentazione, le cose andarono, in effetti, molto vicine alle previsioni di Satana. Giobbe non maledisse direttamente il Signore ma sfiorò la bestemmia, maledicendo il giorno della sua nascita! Un grido d’angoscia, un urlo di rabbia uscì dalla gola ormai secca di quell’uomo giusto e fedele, a causa dei suoi troppi dolori. 

Ridotto a grattarsi con un coccio, colpito da una malattia che gli consumava la carne, allontanato persino da sua moglie che non sopportava l’olezzo del suo alito, Giobbe esplode in un inno alla morte: «Maledetto il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “è stato concepito un maschio”. Quel giorno divenga tenebra non se ne curi Dio dall’alto» (Gb 3,3-4). Affatto insostenibile era divenuta la giornata per Giobbe, insopportabile il patire, al punto da fargli negare alcun valore alla sua vita sin dall’infanzia, e a chiedersi: «Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene e la cercano più di un tesoro, che godono e gioiscono quando trovano una tomba, a un uomo la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte?» (Gb 3,20-23). 

La sofferenza fisica è capace di penetrare nell’intimità dell’umano al punto da snaturare ogni ordine di cose e di coscienza, da quello psicologico a quello morale, e persino a quello intellettuale e spirituale. Nelle parole di Giobbe ci par di sentir risuonare il silente lamento di tanti malati terminali o persone per anni inchiodate su un letto o in completa dipendenza da una macchina per respirare, per alimentarsi, anche solo per spostare un braccio. E, in questa nuova e repentina pandemia, immaginiamo di sentirle arrivare anche dai letti delle terapie intensive dove si affannano, in atroce tormento, i malati di Covid, per i quali persino il respiro diventa una tragica, terribile lotta tra la vita e la morte.

La malattia e l’amore

Nella lingua latina la parola salus risponde grammaticalmente a un sostantivo femminile la cui semantica è molto ampia e intreccia i significati che vanno dalla salute del corpo, così come la intendiamo noi, in italiano, a quella dell’anima, che noi chiamiamo, invece: “salvezza”. Si tratta, insomma, della stessa parola tradotta con almeno due. La lingua inglese rende, addirittura, il latino salus, oltre che con salvation – “salvezza” – anche con safety che indica tutto il dispositivo sociale atto a garantire la sicurezza, la protezione dei cittadini di un Paese. Un aspetto fortemente coinvolto con le varie forme di restrizioni attualmente adottate contro il Covid 19.

Come mai gli antichi non distinguevano, invece, tra salute e salvezza? La ragione deve stare nell’idea della vita e dell’essere umano del mondo latino ma anche biblico. Quando a Gesù, nel Vangelo di Giovanni, presentano un cieco nato, i discepoli pretendono di sapere a causa di quale peccato quell’uomo fosse nato con tale disabilità. E ciò perché non distinguevano il piano morale da quello corporeo dell’uomo. La malattia rivelava, infatti, un “male” spirituale che si manifestava anche nella carne. Gesù risponde loro spiegando come quella cecità non derivasse, invece, da nessuna colpa ma fosse data come un’occasione per sperimentare i prodigi dell’Amore di Dio! «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio!» (Gv 9,3). Gesù spalanca sulla cecità un oceano di luce, un mare di salute, un corso di salvezza che libera la carne e lo spirito come in tutt’uno: «Finché sono nel mondo sono la luce del mondo…fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”… quegli andò e tornò che ci vedeva» (Gv 9,6-7).

La sapienza che il Signore insegna a chi lo ascolta, e anche a chi assiste a ciò che fa, è straordinariamente preziosa nell’oggi di sempre e, specialmente, in quello che ci troviamo a vivere, così strano e subdolo. Usando il gergo bellico molti, dai canali TV, continuano a ripetere che siamo in un tempo di guerra. E, in effetti, sembrano scene di quei tempi – che molti di noi non hanno mai visto se non in fotografia o immaginato dai racconti dei nonni – quelle delle nostre città dopo le dieci di sera, desertificate dal coprifuoco. O quelle delle infermerie, dei Pronto Soccorso, dei morti nei corridoi degli Ospedali andati in tilt. Scene da Croce Rossa sui campi dei conflitti. Ci avvolge un’onda di paura, di sospetto verso il prossimo che ci costringe a ritirare la mano da chi amiamo, invece di allungarla, di scioglierla nel sentito abbraccio. È un’occasione per renderci conto del senso profondo della salus: siamo fatti di carne e di cuore, di un delicato e limitato corpo e di un’anima aperta all’eterno e all’infinito: non possiamo curare l’uno senza curare l’altra!

Andare in perdita

Il dolore di Giobbe non proveniva solo dalla ferita che gli bruciava le ossa ma anche dalla solitudine, dall’abbandono in cui era venuto a trovarsi. I suoi figli non c’erano più e i suoi migliori amici o si erano allontanati da lui, o gli facevano la predica cercando di convincerlo che quella fosse una meritata punizione di Dio. Dio stesso, poi, verrà a sbugiardarli. Anche per Giobbe la malattia fu l’occasione per conoscere un nuovo, misterioso Volto di Dio. Quanto poté accadere proprio lì, sull’orlo della morte.

«Chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perde la sua vita per me la salverà», dice Gesù nel vangelo di Luca (9,24). Potremmo anche intendere: chi non perde la propria vita con me, insieme a me, non la salverà. Un invito scandaloso e duro da capire ma del tutto intrigante e irrinunciabile. Apre a un’idea della nostra vita per cui solo l’amore transitivo, l’abbandono fiducioso all’altro, la fraternità, il “perdersi” nelle braccia di colui che si ama ci fa guarire dalla solitudine e ritrovarci bambini, perfetti nell’amore.

Felici, assaporando il profumo del dono. Gesù non vuole scendere dalla Croce, non vuole acconsentire a chi gli grida, sfidandolo: «Ha salvato altri, salvi sé stesso!» (Lc 23,35). Non vuole più distinguere tra “salute” – risparmio del suo corpo – e “salvezza” che è abbraccio alla terra e ai suoi abitanti. Simile alla sua è la decisione di centinaia di medici, infermieri, volontari che oggi stesso rischiano la salute per la salvezza dei più deboli, di chi da solo non potrebbe farcela. Pensiamo agli insegnanti delle scuole e anche a quanti si trovano a rischiare la fame a causa delle chiusure forzate delle loro attività. Anche il loro è un “perdere” la vita. E tutti siamo responsabili che questa sorta di morte sia veramente per ritrovare, insieme, una vita “salvata”.