Viaggio all’interno dell’anno del Signore
P. Carmelo Casile

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Introduzione

Il tempo dell’Anno Liturgico o “Anno del Signore” nella Sacra Scrittura viene definito “anno di grazia”. Gesù lega questo anno di grazia alla sua persona: “Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi»” (Lc 4,17-21).

Questo discorso ci porta a concludere che la presenza di Gesù diventa per noi l’Anno di Grazia, che ha il suo culmine nella Pasqua: Cristo nostra Pasqua.

Arriviamo così alla consapevolezza che l’Anno Liturgico, con le sue celebrazioni, ci inserisce nella Liturgia di Dio nella storia, cioè nelle opere meravigliose che Dio compie in favore dell’uomo, bisognoso di salvezza.

Questo Anno di Grazia è scandito da tappe che ci avvicinano e ci coinvolgono sempre più nel dinamismo del Mistero Pasquale, e nello stesso tempo ci permettono di mettere in evidenza la ricchezza di vita che ci viene continuamente donata dalla liturgia.

Per poter capire il messaggio di vita e di speranza che ci dà l’Anno liturgico e per poter essere poi testimoni di questa esperienza presso tutti gli altri uomini che ci avvicinano nella vita di ogni giorno, cerchiamo di inoltrarci in esso per vederlo più da vicino nelle sue tappe fondamentali e negli aspetti concomitanti più importanti. Tra questi aspetti troveremo anche pratiche devozionali che coinvolgono la vita dei battezzati; sono pratiche che divengono per essi segno e approfondimento della loro partecipazione alla celebrazione del Mistero di Cristo e risposta al dono della Salvezza, che affonda le radici nei Sacramenti della Iniziazione Cristiana.

1. I due grandi blocchi dell’Anno Liturgico

« Il proprio del tempo» e « Il tempo ordinario»

Nel percorso all’interno dell’Anno liturgico possiamo individuare due blocchi: «Il proprio del tempo» e « Il tempo ordinario».

Avvento e Quaresima

Il «proprio del tempo», a sua volta, è composto dai due periodi: Avvento e Quaresima. L’aggettivo «proprio» indica che questi due periodi hanno caratteristiche proprie, e sono ordinati in modo tale da prepararci alla celebrazione dei Misteri fondamentali della nostra Redenzione.

Sono detti anche «tempi forti», perché in questi periodi la liturgia diventa uno sprone all’azione, all’impegno, per farci conoscere l’importanza di questi tempi e la grandezza del dono che ci viene dal Padre, che ci ama in Cristo nella potenza dello Spirito, e darci la capacità di viverli in modo coerente.

Come l’atleta si allena per lungo tempo in funzione delle gare, così noi siamo chiamati ad allenarci in vista dei grandi momenti della celebrazione dei Misteri fondamentali della nostra salvezza: l’Incarnazione e la Pasqua.

2. Il Tempo di Avvento

L’Anno Liturgico inizia con la prima domenica di Avvento, che cade o verso la fine di Novembre o ai primi di Dicembre.

Avvento significa venuta. Attendiamo la venuta di Dio. Dio viene a noi in tre modi: nella nascita di Gesù 2000 anni fa, nei nostri cuori oggi e alla fine dei tempi in forma gloriosa.

Come tempo d’attesa, l’Avvento dovrebbe essere un tempo di silenzio. In questo periodo dell’anno, si fa notte più presto, le notti sono più lunghe, fa più freddo. La stagione dell’anno di per sé c’invita già a confrontarci con i sentimenti del cuore, ad ascoltare la voce della nostra interiorità e a dedicare più tempo a Dio.

Il tempo di Avvento dura quattro settimane, durante le quali siamo chiamati a metterci in atteggiamento di attesa, per prepararci alla celebrazione del Natale del Signore e dell’Epifania.

L’Avvento è un tempo vissuto nell’attesa della venuta del Signore. La prima parte è orientata all’annunciazione della venuta gloriosa di Cristo, la seconda è concentrata sulla nascita del Figlio di Dio, sull’incarnazione del Verbo. Tempo di attesa e speranza, ma anche tempo di ascolto e riflessione sul Regno di giustizia e di pace inaugurato dalla venuta del Messia. Il tempo di Avvento è dunque il tempo dell’attesa e della preparazione all’incontro con Dio.

Il colore che contraddistingue questo primo periodo liturgico, è il viola.

L’Avvento termina con il Natale del Signore. Andremo fino al luogo dove sono convocati i Pastori. Felice chi crede nella nascita, cioè nel futuro sempre possibile. I1 nome di Emmanuele s’impossessa di noi: Dio è con noi con volto di bambino.

Lì, nel “Figlio che ci è stato dato”, Dio ci dà il manuale per costruire il mondo, in cui “la giustizia e la pace si baceranno”.

2.1 Figure tipiche dell’Avvento

Peraiutarci a vivere l’Avvento la Liturgia di questo periodo ci presenta alcune figure tipiche, che ci serviranno come punti di riferimento nel nostro impegno e come guida nell’itinerario spirituale di questo tempo di grazia.

ISAIA

È il messaggero della consolazione, il profeta che ci accompagnerà quasi tutti i giorni dell’Avvento. Egli è, per così dire, la personificazione della consolazione e della speranza. Il mondo di oggi, dominato dalla angoscia, dalla nevrosi, patisce continue disillusioni nelle sue più alte e nobili aspettative, stanco per la ricerca disperata di uscire dalla sua situazione senza riuscire, è un mondo che ha estrema necessità di questo messaggio. È vero che l’attuale situazione del mondo da attribuirsi al mondo stesso che ha voluto costruirsi la sua torre la supremazia di Dio. Ma è necessario infrangere questa catena della colpa che genera angoscia e della angoscia che a sua volta è causa di nuove colpe.

È il messaggio della consolazione e della speranza divina, che può spezzare questo cerchio che stringe sempre più l’uomo, avvicinandolo alla morte!

È necessario che qualcuno assuma il compito di consolare il popolo: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il Signore» (Is 40, 1); che gli annunci che «quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion… allora verrà il Signore su ogni punto del monte Sion» (Is 4, 4-5). Anzi che gli dica che «che è finita la sua sofferenza, che è stata scontata la sua iniquità» (Is 40, 2); e che Dio «preparerà per tutti i popoli… un convito di carni grasse e di vini raffinati» (Is 25,6).

E a chi si mostrerà scettico e incredulo, si dovrà ricordare che persino «una vergine concepirà e partorirà un figlio» (Is 7,14): segno di quella potenza divina che dà la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, l’agilità agli storpi (cf. Is 35, 5-6)!

