Formazione Permanente – italiano – 2021

PER VIVERE L’AVVENTO
P. Carmelo Casile

I. AVVENTO
Inizio dell’Anno Liturgico
1

L’Anno Liturgico inizia con l’Avvento, che significa venuta. Attendiamo la venuta di Dio. Dio viene a noi in tre modi: nella nascita di Gesù 2000 anni fa, nei nostri cuori oggi e alla fine dei tempi in forma gloriosa.

Come tempo d’attesa, l’Avvento dovrebbe essere un tempo di silenzio. In questo periodo dell’anno, si fa notte più presto, le notti sono più lunghe, fa più freddo. La stagione dell’anno di per sé c’invita già a confrontarci con i sentimenti del cuore, ad ascoltare la voce della nostra interiorità e a dedicare più tempo a Dio.

Nel tempo d’Avvento sarebbe un buon esercizio quello di sederci per un breve periodo, senza fare assolutamente niente, concentrarci nella nostra interiorità e domandarci: «Che cosa sto effettivamente aspettando? A che cosa anelo? Che cosa potrebbe riempire la mia vita? Che cosa mi manca?». Sarebbe bene se qualche volta ci alzassimo durante la notte, a posta, per vegliare, per andare incontro a Gesù, per aspettarlo, così come si legge nel Sal 129/130: “La mia anima aspetta il Signore, più che la sentinella l’aurora”.

Che cosa significa aspettare durane l’Avvento la venuta del Signore si può capire facilmente se pensiamo che cosa comporta aspettare una persona amata. Mentre attendiamo con ansia il momento desiderato, già immaginiamo il suo arrivo e come sarà l’incontro. Spesso le nostre attese non sono soddisfatte. Ci aspettiamo di più di quello che l’atteso ci può dare. Le nostre aspirazioni superano le possibilità umane. Spesso ci sentiamo defraudati perché l’incontro, così lungamente atteso, si realizza in un modo che ci lascia insoddisfatti. E nonostante ciò, la prossima volta torniamo a desiderare l’irrealizzabile.

Nell’Avvento celebriamo deliberatamente durante quattro lunghe settimane le nostre attese, le nostre aspirazioni, e, nella misura in cui le celebriamo, acquistano una funzione positiva. Non ci sono ragioni per le quali dobbiamo reprimere le nostre attese e acconsentire di cadere nella delusione o nella rassegnazione. Ma neppure ci sono ragioni per descrivere la nostra vita con parole esagerate per reprimere la delusione che ci affoga o per nasconderla agli altri. Chi sente il bisogno di descrivere le proprie esperienze come qualcosa di straordinario e fuori del normale, questi, spesso, non sarà capace di confrontarsi con la realtà né vuole prenderne coscienza e quindi accettarla. Nell’Avvento affrontiamo la realtà e, nello stesso tempo, i nostri desideri, che superano la realtà della nostra vita. Riconosciamo che la sete del nostro cuore è così ardente che niente e nessuno potrà soddisfarla, neppure il successo più grande.

Precisamente in questo tipo d’esperienze molto intense si sveglia in noi il desiderio di qualcosa di più, cioè il desiderio di fermare quel momento o di migliorarlo ancora di più.

Si sveglia in noi la voglia di una sicurezza definitiva, l’anelito di un lasciarsi coinvolgere totalmente in quella esperienza così da sentirsi al sicuro, come accolto in casa, per sempre.

Ogni esperienza profonda sfonda i suoi confini e risveglia in noi un anelito che può essere soddisfatto e colmato soltanto da Dio. Chi pretende di realizzare da solo i propri desideri, ha bisogno di sempre più successo, sempre più piaceri, sempre più affetto, sempre più amore. Però, facendo così, pretende troppo sia da se stesso sia dalle persone dalle quali sogna di ricevere quest’approvazione e quest’affetto, perché lui pretende da un essere umano o da un avvenimento ciò che in ultima istanza solamente Dio può donare. Tratta gli uomini come se fossero dèi, fa delle persone un idolo, e perde così di vista il rapporto umano, cioè la visione di una vita vissuta in comunione e partecipazione. Se nel nostro desiderio, invece di affidarci alla nostalgia degli uomini, lasciamo che l’uomo ci indirizzi a Dio, allora quel desiderio ci crea sempre nuova vita. Rimaniamo svegli, consapevoli della nostra realtà, ci spingiamo oltre i nostri limiti e li superiamo, e così cresciamo avendo come base la nostra stessa fragilità.

