MARIA E I SANTI NELL’ANNO LITURGICO
P. Carmelo Casile

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Il Santorale

Nell’Anno Liturgico, oltre al ciclo del tempo, che celebra il mistero di Cristo nel ritmo delle stagioni e delle fasi della vita e del lavoro esiste un’altra modalità di celebrare il medesimo mistero. Si tratta del “santorale”, cioè della celebrazione delle feste e delle memorie dei santi.

Nell’annuncio del giorno di Pasqua che viene solennemente proclamato il 6 gennaio dopo la lettura del Vangelo dell’Epifania del Signore, si afferma che la Chiesa anche nelle feste dei santi e di Maria «proclama la Pasqua del suo Signore». È detto testualmente: «Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli Apostoli, dei Santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore».

Si fa riferimento quindi ad un’altra modalità di annunciare-celebrare la Pasqua del Signore nel tempo. Noi spesso dimentichiamo questo dato fondamentale: in ogni celebrazione cristiana non si celebra altro che il Mistero Pasquale, anche se in modalità e ritmi differenti. Le feste di Maria e dei santi sono una di queste modalità di riconoscere al tempo la sua “vocazione” a metterci costantemente in comunione con l’evento fondante della nostra fede. In questo caso è il tempo delle esistenze concrete degli uomini e delle donne, e non i ritmi naturali e cosmici, ad assumere questo valore “altro”, cioè “santo”.

Tuttavia, per non allentarci dal vero significato della celebrazione delle memorie e delle feste di Maria e dei santi nella liturgia, è necessario salvaguardare il legame che unisce queste celebrazioni, come pure le varie pratiche di “devozione”, con la celebrazione del Mistero Pasquale, in modo che ogni celebrazione o pratica devozionale derivi dalla celebrazione liturgica e ad essa conduca, secondo l’insegnamento conciliare (SC 13).

Infatti si annuncia veramente la Pasqua del Signore nelle memoria e nelle feste di Maria e dei santi solo se esse possono respirare nell’ambiente vitale che la celebrazione del mistero di Cristo nei ritmi dell’anno liturgico è capace di offrire loro.

Maria, la figlia di Sion

In primo luogo ci soffermiamo sulle memorie e sulle feste della Madre di Dio. Nel corso dell’anno sono molte nel calendario romano e nei calendari particolari le celebrazioni riguardanti Maria. Spesso si tratta di ricorrenze segnate da una forte partecipazione popolare e circondate da molti elementi devozionali. Se questo fatto non è di per sé certamente un male, tuttavia occorre riconoscere che non sempre gli elementi della religiosità popolare e della devozione aiutano a cogliere il vero senso delle memorie e delle feste mariane nel corso dell’anno liturgico. Occorre riconoscere anche che alcune di tali feste o memorie non sembrano potersi facilmente adattare alla logica pasquale e cristologica della liturgia.

Per cogliere e riscoprire il senso, e quindi la spiritualità, delle feste e delle memorie della Madre di Dio, ci fa da guida la Costituzione liturgica del Vaticano II, Sacrosanctum concilium, che al n. 103 afferma: «Nella celebrazione di questo ciclo annuale dei misteri di Cristo, la santa Chiesa venera con particolare amore la beata Maria, madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l’opera della salvezza del Figlio suo: in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa desidera e spera di essere nella sua interezza».

In primo luogo possiamo osservare come la venerazione della Madre di Dio nella liturgia sia associata in modo particolare non tanto al ciclo del santorale, ma al ritmo annuale della celebrazione del mistero di Cristo, cioè ai tempi dell’anno liturgico. La figura di Maria è vista dalla liturgia principalmente dal punto di vista del suo legame con l’opera di salvezza del Figlio. Un primo dato allora che possiamo sottolineare è la “singolarità” dell’inserimento delle feste mariane nel calendario liturgico. Esse andrebbero sempre in qualche modo legate al ritmo annuale, quindi ai tempi liturgici, della celebrazione del mistero pasquale di Cristo.

A questa sottolineatura è legata un’altra caratteristica fondamentale, che ne costituisce in fondo la motivazione, del culto mariano: il suo riferimento cristologico. Non c’è memoria o festa mariana autentica che non abbia un riferimento a Cristo e alla sua opera di salvezza. Occorre poi sottolineare come alcune ricorrenze dell’anno liturgico lette principalmente in chiave mariana, facciano in realtà parte integrante dell’anno liturgico e abbiano prevalentemente uno riferimento cristologico, come ad esempio la solennità dell’Annunciazione che si inserisce nel ciclo liturgico della manifestazione del Signore e celebra l’incarnazione del Verbo di Dio.

Questo riferimento cristologico delle memorie e delle feste di Maria viene espresso in molti testi liturgici. Ad esempio nel Prefazio I della Beata Vergine Maria la Chiesa prega: «per opera dello Spirito santo (Maria) ha concepito il tuo unico Figlio; e… ha irradiato sul mondo la luce eterna Gesù Cristo nostro Signore».