Bisogna aiutare il mondo a vivere questa meravigliosa “utopia” (= visione) della fede e della speranza: nella certezza che «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in una terra caliginosa di ombre di morte, risplendette una luce» (Is 9, 1).

Tutto questo non distoglierà l’uomo dal suo impegno, addormentandolo con la droga di un miraggio lontano; ma ne vivificherà lo sforzo, nella luminosa sicurezza dell’esito. Nella misura in cui il messaggio della «consolazione» e della «speranza» penetra nell’uomo, egli si sentirà più agile ad assumere le sue responsabilità, e più impegnato nello svolgerle…

Questo aiuto consisterà principalmente e fondamentalmente nell’atteggiamento di sereno ed equilibrato ottimismo di fronte alla vita che il credente offrirà al mondo che lo circonda.

Il Cristiano deve sostituire la visione deprimente del mondo attuale con la luminosa visione profetica del lupo che dimora con l’agnello e della pantera che si sdraia accanto al capretto (cf. Is 11,6); o dell’altra in cui si sentiranno i popoli esclamare: «Venite saliamo al monte del Signore… perché ci ammaestri sulle sue vie» (Is 2, 3); e nella misura in cui va scoprendo i segni di questa consolante realtà è chiamato ad impiegare tutte le sue energie per riuscire a realizzarla il più pienamente possibile in se stesso e negli altri. È questo un importante impegno da attuare celebrando il mistero della venuta del Signore. «Come sono graziosi sui monti i piedi del messaggero di gioia che annunzia la pace, che reca una buona notizia, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Il tuo Dio regna”» (Is 52,7).

Naturalmente, sarà necessaria anche la proclamazione del duro messaggio pasquale che questa liberazione si attua attraverso la Croce. Ma anche la Croce, pur conservando il suo peso ed il suo sapore amaro, sarà più accettabile, se inserita più chiaramente come mezzo per lo svolgimento di un processo di liberazione!

Ascoltando il messaggio del profeta Isaia viviamo la nostra speranza e la nostra gioia perché il Salvatore è vicino. Egli viene per liberarmi da questa schiavitù concreta in cui mi trovo, che mi angustia e mi impedisce di vivere con autenticità. Isaia ci ricorda che l’Avvento è un dono della gratuità di Dio che viene al mio incontro e mi salva. Certamente gli uomini accoglierebbero meglio il messaggio cristiano, se lo scoprissero nella sua vera realtà di “buona novella” della liberazione, e non semplicemente come un cumulo di leggi e di divieti.

GIOVANNI BATTISTA: il testimone di Cristo

La figura di GIOVANNI IL BATTEZZATORE nel suo atteggiamento e nella sua azione anticipa già il messaggio quaresimale della conversione e della penitenza; ma, nella sua parola esplicita, che viene riportata dalla liturgia di questo periodo, ci si presenta soprattutto come colui che è tutto proteso verso il Cristo.

Egli dimentica la sua identità personale. Non è più Giovanni, figlio di Zaccaria; ma è semplicemente “voce di colui che grida nel deserto” (Mt 3,3): quasi ad indicare la sua essenziale relatività al messaggio che annuncia.

E non ha paura a stornare da sé l’attenzione, anche a rischio di essere abbandonato poiché non è né Elia, né il Profeta (cfr. Gv 1,20-21): quel che importa è che gli uomini si accorgano della presenza di Uno che essi non conoscono (cfr. Gv 1,26) e che è molto più grande di lui (cfr. Lc 3,16). Suo compito non è di affermarsi, ma di preparargli la strada: disposto a scomparire, purché lui cresca (cfr. Gv 3,30), poiché “l’amico dello sposo… si riempie di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3,29).

L’insegnamento di Giovanni Battista è di grande importanza ed attualità.

Si è sempre tentati di mettere in mostra se stessi…. Non è facile assumere l’atteggiamento di Paolo, che loda e apprezza l’attività dei suoi collaboratori: l’eloquenza di Apollo, la fedeltà di Luca, l’interessamento di Timoteo… anzi, persino l’apostolato “invidioso” dei suoi antagonisti, perché quello che gli interessava era unicamente che “Cristo fosse annunciato” (cfr. Fil 1, 15-18).

Come il Comboni, del resto: che dichiara di apprezzare e sostenere i suoi missionari, malgrado le calunnie di cui qualcuno era responsabile, purché gli salvassero i suoi Neri.

Certo, il frutto più desiderato della celebrazione della venuta del Signore dovrebbe essere proprio un amore totale per Cristo, da farmi dimenticare ogni altro interesse: una donazione totale di me stesso a Cristo, da non poter vivere che per annunciarlo, anche nelle piccole e insignificanti situazioni di ogni giorno. Come Paolo, per cui “vivere era Cristo” (cfr. Fil 1, 21; Col 3, 4; Gal 2, 10; Rom 14, 17) ed una necessità l’annunciarlo (cfr.1Cor 9, 16-18; Rom 1, 5; Col 1, 35; 2Tim 4, 1-5).

Questo significherebbe non soltanto una più profonda maturazione nella mia vocazione missionaria, ma anche una risposta più adeguata alle attese del mondo.

Infatti è Cristo che, più o meno consapevolmente, il mondo aspetta. E se io gli porto qualcosa che non sia Cristo, non faccio altro che aumentare il numero dei suoi idoli.

Gli uomini sono già pieni di idoli di ogni specie nel tentativo di uscire con ogni mezzo dalle situazioni di oppressione, di schiavitù, di angoscia. Alcuni mezzi sono radicalmente inefficaci: come la droga, ildivertimento sfrenato, il piacere disordinato… che poi lasciano gli uomini più schiavi, angosciati e oppressi di prima. Altri mezzi potrebbero anche essere validi; ma, purtroppo, si rivelano il più delle volte come dei palliativi, che leniscono temporaneamente il dolore, senza toglierne la radice profonda, perché vi manca, o non è sufficientemente presente, il Cristo.

Solo Cristo è il “liberatore”, vero e autentico. Ma deve essere indicato, annunciato, perché gli uomini lo scoprano e lo incontrino. Se tutti gli psicologi, i sociologi, i pedagoghi, ognuno per la propria parte, divenissero dei nuovi Giovanni Battista che additano il Cristo…. Ma se almeno nei sacerdoti, religiosi e laici più consapevoli si ritrovasse qualche traccia di questa figura straordinariamente missionaria di Giovanni Battista.