Nell’Avvento dovremmo sentirci rinfrancati dalle delusioni ed amarezze, che ci provengono dalle nostre attività e dalle persone con cui ci relazioniamo, soprattutto da quelle da cui ci aspettiamo un’accoglienza senza limiti. Questo può avvenire, se invece di lamentarmi mi dico: è quello che mi ci voleva, va bene che sia così, che le persone non siano all’altezza delle mie aspettative e non diano compimento alle mie speranze, perché così posso orientare la mia nostalgia verso Dio, rivolgere i miei desideri a Lui. In questo modo sono spinto verso Dio.

Se assumo così le mie delusioni, potrò riconciliarmi con la banalità della mia vita senza cadere nella rassegnazione, anzi sarà precisamente la banalità della mia vita che manterrà vivo il mio desiderio di Dio. E così posso celebrare l’Avvento, cioè l’attesa che Dio stesso entri in questa mia vita, entri nella mia mediocrità e la trasformi.

Molti non riescono ad affrontare questo desiderio struggente e vogliono spegnerlo; così il loro desiderio si perverte e degenera in dipendenza. La persona si ammala, diviene tossicodipendente, perché non vuole o non riesce più ad affrontare il vero anelito del cuore. La paura del vuoto che quel desiderio rivela in noi diviene così forte da scatenare l’esigenza di coprire a ogni costo quel buco, altrimenti l’insicurezza dominerebbe la vita, che è completamente orientata alla realizzazione di desideri terreni.

Non si vuole alzare gli occhi oltre lo steccato dell’esistenza terrena per paura che lo sguardo possa cadere su una terra dove scorre latte e miele, il che ci obbligherebbe ad emigrare dal nostro territorio che ormai ci è familiare. Ci succede come agli esploratori inviati da Israele, che rimasero affascinati dalla Terra Promessa ma che, per paura, descrissero gli uomini che abitavano quel paese come giganti nemici, perché non volevano rischiare di affrontare l’ignoto, uscendo dall’ambiente familiare.

Nell’Avvento affrontiamo consapevolmente le nostre esigenze e i nostri desideri insoddisfatti. Spingiamo lo sguardo oltre i limiti della nostra vita. La visione della Terra Promessa fa crescere in noi il desiderio di muoverci, di uscire e di non accontentarci per sempre di ciò che ci è conosciuto e familiare.

Chi, nella celebrazione, riesce a esprimere questo suo desiderio, non ha bisogno di affogare nella dipendenza le proprie esigenze insoddisfatte, anzi potrà scoprire dentro di sé ciò che lo spinge a fuggire verso surrogati mortiferi. La celebrazione dell’Avvento lo aiuterà a trasformare le sue dipendenze in desideri portatori di vita.

Nel tempo d’Avvento ascoltiamo le promesse di Dio trasmesse a noi dai profeti. In esse ci è stato annunciato che le acque sorgeranno in mezzo al deserto, che le spade saranno cambiate in aratri e che il lupo e l‘agnello, la pantera e il capretto, vivranno pacificamente fianco a fianco. Queste non sono promesse pietose con le quali i profeti vogliono compiacerci; ma sono sogni nei quali scopriamo le nostre possibilità. È ciò che Dio sogna di noi.

