Rave Party a Viterbo in Italia e Boom al Bois de la Cambre in Belgio, rifiuto della mascherina in Francia e negli Stati Uniti, sfida al pass sanitario in quasi tutto il mondo: il rifiuto delle decisioni alle politiche del quotidiano sembrano essere sempre più frequenti dopo il Covid19.

Kinshasa 20.09.2021
Jpic-jp.orgTradotto da: Jpic-jp.org

In un articolo pubblicato il 23 giugno 2021 sul sito belga Justice et Paix, Emmanuel Tshimanga pone il problema: “A volte definite come atti di incomprensione della politica del governo, a volte come veri atti politici di protesta, queste azioni suscitano una serie domande legate al sistema democratico ‘belga’ [e alla democrazia stessa], e chiedono di essere analizzate in profondità”.

La prima Boom in Belgio fu il risultato, sembra, di uno scherzo, ma una seconda, dice l’articolo, è più simile a un movimento di protesta e “sembra assimilarsi al modello della disobbedienza civile”. Infatti, stando a Dave Monfort, ispiratore della Boom: “Lo facciamo per difendere la nostra Costituzione, e gli articoli 23 e 26 in particolare, che vengono calpestati da norme ritenute incostituzionali perfino dal tribunale di Bruxelles” (La Boum, le bal non-masqué des indociles).

Però, nota Tshimanga, per la signora Duchateau, le richieste mostrano “il rifiuto della politica di crisi” che le persone che hanno preso parte alla Boom sono contro i giovani. “Non possiamo accettare il fatto che per cercare di salvare qualche centinaio di 85enni e oltre, che comunque moriranno nei prossimi mesi, si stia rovinando il futuro della gioventù che si ritrova con idee suicide” (La Boum, le bal non-masqué des indociles).

Da un simile linguaggio, si comprende “l’immagine negativa, violenta e caotica” che ha l’opinione pubblica di questi mezzi d’impegno civico. “Alle persone che disobbediscono viene ricordato che in una società democratica esistono strumenti e procedure legali per arbitrare molteplici visioni in competizione”. Quando è giusto allora disobbedire in una democrazia?

E’ pur vero, ricorda l’autore dell’articolo, che una certa “concezione della democrazia tende a restringere il concetto di legittimità alla legalità positiva, cioè solo ciò che è legale è legittimo. Ai disubbidienti e alle disubbidienti è indirettamente richiesto di tornare all’ordine del legale e di conformarsi a modalità di protesta istituzionalizzate e ben inquadrate”.

Jürgen Habermas – citato nell’articolo -, afferma nella sua opera Droit et Démocratie: “Quando sono in gioco determinati principi o diritti fondamentali che sembrano essere gravemente contraddetti da una legge o da un atto governativo, la disobbedienza civile è legittima; anzi, è auspicabile, perfino necessaria, e la possibilità di farvi ricorso va comunque valutata positivamente” (Sintomer, 1998. Aux limites du pouvoir démocratique. N°24 (2), 85 104).

P

er Habermas, la disobbedienza civile invoca quindi “la necessaria adeguatezza tra l’ordine e i principi che lo sostengono. In altre parole, la disobbedienza civile è giustificata solo nella misura in cui lo Stato o l’amministrazione violano gli stessi principi fondamentali che stabiliscono l’ordinamento giuridico su cui poggia la loro stessa legittimità”.

“Ai nostri giorni, osserva invece Tshimanga, le azioni di disobbedienza civile sono spesso l’ultima risorsa nelle strategie di coinvolgimento dei cittadini. Inoltre, storicamente, questa è la forma di protesta dei cittadini da cui sono scaturite la maggior parte delle nostre attuali conquiste politiche e sociali”. Così, afferma, “la visione di Habermas dello stato di diritto democratico è troppo idealizzata e lontana dalla realtà perché, come riporta il politologo Yves Sintomer, non tiene conto dei rapporti di dominazione”.

La democrazia è il miglior sistema politico o il meno cattivo solo nella misura in cui garantisce “spazi di libertà fondamentali, quelli di potersi esprimere, pensare e agire sulle sorti della propria comunità politica“. La negazione di queste libertà […] soffoca le condizioni indispensabili per una vita buona”attuando “in modo visibile come la corruzione, il clientelismo o l’aperta pressione del potere, o in modo insidioso, attraverso meccanismi extralegali come le politiche di partito, l’esclusione o l’emarginazione dei dominati, con mezzi di comunicazione che seguono una logica di pubblicità commerciale piuttosto che di servizio pubblico e sono nelle mani di poche persone, l’illegalità che tende a penalizzare ad oltranza soprattutto i modi di delinquenza tipici delle classi popolari, la logica intrinseca dell’economia capitalistica, ecc.” (Sintomer, 1998. ibidem).

Secondo Sintomer, la soppressione di queste libertà abroga il dovere d’obbedienza alla legge. Per non parlare del tradimento da parte di partiti e politici delle promesse elettorali o della manifesta incapacità di ministri che assumono incarichi esclusivamente per dinamiche interne al partito.

Infine, “una generazione non può sempre obbligare le successive ed è sempre discutibile il valore di una costituzione o di diritti proclamati in un dato momento storico”.

Il ricorso alle azioni di protesta dei cittadini, in particolare alla disobbedienza civile, è quindi ancora legittimo? In altre parole, ribaltando un’affermazione di Tshimanga, le azioni di disobbedienza civile hanno sempre un valore reale come indicatore di maturità democratica o rischiano di essere portatrici di anarchismo?

“L’ordinamento politico-costituzionale può talvolta riconoscere diritti senza poterli garantire”, ed allora è legittimo e “anche auspicabile impegnarsi in azioni di disobbedienza civile”. Perché, come indica Sintomer, la cittadinanza “non è uno statuto o un’istituzione ma una pratica collettiva” e ha il diritto di riconquistare o “conquistare diritti, di rimettere periodicamente in discussione l’ordine e i rapporti di dominio stabiliti”. (Vedi testo citato).

Tuttavia, la società democratica non vive di rapporti di dominio. L’organizzazione sociale e il sistema statale sono lì per garantire l’ordine, la vita sociale comune e soprattutto le condizioni necessarie che assicurino il bene comune, per tutti. È quindi soprattutto l’osservazione e l’esperienza dell’incapacità dello Stato di salvaguardare il bene comune che fa della disobbedienza civile “una prova della maturità in uno Stato di diritto democratico”.

La disobbedienza civile allora deve portare “le istituzioni democratiche a riconoscere i propri limiti”, a “riconoscere le proprie debolezze” e “a mettersi in discussione. È in questo costante interrogarsi cittadino che risiedono le vere virtù della democrazia”, e quindi il valore della disobbedienza civile.

Il sigillo d’autenticità di questo valore, però, si ritrova solo nelle proposte alternative che la disobbedienza civile offre per meglio salvaguardare le condizioni affinché il bene comune sia prerogativa di tutti e lo Stato e la sua amministrazione escano dai vicoli ciechi in cui magari si stanno affondando. Altrimenti può scivolare in forme di anarchia che alla fine rischiano di aprire la porta all’autoritarismo dittatoriale.

Vedere Désobéissance civile : signe de maturité démocratique ed anche Disobbedienza civile e Légitimité démocratique, pouvoir et domination