Perché possa crescere la presenza di Cristo nel mondo, è necessario, infatti, che delle persone abbiano il coraggio di perdersi, per diventare semplicemente “voce che grida, che non cerchino se stesse, ma unicamente il Cristo; che abbiano il coraggio di dire, a se stessi prima che agli altri: “non sono io il Cristo” (Gv 1, 20); “è necessario che Lui cresca e io diminuisca” (Gv 3,30).

LA VERGINE MARIA

L’Avvento e il Natale sono i tempi mariani per eccellenza, come insegna Paolo VI nella Marialis Cultus, al n. 4: Maria fu colei che meglio attese, e diede alla luce e mostrò il salavate del mondo, suo Figlio.

La figura de Maria illumina il periodo dell’Avvento, principalmente mediante tre caratteristiche della sua personalità:

Il mistero del suo IMMACOLATO CONCEPIMENTO: ottimismo cristiano

La solennità della festa dell’Immacolata concezione (8 dicembre) non ostacola il percorso dell’Avvento, perché costituisce un momento decisivo nella realizzazione della Storia della Salvezza.

Infatti, l’entrata di Gesù nel mondo si effettua per mezzo della disponibilità assoluta della Vergine Maria di fronte alla volontà di Dio. Per mezzo della sua disponibilità alla volontà divina Ella accoglie il Verbo eterno di Dio nel suo cuore e nel suo corpo e così dà alla luce Colui che è la Vita per il mondo, divenendo vera Madre di Dio e del Redentore (cf. LG 53).

E in Gesù che entra nel mondo per mezzo di Maria, si manifesta definitivamente la Gloria di Dio, che consiste nel dono della sua stessa vita fatto agli uomini per mezzo della consegna di Gesù a tutta l’umanità nell’alto della Croce.

La vittoria di Gesù e dell’umanità su Satana trova in Maria Immacolata una anticipata e splendida realizzazione (cfr. Ef 1, 3-4.5.6).

Dio realizza nella Vergine Maria per mezzo di Gesù Cristo il suo piano di salvezza, rivelandosi in lei misericordia e benevolenza, amandola con amore particolare, preservandola dalla macchia del peccato originale e dall’oppressione di Satana.

In Maria, Dio ottiene la vittoria totale sull’Avversario, realizzando in lei l’alleanza perfetta: Maria è colei che è “santa e immacolata” (Ef 1,4), la “scelta” da Dio in Cristo Gesù (Ef 1, 3.4.5.6), che corrisponde con totalità a quest’amore gratuito e preveniente.

La contemplazione dell’Immacolata, per tanto, rende più sereno e consolante lo sguardo sul mondo. Anche se risalta un contrasto molto vivo tra la figura luminosa di Maria e la situazione di peccato della vita degli individui e dell’umanità nel suo insieme, tuttavia non cessa di essere vero che l’Immacolata è sempre un fiore sbocciato su questa terra: e quindi, mi posso sempre compiacere in Lei e con Lei, anche se non posso sempre compiacermi in me stesso e in tante altre situazioni di questo mondo.

Dio stesso deve guardare con benevolenza a questa umanità, perché la vede dello stesso ceppo da cui è spuntato il fiore dell’Immacolata. E perciò posso e cerco di fare lo stesso anch’io. Come sarebbe possibile guardare al mondo soltanto con uno sguardo di pessimismo e nello stesso tempo credere al mistero dell’Immacolata. Se Dio è così potente da far sorgere un fiore così bello in una terra incolta, saprà pure trasformare il presente “deserto” del mondo in un “giardino del Regno”! Tanto più che Maria è esattamente una “figura”, cioè un’anticipazione profetica!

Il mistero dell’ANNUNCIAZIONE: la forza della Parola di Dio

Il cammino liturgico dell’Avvento richiama il mistero dell’Annunciazione nei giorni precedenti al Natale.

Il mistero dell’Annunciazione è la celebrazione della potenza vivificante della Parola di Dio, quando viene accolta con animo aperto e sincero. È meraviglioso, infatti, quello che questa Parola ha prodotto in Maria. L’ha resa misteriosamente feconda, lei che non conosceva uomo (cfr. Lc 1, 34), d’una fecondità senza pari! Che cosa sarà capace di produrre nel mondo, qualora questo mondo fosse veramente investito dalla Parola di Dio?!. Molte persone, umanamente deboli, hanno compiuto cose strepitose nella forza di questa Parola! Che cosa non ha fatto una Teresa d’Avila, una Paolina Jaricot?… ed erano persone fragili, ammalate! E, più lontano, Paolo di Tarso? E, all’origine stessa di questa incredibile avventura, la “debolezza personificata” del Crocifisso del Calvario? La potenza di Dio, a cui si era pienamente affidato (cfr. Lc 23, 46), lo ha trasformato in “Spirito vivificante” (1Cor 15, 45).

Ma deve essere recata al mondo questa Parola, con fede e coraggio, perché «come crederanno in Colui, del quale non hanno sentito parlare? ecome ne sentiranno parlare, se non c’è chi lo annuncia?» (Rom 10, 14).

Il mondo, malgrado tutto, ha ancora una ardente sete di Dio. E oggi forse più che mai. Altrimenti come potremmo spiegarci il massiccio accorrere di giovani a Taizé, e in questi ultimi anni attorno al Papa Giovanni Paolo II, intorno a Papa Benedetto e ora intorno a Papa Francesco o nelle Giornate Mondiali della Gioventù, ecc.

Non può essere solo frutto di esaltazione, o di “moda del momento”. Certo però che il mondo ha sete di un Dio autentico; della sua Parola.

Certamente, la Parola di Dio chiede disponibilità piena, per poter operare i suoi prodigi. Maria non sarebbe diventata feconda, se non avesse pronunciato il suo “Sì” generoso e incondizionato! E sta senza dubbio anche in questo una delle radici dell’attuale “sterilità” del mondo. È così difficile essere veramente disponibili alla Parola! Si ha la dolorosa sensazione di “perdersi!

Ma c’è anche sicuramente una mancanza di Parola. Come battezzati siamo chiamati ad essere “discepoli missionari”, profeti annunciatori di questa Parola.

Una celebrazione consapevole di questo periodo liturgico dovrà certamente farmi riflettere, sia sulla mia “disponibilità” alla Parola, che sul mio “annuncio” della medesima.

3. Il Tempo di Natale

L’Avvento ci porta al Tempo di Natale, che è il tempo della gioia, perché celebriamo il Signore che è venuto in mezzo a noi 2000 anni fa e, da allora, non ci ha mai abbandonato.