Nell’Avvento noi ci immergiamo in questi sogni di Dio, sogniamo i sogni di Dio, per affermare sempre più queste nostre possibilità. Così ci rendiamo coscienti di che cosa siamo capaci. Con la venuta di Dio, il deserto del nostro cuore fiorirà, nel nostro vuoto e nella nostra aridità sgorgherà una fonte che ci riempirà di vita. Allora, ricorrendo ad un’altra immagine dei profeti che ricorre in questi giorni, una rugiada scenderà dal cielo e feconderà la terra. Le nubi faranno cadere la pioggia sui giusti, affinché germogli una vita nuova ed il nostro mondo torni ad essere abitabile.

Il deserto che fiorisce e la rugiada che feconda, erano le immagini con le quali Israele descriveva la venuta di Dio. Nel nostro continente europeo, erano piuttosto l’oscurità ed il freddo a simboleggiare il mondo che aspetta la venuta del Signore. Nelle tenebre non ci possiamo orientare, ci sentiamo perduti, abbandonati: non troviamo nessun cammino per tornare a casa. Nell’oscurità ci attacchiamo alle persone che ci sono vicine per non cadere in una fossa. La paura di fronte all’insicurezza della nostra esistenza ci spinge ad aggrapparci agli altri, dai quali ci aspettiamo un sostegno. Ma è pretendere troppo da chiunque, facendo così abusiamo delle forze delle altre persone. Nessuno ci può dare il sostegno definitivo, perché l’oscurità mette anche lui nel pericolo. Perciò quello che Isaia ci annuncia, è un messaggio liberatorio: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce” (Is 9, 1). Questa parola può calmare anche la nostra paura, può portare luce alle nostre tenebre.

Il freddo dell’inverno è il simbolo del freddo del nostro cuore. Siamo soliti parlare della freddezza glaciale che regna tra gli esseri umani. Siamo impauriti dalle persone che sono fredde come il ghiaccio. E abbiamo paura che anche il nostro cuore sia invaso dal gelo che ci circonda. Le candele che accendiamo durante l’Avvento, non portano luce soltanto alla nostra oscurità, ma anche calore al nostro cuore.

Per questo sarebbe un buon esercizio per il Tempo d’Avvento, sederci davanti a una candela accesa e osservare semplicemente la fiamma. Se lascio che la luce tremolante della fiamma impressioni e muova la mia affettività, allora in me si svegliano tanti desideri: ho nostalgia d’amore, di calore, desiderio della terra natale… Certe nostalgie sono legate con ricordi ed esperienze della infanzia. Non si tratta però di desideri rivolti verso il passato, ma verso il futuro… Quando eravamo bambini il presentimento di una vita realizzata, felice, ci appariva chiaro. Adesso riaffiora alla luce della candela. L’Avvento mi assicura che i miei aneliti non sono per niente un miraggio, non sono illusioni, ma promesse di un mondo nel quale la luce di Dio emana calore ed amore, in cui posso davvero sentirmi a casa, in cui sboccia una rosa «nel freddo inverno, proprio nel cuore della notte»

II. AVVENTO:
Tempo dell’attesa nella speranza attiva e impegnata

Il tempo d’Avvento è il tempo liturgico caratterizzato dalla presenza del tema della speranza o meglio dell’attesa nella speranza. Nel tempo dell’Avvento siamo chiamati a vivere l’oggi con una speranza attiva e impegnata.

In realtà, la speranza è un aspetto della fede ed e indissolubilmente connessa con l’amore. Lo stesso amore umano si sviluppa con questa dinamica: una persona che ama un’altra, per il fatto di amarla mette in questa persona una fiducia assoluta e attende tutto da lei nella speranza.

Peguy vedeva la speranza come una ragazzina che va a scuola con due sorelle maggiori, la fede e la carità, tenendole per mano. A quanti vedono camminare le tre sorelle, la piccola speranza sembra condotta dalle altre due, mentre è la piccola speranza che trascina quelle che sembrano condurla.

Questo modo di intendere la speranza affonda le radici nella Bibbia. In sintonia con l’A.T. che quasi non fa distinzione con quelle che noi abbiamo chiamato le tre virtù teologali, Paolo parla di queste tre virtù come di virtù distinte, ma intimamente unite (1 Tim 1, 3; 1Cor 13, 13; Gal 5, 5-8). Non c’è speranza senza la fede e l’amore, ma si crede e si ama perché si spera; la speranza dà forza alla fede e all’amore; la fede e l’amore suscitano la speranza.