Inizia con la celebrazione della Messa del 24 Dicembre e si conclude con la domenica successiva all’Epifania, cioè con la festa del Battesimo di Gesù. La Solennità del Natale, il 25 dicembre, celebra la nascita e l’incarnazione del Figlio di Dio.

Il 26, 27, 28 dicembre rispettivamente le feste di Santo Stefano, San Giovanni Evangelista e dei Santi Innocenti, formano come il corteo del Bambino Gesù.

Dal mistero della nascita di Gesù, si passa a celebrare la sua manifestazione al mondo: Epifania; la rivelazione della sua natura divina e della sua affermazione come Messia: festa del Battesimo; la sua vita in famiglia: festa della Santa Famiglia; e santità della Madre: divina Maternità.

Il colore liturgico è il bianco.

Il mistero della MATERNITÀ DIVINA: il dono di sé agli altri.

La Vergine Maria illumina il Tempo di Natale con il mistero della sua MATERNITÀ DIVINA, di cui la festa liturgica del 1° gennaio ci invita a penetrare il segreto.

Noi crediamo a questo mistero, definito ad Efeso nel 431: e cioè che Maria, generando la Persona del Verbo secondo la carne, è vera e autentica Madre di Dio. In questo momento, però, non è tanto il contenuto dottrinale che ci interessa, quanto piuttosto la dinamica spirituale che soggiace al mistero. Perché è di questa che il mondo d’oggi ha bisogno!

Forse oggi il mondo soffre di un “vuoto d’amore”: cioè, di una certa incapacità a donarsi. A volte si ha l’impressione che molti non si donino più, ti “sperimentino” soltanto! che abbiano paura di impegni definitivi che condizionano irrevocabilmente all’altro, volendo mantenere la possibilità di autoregolarsi secondo le circostanze: ora mi sento realizzato, è quindi ci sto; adesso non mi sento più realizzato, e quindi cambio! Cioè, si vive in un clima di perenne fidanzamento, senza mai giungere alla maturazione stupenda della ‘maternità’.

La maternità è l’immagine più bella della donazione: ossia, di una persona che vive esclusivamente in funzione dell’altro. E in Maria questa immagine raggiunge il suo vertice, perché Maria non è una donna che è anche madre: è unicamente madre!

Tant’è vero che, se avessimo avuto solo il Vangelo di Giovanni, non avremmo neppure conosciuto il suo nome! San Giovanni, infatti, non la designa mai con il suo nome “anagrafico”, ma unicamente come la “Madre di Gesù”. Quasi ad indicare che questo, e soltanto questo, costituisce la “personalità” di Maria!

Ma se Cristo è nato al mondo, è perché Maria ha saputo assumere generosamente la sua funzione di “madre”: cioè, di persona integralmente donata. Perché questo costituisce l’essenza della maternità! È bello contemplarla nell’atteggiamento in cui ce la presenta una immagine – credo che si chiami la “Madonna zingara”, a motivo dell’abbigliamento – dove la vediamo stringere al petto il Bambino, per fargli sentire tutto il calore del suo affetto, intimamente inebriata di Lui e dimentica di sé…

Il mondo ha bisogno che quest’immagine gli venga attualizzata, ossia, che veda delle persone che non passano la vita a “sperimentarsi”, a “tastarsi il polso”, sempre ripiegate su se stesse in una eterna autocontemplazione, o autocommiserazione. Al contrario, abbiano il coraggio di buttarsi nella dolorosa, ma splendida, avventura dell’amore che si dona. Che rompano la catena del “do ut des”, tipica di colui che vuole “sentirsi realizzato”; e sappiano invece realizzare la loro “personalità” proprio nel donarsi: esattamente come Maria, che è solo ed esclusivamente la “Madre di Gesù”!

Allora anche Cristo continuerà il mistero della sua “nascita” nel mondo, perché Lui pure ha bisogno di trovare nuove “viscere materne” per poter nascere di nuovo tra gli uomini!

Presentazione di Gesù Bambino al Tempio, Battesimo di Gesù Trasfigurazione, Nozze di Cana.

Questi misteri della vita di Gesù sono prolungamento del Natale e dell’Epifania. Continuano a dirci che Dio non è presente in modo nascosto nella storia dell’uomo: si manifesta. Tutti devono sapere… “che gli uomini vedano le vostre opere buone…”.

In queste celebrazioni liturgiche prendono risalto dei segni che coinvolgono la vita di chi vi partecipa. Così nella Presentazione al Tempio veniamo immessi nella liturgia della luce con la benedizione e la processione delle candele e ci vengono ricordate le parole di Simeone: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,29-32). Inoltre la liturgia ci porta a far memoria delle parole di Gesù “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,14-16).

Mentre la celebrazione del Battesimo di Gesù ci porta a vivere il nostro Battesimo per renderci consapevoli che anche noi siamo figli prediletti del Padre, la Trasfigurazione ci dice ancora una volta che la gloria passa attraverso la passione. Mosè ed Elia diventano i segni delle caratteristiche del Cristo risorto: il capo del popolo in cammino, il profeta che deve riportare il cuore dei figli verso il Padre, nella chiara consapevolezza che il Cristo risorto è il medesimo servo di Javhè, presentato da Isaia. Da ciò deduciamo che non deve essere solo il male che fa la pubblicità di se stesso, ma anche il bene.

La manifestazione della “gloria” di Gesù nelle Nozze di Cana è simboleggiata dal “vino buono” servito fino alla fine. Le parole della Madre di Gesù ”Qualsiasi cosa vi dica, fatelo”, ci esortano ad invitare Gesù a prendere il posto di Salvatore nella nostra storia, perché possa trasformare la nostra acqua in “vino buono”, anzi nel “più buono” dei vini.

4. Tempo di Quaresima

Inizia con il Mercoledì delle Ceneri, dura cinque settimane e si protrae fino alla domenica delle Palme. Ricalcando i quaranta giorni passati da Gesù nel deserto, la Quaresima dura quaranta giorni. Proprio perché ci aiuta a rivivere il periodo di penitenza e di sacrificio vissuto da Gesù, essa è un tempo di penitenza, di conversione, di lotta contro il male, di rinascita in preparazione alla Pasqua, il centro della nostra fede. Durante la Quaresima non si canta l’alleluia.

Il colore liturgico è il viola.

Nelle prime settimane di Quaresima, al centro c’è l’uomo, che nel digiuno affronta i propri limiti morali e nella rinuncia vuole verificare la propria libertà interiore. Nel sacramento della riconciliazione esprime quanto di negativo è affiorato in lui e concretizza la sua volontà di conversione ed espiazione.

Per tanto epicentro del cammino quaresimale è il «cambiamento» interiore, cioè il «cambiamento del cuore », che è spazio segreto di ciascuno, dove si radica la volontà e dove nascono i pensieri, i progetti, le decisioni e le azioni!

Sulla pratica del digiuno quaresimale:

Digiunare significa qualcosa di più di non magiare, significa «privarsi di qualcosa in modo differente secondo le persone e le circostanze di lavoro e di salute», per risvegliare la nostalgia di una vita mutata. Il digiuno, infatti, consente all’uomo di aprirsi ad un’altra fame, un altro cibo, un’altra sazietà (Cf Gv 4, 31-32). Attraverso il digiuno l’uomo comprende che vive molto di più per la Parola che per il pane: Dio fece provare la fame al suo popolo, per insegnarli che «l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore» (Dt 8, 3).

La disciplina della Chiesa è minimale: prescrive il digiuno all’inizio della Quaresima (mercoledì delle Ceneri) e il Venerdì santo (cui si può aggiungere il Sabato santo): «La legge del digiuno: a) obbliga a fare un unico pasto durante la giornata; b) non proibisce di prendere un poco di cibo al mattino e alla sera; c) riguarda tutti i fedeli dai 21 anni ai 60 cominciati». In quest’ambito è indispensabile l’iniziativa personale.

Nei venerdì dell’anno è prescritta l’astinenza dalle carni e dai cibi e bevande che risultino ricercati e costosi.

La normativa della Chiesa sul digiuno è indicativa, ha valore di segno e di richiamo per stimolarci alla generosità nel cammino verso l’incontro con il Signore Gesù.

Il digiuno è un esercizio che impegna tutto l’uomo: il suo corpo, la sua anima e la sua libera volontà; non ha senso, se non diviene un’esperienza complessiva che educa alla sobrietà del vivere e del mangiare quotidiano che fa bene al corpo e favorisce l’esperienza spirituale; rende aperti agli altri per mezzo dell’esercizio della carità spirituale e materiale; accresce la capacità di accoglienza e di serenità; rende sensibili ai problemi dell’ambiente, educando a evitare lo spreco e quindi la sottrazione di beni a danno dell’umanità; ha infine un carattere cosmico-ecologico, così che consente di ripristinare l’equilibrio tra risorse e consumi: si passa dall’ecologia personale a quella cosmica.

La Quaresima, per tanto, è un tempo adatto perché ciascuno faccia il punto su come porta avanti l’esperienza del digiuno nella sua vita.

La Via Crucis

Questo pio esercizio praticato in modo particolare i venerdì di Quaresima, celebra la Passione di Cristo fuori del contesto sacramentale della Messa e ha una storia che dimostra che è particolarmente significativa nello sviluppo della conoscenza interiore di Gesù.

La Passione di Cristo ha costituito, assieme alla risurrezione, il nucleo originale intorno al quale si sono sviluppati i Vangeli. Quando si celebra in forma devozionale, ci si può fermare su l’uno o l’altro punto, secondo le circostanze e le persone; può divenire così una forma stabile di catechesi, che mette in movimento emozioni e sentimenti, come nessun altro esercizio può fare.

La religiosità popolare ha raggiunto le sue espressioni più elevate di arte e di fede precisamente intorno alla passione del Signore, dove il popolo povero e infermo ha concentrato l’esperienza e la forza per continuare la lotta della vita.

La Settimana Santa

Si chiama Settimana Santa l’ultima settimana di Quaresima, quella che prepara e introduce alla celebrazione della Pasqua. Inizia con la Domenica di Passione o delle Palme e termina con l’inizio della Domenica di Pasqua, che è la Veglia Pasquale. Per tanto comprende cinque giorni di Quaresima, fino al Giovedì sera, e i due primi giorni del Triduo Pasquale, cioè Venerdì e Sabato Santo.

Durante questa settimana siamo chiamati a rivivere la vicenda di Gesù dal suo ingresso a Gerusalemme, dove era stato salutato con le Palme, alla sua morte, sepoltura e risurrezione.

Nel Giovedì Santo si ricordano l’istituzione del sacerdozio, l’Ultima Cena (che è stata la prima Messa) con il gesto della lavanda dei piedi, segno di amore e di servizio. Il Venerdì Santo non si celebra Messa, si fa memoria della Passione di Gesù.

Con la Veglia Pasquale comincia la più grande festa dell’anno: la Pasqua.

Il Triduo Pasquale

«Il Triduo della Passione e della Risurrezione del Signore risplende al vertice dell’anno liturgico, poiché l’opera della redenzione e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo specialmente per mezzo del mistero pasquale… La preminenza di cui gode la domenica nella settimana, la gode la Pasqua nell’anno liturgico» (NGC 18).

Il Triduo pasquale comprende il Venerdì, il Sabato e la Domenica, considerando la Messa Vespertina del Giovedì “in coena Domini” come un suo prologo o introduzione. Il Triduo pasquale termina con i Vespri della domenica di Risurrezione.

Questi tre giorni sono celebrati come un giorno unico: il Venerdì e il Sabato non si celebra l’Eucaristia (sono giorni «aliturgici»), fino a che con la Veglia inizia la celebrazione del terzo ed ultimo giorno. Inoltre « il Venerdì della Passione del Signore e, secondo l’opportunità, anche il Sabato Santo fino alla Veglia pasquale, si celebra il digiuno di Pasqua» (NGC 20).

5. Tempo Pasquale

Inizia con il giorno di Pasqua e si conclude con la domenica della Pentecoste. Durante questo periodo tutti i cristiani sono chiamati a riflettere sul significato della risurrezione di Gesù dalla morte: la vittoria sulla morte e sul peccato, la salvezza, la vita eterna che ci è stata regalata da Gesù. Il colore liturgico è il bianco.

Il Tempo Pasquale dà a Maria il posto di onore in mezzo agli Apostoli. La Liturgia ce la presenta come maestra di preghiera e come immagine della Chiesa ripiena dello Spirito di Gesù.

Pasqua, Ascensione, Pentecoste.