Il mondo è triste, sembra che non speri più nulla, perché la sua crisi è la crisi della fede e dell’amore.

È una vecchia crisi. Tutto il dramma dell’A.T. gravita attorno alla speranza e alle sue fluttuazioni. I profeti che Dio manda a Israele sono concretizzazione umano-divina della speranza, che sostiene il Popolo di Dio nel suo cammino verso un futuro migliore, in cui finalmente il Popolo di Dio finisce con lo sperare in Dio stesso e scopre che solamente il Signore e il suo Regno valgono la pena di essere attesi e sperati (Cf. Is 60, 19; Sl 96-99).

In sintonia con il popolo della speranza messianica, la parola di Dio in questo tempo d’Avvento è una proclamazione forte della speranza; una speranza fragile e forte nello stesso tempo, come una bambina disarmata, ma che incarna il futuro per mezzo di un continuo rinascere mentre respinge decisamente una vita da rassegnata.

L’itinerario dell’Avvento, cioè della venuta, dell’avvenimento, è come un’opera di paziente ricerca, in cui il credente deve scendere in profondità sempre maggior per scoprire il seme nascosto, che ha prodotto già tanti frutti nella terra in cui fu seminato. Questa terra è il cristiano stesso, il suo cuore, la sua comunità.

Da Gerusalemme in rovina fino all’umile nascita a Betlemme, dal deserto degli esiliati fino al deserto a cui invita Giovanni il Battista, la parola di Dio ci spinge ad andare oltre, a cercare sempre più in profondità verso Colui che battezza in Spirito Santo (Gv 1, 33)…

Infatti, il cristiano, morto e risorto in Cristo (Rom 6,1-7; Col 3, 1), possiede già le primizie del mondo futuro (Rom 8, 11-23) e spera la sua venuta per l’incontro e la liberazione definitiva.

In questo itinerario si profilano tre tappe:

1. Un tempo di vigilante attesa del Signore che viene

In questo tempo di annuncio della salvezza che sta per arrivare, la voce del profeta Isaia ci mette in vigilante attesa del Signore che viene. La parola del profeta non cessa di proclamare la chiamata del Dio dell’alleanza, che è sempre presente, si ricorda, ascolta, sente compassione, e pronto a soccorrere, a colmare di beni, a correggere anche in modo duro, a rimettere il suo popolo sul retto cammino…

Isaia è il profeta per eccellenza del tempo di attesa, perché, tutto preso dalla grandezza del suo Dio, è convinto del suo continuo intervento nella creazione, ma annuncia un intervento ancora più grande, l’avvento del Messia.

Egli nascerà da una vergine e in tal modo s’inserirà nella dinastia di Davide, come ce lo presenta Matteo all’inizio del suo Vangelo. Ma la venuta del Messia non segna un termine: attraverso il Messia, Isaia ci fa attendere il giorno di Jahvè, giorno definitivo, terribile, ma giorno di giustizia e di pace, nel quale il mondo si ritroverà ricostruito nell’ordine e nell’unità.

2. Un tempo di preparazione della via del Signore

È il tempo del Precursore. In questo tempo Giovanni Battista, luminosa figura dell’attesa, ci convoca al “deserto” per preparare le vie del Signore che viene.

Il compito di Giovanni è di “preparare le vie del Signore” e “dare al suo popolo la conoscenza della salvezza”. Egli ne è cosciente e chiama se stesso voce che grida nel deserto: “Raddrizzate i suoi sentieri”.

Con la sua potente voce di araldo ci indica lo Sposo, il Dio dell’Alleanza, che viene nella persona di Gesù di Nazaret.

Quando lo vede venire, l’addita come “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”(Gv 1, 29). Egli vede Gesù come la vera Pasqua che supera quella dell’Esodo (12, 1) e della quale l’universo otterrà la salvezza.