Il grande mistero della Nuova Creazione: cieli nuovi e terra nuova. Le nostre celebrazioni liturgiche ci inseriscono nella liturgia in cui Dio celebra la sua Pasqua: Dio passa e, quando Dio passa non lascia nulla come prima. Possiamo paragonare la liturgia della Pasqua alla visione di Ezechiele profeta:

La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: Saprete che io sono il Signore». Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro. Egli aggiunse: «Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell’uomo e annunzia allo spirito: Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano». Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato” (Ez 37,1-10).

Noi siamo queste ossa sparse che vengono ricostruite in unità e rese vive dal soffio dello Spirito. Questo rinnovamento prende tutto l’uomo. Tra il tempo e l’eterno c’è un ponte: il Cristo risorto alla destra del Padre. Le nostre celebrazioni ci inseriscono nella liturgia inaudita che va oltre ogni aspettativa umana: il Battesimo, centro e fulcro della veglia pasquale. Per comprendere ciò dobbiamo tener presente che col Battesimo nasciamo alla vita di Dio, ci rivestiamo di Cristo. Ora il Cristo è alla destra del Padre, ciò significa che la sua umanità gloriosa è parte integrante della santissima Trinità, e noi rivestiti di Cristo, facciamo parte della santissima Trinità. Qui comprendiamo l’affermazione di Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

In questa luce dobbiamo rileggere le virtù teologali e i consigli Evangelici. Tutto ciò ci porta a scoprire la nostra vera identità, l’importanza della partecipazione alle celebrazioni liturgiche, della meditazione e della direzione spirituale. Nella Nuova Creazione soffia un alito di vita che non può conoscere la morte: lo Spirito, dono del Cristo a coloro che credono in Lui. Questo è tutto ciò che l’uomo poteva desiderare! È realtà o utopia? Il cristiano ne deve essere segno con la sua vita. Chi accosta il cristiano deve poter dire: veramente Dio ha rinnovato il mondo! Anch’io posso vivere la mia Pasqua!

5. Il Tempo Ordinario

Oltre i tempi che hanno caratteristiche proprie, ci sono trentatré o trentaquattro settimane durante il corso dell’anno, le quali sono destinate non a celebrare un particolare aspetto del mistero di Cristo, ma a celebrarlo nella sua globalità, specialmente nelle domeniche. Questo periodo si chiama tempo «per annum», «tra l’anno» o «tempo ordinario».

Il Tempo Ordinario inizia dopo la domenica del Battesimo di Gesù e si interrompe con il Mercoledì delle Ceneri, per riprendere dopo la domenica di Pentecoste e protrarsi fino alla domenica di Cristo Re. La domenica successiva sarà ancora la prima domenica di Avvento, quando l’anno liturgico avrà di nuovo il suo inizio con il “tempo proprio” di Avvento.

Il Tempo Ordinario è il tempo dell’ascolto attento e costante, dell’approfondimento della parola di Dio, che illumina e guida il credente nella vita quotidiana; è quindi il tempo dellavigilanza nella speranza e della testimonianza nella vita quotidiana.

Il colore liturgico è il verde.

Circa questo tempo bisogna notare che siamo di fronte ad «un tempo importante, così importante che, senza di esso, la celebrazione del mistero di Cristo e la progressiva assimilazione dei cristiani a questo mistero sarebbero ridotte a puri episodi isolati invece di impregnare tutta l’esistenza dei fedeli e delle comunità. Solo quando si comprende che il Tempo ordinario (o “per annum”, tra l’anno) è un tempo indispensabile, che sviluppa il mistero pasquale in un modo progressivo e profondo, si può dire che si sa che cosa sia l’anno liturgico. Limitare l’attenzione ai “tempi forti” vuol dire dimenticare che l’anno liturgico consiste nella celebrazione, con sacro ricordo nel corso d’un anno, dell’intero mistero di Cristo e dell’opera della salvezza»1.

Il percorso ha una durata di trentatré o trentaquattro settimane, divise in due periodi:

  • primo periodo: dal lunedì che segue la festa del Battesimo del Signore fino al martedì che precede il mercoledì delle ceneri (nel rito Ambrosiano fino al sabato che precede la prima domenica di Quaresima);
  • secondo periodo: dal lunedì che segue la domenica di Pentecoste fino al sabato precedente la prima domenica di Avvento.

Il segno particolare di questo periodo èla Bibbia, il libro che racchiude il progetto di Dio per l’umanità; in esso troviamo le risposte agli interrogativi della nostra vita e la luce per il nostro cammino spirituale nel quotidiano della vita.

La denominazione «ordinario» è stata data a questo tempo perché non prepara a un mistero specifico della vita di Gesù; erroneamente si pensa che sia un tempo di transizione, propedeutico ai tempi forti, ma non è così. «Oltre i tempi che hanno proprie caratteristiche, ci sono trentatré o trentaquattro settimane durante il corso dell’anno, le quali sono destinate non a celebrare un particolare aspetto del mistero di Cristo, ma nelle quali tale mistero viene piuttosto venerato nella sua globalità, specialmente nelle domeniche. Questo periodo si chiama tempo per annum (tempo ordinario)»2. Il tempo ordinario è il tempo della santificazione quotidiana e della perseveranza; rappresenta il pellegrinaggio del cristiano verso la meta finale: «Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede » (Eb 12,1-2).

Questo tempo ci aiuta ad assimilare e a meditare i misteri della vita di Gesù, attraverso la lettura progressiva e quasi continua che ogni domenica si fa della parola del Signore. Nei giorni feriali questo vale anche per i libri dell’Antico Testamento: la loro lettura progressiva mette in evidenza il piano salvifico di Dio. Proprio per questo motivo il Tempo Ordinario è il tempo dell’ascolto della parola di Dio per camminare nella speranza verso il Signore Gesù e il compimento del suo Regno. «La Chiesa, nel dare aiuto al mondo come nel ricevere molto da esso, ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza dell’intera umanità. Tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire all’umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, scaturisce dal fatto che la Chiesa è l’universale sacramento della salvezza, che svela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo» (GS 45).

In questo cammino dobbiamo rispondere alla domanda che Gesù ha rivolto ai discepoli: « Voi chi dite che io sia? » (Lc 9, 20). La risposta deve essere data con la nostra vita, con la nostra totale adesione al volere di Gesù, se per noi è veramente il Figlio di Dio. Per conoscere Gesù ci dobbiamo mettere alla sua sequela: «Venite e vedrete» (Gv 1, 39), aveva detto un giorno a coloro che volevano seguirlo; egli è, infatti, «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6), e domenica dopo domenica svelerà a noi il suo volto.