Giovanni B. è il primo che chiama Gesù “Agnello di Dio”, precedendo l’Apocalisse che ci invita alle nozze dell’Agnello vincitore, dopo aver dato il suo sangue per la redenzione del mondo. Perciò ogni volta che siamo convocati alle nozze dell’Agnello, non possiamo partecipare al banchetto eucaristico senza annunciare insieme la morte del Signore, la sua risurrezione e le esigenze che questo comporta per noi che siamo battezzati nella sua morte e risurrezione.

Il prefazio della liturgia del martirio di S. Giovanni Battista riassume in modo meraviglioso la sua vita e missione di precursore:

Presentendo la sua venuta, egli sussultò nel seno materno,
nella nascita prodigiosa preannunciò la gioia della redenzione e,
solo tra tutti i profeti, indicò l’Agnello del nostro riscatto.
Egli battezzò nelle acque del Giordano lo stesso tuo Figlio, autore del
Battesimo, e sigillò la sua testimonianza a Cristo con l’effusione del suo sangue”.

3. Un tempo degli annunci

A questo punto siamo alla Quarta Settimana d’Avvento, che posiamo definire come tempo degli annunci e delle nascite che ci preparano immediatamente alla nascita del Messia.

Tra le varie figure annunciatrici, emerge la figura di Maria, la Vergine, e quella di Elisabetta, la sterile. Lo Spirito Santo avvolge con la sua potenza creatrice la Vergine e la sterile, perché venga alla luce la sorgente della Vita che era stata promessa alla nostra speranza.

Questi annunci proclamano la presenza dei tempi messianici, invitano alla gioia e ci preparano immediatamente ad accogliere il Verbo-fatto-uomo nella nostra vita personale e nella nostra comunità.

L’Avvento si apre con alcuni oracoli di restaurazione politica e si chiude con la contemplazione di un Re mite ed umile di cuore. Tra questi due estremi fa da cerniera la figura di Giovanni Battista, che è segno della “bontà misericordiosa del nostro Dio” (cf Lc 1, 78).

Attesa – Deserto Restaurazione – Venuta del Messia

Il clima di crisi in cui vive il mondo d’oggi fa sì che le persone ritornino a un vocabolario profetico perché bisogna garantire il futuro dell’umanità e quindi preparare un mondo nuovo…

Certamente, i grandi testi dei profeti sono carichi d’impegno politico; anzi possiamo dire che sono gli unici che formulano il significato di una politica che non rimane impantanata nelle paludi della disperazione, perché propugnano un mondo nuovo secondo Dio. Se leggiamo Isaia, mantenendoci estranei alla miseria, alla ingiustizia e alla tortura che devastano il mondo di oggi, il nostro Avvento verrebbe ridotto a un sogno poetico e ad una preghiera senza discernimento.

La speranza è degna di credito soltanto quando coglie il clamore dei disgraziati.

La speranza che noi celebriamo è la speranza di un popolo, giacché la Liturgia mai è un atto individuale. Così ci succede che piangiamo come piansero i nostri padri esiliati sulle rive dei fiumi di Babilonia… In altri tempi eravamo ben piantati nella città… Oggi siamo un piccolo “resto”… Per questo piccolo “resto” il Profeta proclama la Buona Notizia… Se la speranza pretendesse appoggiarsi sulla forza dei potenti, già non sarebbe speranza. Oggi stiamo scoprendo che la chiamata al deserto è proprio per noi ed è una chiamata che non ha niente in comune con le aspettative di turisti frettolosi…

Se nella Bibbia si restringe sempre più il cammino che porta a Gesù, ciò è dovuto al fatto che Gesù viene al cuore dei poveri, in pieno deserto, fuori delle mura delle città fortificate. A questo riguardo è estremamente eloquente la figura di Giovanni Battista: ci fu un uomo inviato da Dio per proclamare la necessità della conversione e indicare il vero Messia, senza occupare il posto di questi. Giovanni un uomo tutto di un pezzo, sincero, ardente, umile, dedicato, proprio come deve essere la speranza.

Nel deserto Giovanni si propone di ricostruire il popolo di Dio. Rinasce una comunità; una Chiesa spoglia dall’appannaggio farisaico e dalle solennità sacerdotali; una Chiesa con lo sguardo fisso sull’Avvenimento. Col Battista, l’Antica Alleanza culmina con un grido sorprendente: “Viene il nostro Dio!”.

Ma questo carattere ben sottolineato del Profeta non può nascondere l’altro, che è fragile e suscita le nostre domande: “Sei tu colui che deve venire?”.

Questa domanda che facciamo a Giovanni, nasce dal timore di doverci incontrare ed impegnare con un Messia, la cui tenerezza sembra che manchi di armi efficaci per vincere l’avversario.

Ma Giovanni non esita: felice di essere l’amico dello Sposo, è per noi il dito che indica in Gesù di Nazaret l’Agnello di Dio.

L’Agnello di Do viene… I1 nostro itinerario si va restringendo e converge verso alcune umili abitazioni, dove incontriamo donne incinte e persone che non contano agli occhi del mondo. Lo Spirito Santo, che sa soffiare a tempesta, diviene qui discreta e soave brezza del mattino. In questo clima, scorga il canto di liberazione del Magnificat; la danza entusiasta della Visitazione ricorda l’incontro con l’Arca ricuperata; niente può impedire a quelle donne, come Maria ed Elisabetta, di cantare e danzare, piene di gioia per i figli concepiti, che sono risposta all’umanità in attesa di salvezza.

La speranza è una bambina, che la portano per mano… Ma è essa che porta noi.

L’Avvento termina con il Natale del Signore. Andremo fino al luogo dove sono convocati i Pastori. Felice chi crede nella nascita, cioè nel futuro sempre possibile. I1 nome di Emmanuele s’impossessa di noi: Dio è con noi con volto di bambino.

Lì, nel “Figlio che ci è stato dato”, Dio ci dà il manuale per costruire il mondo, in cui “la giustizia e la pace si baceranno”.

III.
AVVENTO: CAMMINO DI SOLIDARIETÀ

L’incontro con Gesù a cui ci porta l’Avvento, è cammino verso la solidarietà e questa verso la missione. La comunione personale con Gesù e con i fratelli e sorelle nella comunità porta a servire il prossimo in tutti gli aspetti della sua vita sia materiali sia spirituali, affinché in ogni persona risplenda il volto di Cristo.

L’esperienza dell’Avvento e del Natale è autentica, quando promuove una cultura della solidarietà che sbocchi in opportune iniziative d’aiuto ai più bisognosi e trasformi i criteri d’azione delle persone, così che nascano strutture e meccanismi sociali basati sulla solidarietà e la giustizia. La solidarietà è il servizio della carità, alla quale ci chiama il Signore Gesù coinvolgendoci nel Mistero della sua Incarnazione. Una solidarietà che si esprime in azioni concrete, come l’impegno per la riconciliazione tra i popoli, il lavoro per i diritti umani, la difesa della vita, la denuncia dei peccati sociali, ecc.

Partendo dall’incontro con Cristo, ogni cristiano/a potrà portare a compimento la sua missione nella misura i cui la vita del FIGLIO di DIO fatto UOMO come modello perfetto del servizio della sua carità nella solidarietà.

Il primo modo per vivere un autentico servizio della carità nella solidarietà è la preghiera.

Nella preghiera cominciamo a vivere la SOLIDARIETÀverso le persone che portiamo nel cuore: fare qualche adozione per farne oggetto nella preghiera. La preghiera si trasferisce nella nostra vita e la permea, aprendoci alla solidarietà benevolente, cioè a quell’atteggiamento interiore che ci spinge ad amare gli altri, desiderando la loro felicità ed impegnandoci disinteressatamente per la loro salvezza.

Un cammino spirituale, un’esperienza di preghiera, quando è autentico, non ci allontana dagli altri, anzi ci spinge verso di loro.