Il tempo ordinario è anche il tempo dell’approfondimento della fede, che siamo chiamati a vivere nelle nostre comunità, per calare nella vita quotidiana i misteri di redenzione che abbiamo celebrato nel tempo di Natale e nel tempo di Pasqua. In un certo modo, può essere un banco di prova dopo gli entusiasmi vissuti nelle feste natalizie e pasquali, per mettere in pratica la parola di Dio: «Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi » (Gc 1, 22). Per fare questo dobbiamo vivere la carità; la Sacra Scrittura ci ricorda che non si può amare Dio che non si vede, se prima non amiamo il fratello che abbiamo accanto (cfr. 1Gv 4, 20); e san Paolo ammonisce: «Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla» (1Cor 13, 2).

Il secondo ciclo del tempo ordinario nell’emisfero Nord coincide con la stagione estiva, che per molte persone è un tempo di distrazione e di rilassamento sul piano spirituale. È importante, allora, in questo periodo, coltivare gli atteggiamenti della vigilanza e della perseveranza nella preghiera, per mantenere viva la fiamma della fede. Nel cammino spirituale è essenziale l’aiuto dei fratelli e il buon esempio reciproco; quindi «manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso. Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone»» (Eb 10, 23-24).

5.1 Una sosta nel primo periodo del Tempo Ordinario:

L’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani (18 – 25 gennaio)

All’inizio del Tempo Ordinario la Chiesa prega per l’unità di tutti i cristiani. Pone l’accento così sul fatto che l’unità dei cristiani è un dono di Dio, che va cercato e vissuto anzitutto nella quotidianità, cioè nel cammino della santificazione quotidiana, a livello personale e comunitario.

Il concilio Vaticano II, evento profetico del secolo XX, ricorda quali devono essere le condizioni per ricercare l’unità: «Non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione. Infatti, il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento dell’animo, dall’abnegazione di se stessi e dal pieno esercizio della carità. Perciò dobbiamo implorare dallo Spirito divino la grazia di una sincera abnegazione, dell’umiltà e della dolcezza nel servizio e della fraterna generosità di animo verso gli altri… Si ricordino tutti i fedeli, che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l’unione dei cristiani, quanto più si studieranno di condurre una vita più conforme al Vangelo. Quanto infatti più stretta sarà la loro comunione con il Padre, con il Verbo, e con lo Spirito santo, tanto più intima e facile potranno rendere la fraternità reciproca » (UR 7).

La Parola che svela il mistero:

«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me » (Gv 17, 20-23).

Nell’ottavario dipreghiera per l’unità dei cristiani, la Chiesa prega per realizzare il desiderio di Gesù: l’unità di tutti i suoi discepoli, affinché la Chiesa si raccolga in un unico ovile e sotto un solo pastore. Il movimento che promuove l’incontro fra le varie Chiese, perché vi possa essere fra di loro il confronto e il dialogo, è l’Ecumenismo (dal greco oikouméne, che letteralmente vuol dire «terra abitata», da qui il significato di universale). Questo movimento si impegna a unire tutte le Chiese cristiane, affinché vi sia soltanto una Chiesa cristiana universale. Le divisioni, purtroppo, si manifestarono, per vari motivi, già agli inizi della Chiesa, come dimostra l’appello di san Paolo alla comunità di Efeso: «Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4, 4-5).

Oggi, i cristiani sono divisi in Cattolici, Ortodossi, Luterani (chiamati anche Protestanti), Calvinisti e Anglicani. La Chiesa Ortodossa (chiamata anche Chiesa d’Oriente) fa capo a Costantinopoli; sul piano dottrinale è la più vicina alla Chiesa Cattolica. Anche la Chiesa Anglicana presenta molti punti in comune con la Chiesa Cattolica. Ciò che costituisce e fonda la comunione fra tutti i cristiani è il Battesimo. È proprio attraverso questo sacramento che siamo incorporati a Cristo e, pertanto, ci possiamo chiamare cristiani.

Per raggiungere l’unità dobbiamo invocare lo Spirito santo ed essere docili alla sua azione, per essere guidati a Gesù: «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16, 13). Giovanni Paolo II, al termine del grande Giubileo del 2000, a proposito del cammino ecumenico, scrive: «L’invocazione “ut unum sint” è, insieme, imperativo che ci obbliga, forza che ci sostiene, salutare rimprovero per le nostre pigrizie e ristrettezze di cuore. È sulla preghiera di Gesù, non sulle nostre capacità, che poggia la fiducia di poter raggiungere anche nella storia la comunione piena e visibile di tutti i cristiani » (NMI 48).

5.2 I tre Misteri che danno rilievo al secondo periodo del Tempo Ordinario

Il secondo ciclo del Tempo Ordinario, che va dal lunedì dopo la di Pentecoste fino all’Avvento, inizia celebrando tre misteri, che si allacciano intimamente al Tempo Pasquale e si proiettano nell’intero Anno Liturgico: la SS. Trinità, il Corpus Domini e il Sacro Cuore. Così certi misteri della redenzione vengono di nuovo celebrati. Questo è un fatto significativo, perché la salvezza non si è conclusa con la Pentecoste. La venuta dello Spirito fa sì che Gesù e i suoi misteri salvifici siano presenti per sempre nella nostra storia.

La domenica della Santissima Trinità

Prima di tutto, la prima domenica dopo Pentecoste si celebra il mistero dispiegatosi nell’opera salvifica di Gesù: il mistero di Dio uno e trino: il Padre che invia, il Figlio che è inviato, e lo Spirito che entrambi donano.

La festa del Corpus Domini

Il giovedì successivo (o la domenica successiva) si festeggia una seconda volta, e in modo tutto speciale, il mistero del Giovedì santo: la festa della presenza del Signore, nei segni del pane e del vino.

La festa del Sacro Cuore

Otto giorni dopo, il venerdì, si celebra nuovamente un mistero del Venerdì santo: il Cuore ferito.