L’autentico uomo di preghiera porta nel cuore gli uomini per presentarli a Dio e porta Dio agli uomini, cioè santifica o consacra il mondo. Come peccatore ha ottenuto da Dio il dono di riconoscere i propri peccati, l’uomo di preghiera sa riconoscere nell’altro l’immagine di Dio che tutti portiamo impressa e la fa emergere sul peccato che la nasconde. Pregare è invocare lo Spirito Santo, affinché ci conceda il dono del ripristino della nostra condizione di figli che gridano “Abbà, Padre”. Dicevano gli antichi padri del deserto: “Come possono avere rivelazioni e vedere gli angeli? Beati coloro che hanno davanti a sé il proprio peccato” e invocano il nome del Signore: – Gesù Signore, abbi pietà di noi!

Sperimentiamo che la nostra preghiera diventa anche per gli altri fonte di vita e forza: “Se vedi un tuo fratello commettere un peccato, prega, e Dio gli darà la vita” (1Gv 1, 16).

Se preghi per gli altri, rimetterai in piedi e farai rivivere le anime morte o moribonde, secondo le parole del Signore: “Risusciterete i morti” (Mt 10, 8).

“La preghiera fatta con fede, salverà il malato, e il Signore gli darà sollievo. Inoltre, se il malato avesse commesso dei peccati, gli saranno perdonati” (S. Giac 5, 15).

La preghiera d’intercessione per i peccatori, è un modo di rispondere con responsabilità alla domanda di Dio: “Dov’è tuo fratello?”; nello stesso tempo aumenta il numero dei membri attivi all’interno della Chiesa e della famiglia umana.

La preghiera d’intercessione ci fa sentinelle per la vita dell’umanità: “Figlio dell’uomo, ti pongo come sentinella nella casa d’Israele” (Ez 3, 16).

Così per mezzo della preghiera d’intercessione, sei costituito apostolo del messaggio di salvezza per tutti i peccatori, vicini e lontani, che hai incontrato nella tua vita o che mai hai conosciuto: “Andate e fate discepole tutte le nazioni” (Mt 28, 19).

Mediante la preghiera d’intercessione ti fai sacerdote, nel senso che sei responsabile della salvezza degli altri e capace – nell’amore, nel dono di te stesso e nella partecipazione nel sacrificio e nel sacerdozio di Cristo – di liberarli dalla condanna a morte dovuta al peccato.

Quando ti fai carico del peccato degli altri, gemendo dal profondo del tuo cuore sotto il suo peso, facendo penitenza e divenendo peccatore al loro posto, ti rendi capace di chiedere perdono per loro e di ottenerlo. “Gesù, vedendo la sua fede disse al paralitico: Coraggio, i tuoi peccati ti sono perdonati” (Mt 9, 2).

Condizione per la preghiera di solidarietà:
amare Dio e lasciarci amare da lui

È l’obiettivo fondamentale del cammino spirituale verso Betlemme. Dice Matta il Meskin (= Matteo il povero): «A chi desidera entrare nel monastero non metto nessuna condizione; semplicemente gli domando: Ami il Signore? E se lui mi risponde “sì”, gli faccio una seconda domanda: “Senti che Gesù ti ama, ti senti amato da Gesù?” Se anche ora mi risponde “sì”, allora avanti (“c’è posto anche per te”), giacché è l’amore del Signore che ci ha uniti e ci guida ogni giorno della nostra vita… che almeno una volta abbia sentito palpitare il proprio cuore per amore di Dio.

Quando nelle preghiera perseverante tieni lo sguardo fisso su Gesù, il suo sguardo mistico e invisibile si imprime segretamente nel tuo essere interiore e ricevi le qualità cioè il riflesso della sua dolcezza e bontà infinita e lo splendore del suo volto (Sl 4, 7)».

1 Riassunto da: Anselm Grün-Michael Reepen, L’anno liturgico come terapia, Ed. Paoline, pp. 29-35