Il nucleo vitale della persona di Gesù è il suo Cuore ferito. «Sul Calvario, dopo l’ultimo grido, Gesù aveva reclinato il capo, nell’abbandono completo della morte. Aveva dato tutto, ma non aveva ancora svelato tutto, difatti “uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19, 34). Giovanni contempla quel corpo trafitto, nel commosso silenzio del tramonto, e un’acuta sensazione di mistero gli scende nell’anima: Ricordava le parole che Dio aveva fatto pronunciare al profeta Zaccaria: “Effonderò uno spirito di pietà e di implorazione sopra il mio popolo; guarderanno a Colui che hanno trafitto, e piangeranno su di Lui come si piange un figlio unico; si farà per lui amaro cordoglio quale si fa per un primogenito!” (Zc 12, 10).Dieci giorni dopo quel Venerdì Santo, nel fascino di Gesù risorto, Giovanni parla ancora di quel petto ferito. E questa volta la fede vi scorge orizzonti sconfinati, tanto che l’incredulo Tommaso, cadendo in ginocchio esclama: “Signore mio e Dio mio”. Tutta la tradizione cristiana si fermerà ai piedi della Croce dalla quale pende Gesù col costato trafitto, e cercherà di penetrare in quel sanguinante cuore squarciato sul quale tanto insiste l’apostolo. Sarà proprio questa amorosa attenzione che guiderà le persone alla scoperta del Cuore di Gesù.

Venerdì – Primi venerdì del mese – Mese di Giugno

Collegata con il Venerdì santo e con la festa del Sacro Cuore, c’è la consuetudine di ricordare questa realtà di fede ogni venerdì, soprattutto il primo venerdì del mese. Inoltre al Sacro Cuore di Gesù viene dedicato in modo particolare il mese di Giugno.

Coltivata nel contesto dell’Anno Liturgico e in particolare del Tempo Ordinario, questa devozione può ricevere un fondamento più solido, e nello stesso tempo irradiare luce e dare motivazioni ed energia al cammino spirituale del cristiano, introducendolo nella la spiritualità del sacro Cuore di Gesù.

In effetti, «il cuore è il simbolo, il segno sensibile e il richiamo dell’amore umano e divino di Gesù, che si effonde nei doni della redenzione, indipendentemente e previamente a qualsiasi simbologia umana che considera il cuore umano come simbolo dell’amore. È mistero biblico universale. Vivere la devozione, o meglio, la spiritualità del sacro Cuore di Gesù significa vivere la spiritualità dell’amore, che è la natura di Dio e dell’uomo, il centro del Vangelo. E questo porta a promuovere l’amore in sé e negli altri, a rendersi disponibile per un’azione di riconciliazione per sé e per gli altri riportando l’amore dove mancasse. Ci si rende così disponibili per la pacificazione interiore degli uomini con Dio, che è la ragione ultima di ogni pacificazione esteriore».

Ottava di Natale, Ottava di Pasqua, Ottava dei Morti.

Ci sono dei momenti particolari che non possono ridursi a un solo giorno, in quanto la ricchezza del messaggio che ci è proposta è troppo vasta e profonda. Da qui l’ottava o ottavario. Per otto giorni siamo chiamati a sviscerare i misteri che ci è dato di vivere. Quando noi scopriamo gradualmente la bellezza di un dono, sentiamo nascere e crescere nel nostro intimo una grande speranza fonte di gioia e, nello stesso tempo, sentiamo la necessità di portare agli altri questa esperienza.

L’ottavario, per tanto,è la consuetudine di consacrare un periodo di otto giorni consecutivi a preghiere, celebrazioni liturgiche, processioni e cerimonie, per sottolineare l’importanza di una particolare solennità religiosa.

Le solennità di Natale e Pasqua hanno la loro Ottava ben definita nella dinamica della liturgia sia della Messa sia della Liturgia delle Ore. Le costituzioni apostoliche testimoniano l’Ottava di Pentecoste per l’Oriente, mentre in Occidente compare in età carolingia e si conservò fino al 1969.

L’Ottavario dei Defunti

Un accenno particole merita l’ottavario dei defunti, che è una pratica di pietà popolare presente nelle parrocchie in continuità con la Commemorazione di tutti i fedeli defunti del 2 Novembre, anche se in molte parrocchie si è persa.

L’Ottavario dei Defunti si svolge ogni anno all’inizio di novembre e rappresenta la grande attenzione che la Chiesa ha sempre riservato alla memoria e alla commemorazione dei morti, non solo nella liturgia quotidiana ma anche nella ricorrenza del 2 novembre, appunto, quando ogni sacerdote può celebrare tre Messe in suffragio delle anime dei fedeli defunti.

Secondo la storia la celebrazione dei defunti fu introdotta nel 998 da S. Odilone, abate di Cluny, grazie al quale l’usanza (già per altro praticata) si diffuse dapprima in Europa e fu sancita ufficialmente da Roma all’inizio del XIV secolo. Il privilegio delle tre Messe nel giorno del 2 novembre, accordato alla Spagna nel 1748, fu poi esteso nel 1915 alla Chiesa universale dal papa Benedetto XV.

Secondo l’antica tradizione rituale, ogni giorno dell’Ottavario, dal 2 al 10 novembre, è dedicato ad una particolare categoria di defunti: pontefici; vescovi; sacerdoti; genitori; coniugi; giovani e figli; fratelli, sorelle, parenti e benefattori; tutte le anime del purgatorio.

Ma oltre all’interesse specifico che riveste per la comunità cristiana, la celebrazione dei defunti può essere per tutti una preziosa opportunità di riflessione. Se in passato lo scopo principale della commemorazione era quello di suffragare i morti (da qui le messe, la novena, l’ottavario, le preghiere al cimitero), oggi la ricorrenza ha anche il senso di offrire a ciascuno, nel corso dell’anno, almeno un’occasione per pensare religiosamente, cioè con fede e speranza, alla fine della propria vita terrena e per riflettere sui limiti, e quindi sui veri valori, dell’esistenza umana: “Quando nasce un uomo – diceva sant’Agostino – si possono fare tutte le ipotesi. Forse sarà bello, forse sarà brutto; forse sarà ricco, forse sarà povero; forse vivrà a lungo, forse no. Ma di nessuno si dice: forse morirà, forse non morirà. Questa è l’unica cosa assolutamente certa della vita”.

Novene e tridui

Quando si celebrano dei misteri che per i fedeli hanno particolare importanza, sorge l’esigenza di una preparazione, sia pur breve. Quando ci sono degli avvenimenti particolari in famiglia, si comincia a preparare la casa nei giorni precedenti, perché tutto sia in ordine per l’occasione.

La parola « triduo » significa “tre giorni» e, oltre che per il Triduo pasquale, viene utilizzata anche in riferimento ad altre circostanze della vita cristiana al di fuori della liturgia: per esempio, i tridui di preparazione devozionale a una festa, o la celebrazione durante i tre giorni delle Tempora.

A cura di P. Carmelo Casile
Casavatore, novembre 2012

1 J. Lopez Martin, L’anno liturgico, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987, p. 200.

2 CEI, Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del Calendario, in Messale Romano 1983, n. 43