Un secondo riferimento irrinunciabile per un autentico modo di comprendere e vivere il culto mariano per Sacrosanctum Concilium è quello ecclesiologico. Il Concilio afferma che in Maria la Chiesa «contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa desidera e spera di essere nella sua interezza» (SC 103). In questa prospettiva il Prefazio III della Beata Vergine Maria definisce la Madre di Dio come «immagine e modello» della Chiesa.

In Maria, come è presentata dalle Scritture e come è venerata dalla tradizione ecclesiale, la Chiesa scopre la verità della sua stessa esistenza. In particolare nella Vergine Figlia di Sion, la Chiesa può anche riscoprire il suo legame con Israele.

Un corretta lettura della figura di Maria non può prescindere da queste due direttrici che anche Lumen Gentium al n. 8 propone. Entrambe emergono chiaramente da una riscoperta della figura di Maria a partire dai testi biblici come riferimento principale per un discernimento della fede ecclesiale. E’ quanto invita a fare Paolo VI nell’esortazione apostolica Marialis cultus. Al n. 38 di questo documento il papa, rimandando agli insegnamenti del Concilio, invita ad una venerazione di Maria nella liturgia che positivamente recuperi le indicazioni delle “fonti rivelate” – cioè della Bibbia – e del “magistero”. Il riferimento alla sacra Scrittura è quindi un punto irrinunciabile per un genuino culto di Maria nella liturgia cristiana e per una autentica spiritualità.

Fissiamo lo sguardo su alcune celebrazioni mariane

Per comprendere in tutta la sua portata la liturgia della redenzione e per parteciparvi un mezzo validissimo è fissare il nostro sguardo sulla prima persona redenta, segno della Chiesa: la Vergine Maria. Tra gli aspetti della figura di Maria che la liturgia ci presenta, due sono continuamente ricorrenti: la sua intercessione e il suo esempio.

Santa Maria in Sabato

Il giorno di Sabato ci ricorda il vincolo mai spezzato, che unisce la Madre al Figlio dal momento dell’Incarnazione fino alla “Ora” della Madre, cioè l’ora della fede di Maria, che non dubitò davanti al sepolcro e attese la risurrezione del Figlio.

Vivere il Sabato in compagnia di Maria significa:

  • partecipare nella fede della Vergine Maria mentre attende la Risurrezione di Gesù e poi nella sua gioia quando si incontra con Gesù risorto;
  • accogliere Maria, Vergine del silenzio e dell’ascolto, come guida che ci conduce a celebrare la liturgia domenicale in modo da interiorizzare la Parola e immergerci pienamente nel Mistero Pasquale;
  • disporci quindi a celebrare nella gioia la Festa della Risurrezione, la Domenica, animati dall’atteggiamento di Maria, la quale, come Madre e “discepola”, nel “grande sabato”, sola tra tutti i discepoli, attese vigilante nella fede la Risurrezione di Gesù;
  • vivere il ricordo della Vergine Maria ogni sabato come coinvolgimento nel fatto che Maria è sempre unita a Gesù e nello stesso tempo è sempre presente e operante nella vita della Chiesa.

Immacolata Concezione e Presentazione di Maria al Tempio.

Il dono di Dio all’umanità: una donna senza peccato: Immacolata; la risposta e il dono dell’umanità a Dio: la Presentazione di Maria al Tempio. Scopriamo qui la liturgia della collaborazione: Dio non permette che abbiamo ad essere passivi; anche se poveri, abbiamo sempre qualcosa da dare, lui lo valorizzerà. In questi due aspetti della vita della Madonna possiamo scorgere l’amore sponsale di Dio che si fa realtà nella storia dell’umanità: “Non siete stati voi a scegliere me, ma io a scegliere voi”. La nostra vita è una risposta: l’atto di fiducia parte sempre da Dio e ravviva in noi la speranza.

Infatti, la memoria liturgica della presentazione della Vergine Maria al Tempio chiama alla nostra attenzione il fatto che anche Maria, come le grandi figure bibliche – Abramo, Mosè, Elia, Giovanni Battista, Paolo, ecc. – passò attraverso l’esperienza del “deserto”. Il periodo tra la Concezione Immacolata / Natività di Maria e la sua apparizione sulla scena della storia della salvezza nel giorno dell’Annunciazione, fu un periodo di nascondimento nel silenzio, “nel Tempio”, caratterizzato da un’intensa attività dello spirito, nel quale Maria si aprì progressivamente e generosamente ai doni che Dio aveva deposto in lei. Fu un periodo di silenzio attivo e creativo, nel quale Maria, come vergine prudente, mantenne la sua lampada sempre accesa, fece fruttificare i talenti ricevuti lasciandosi modellare dallo Spirito Santo, e così immerse sempre più profondamente la sua vita nel Dio vivo e vero in una totale disponibilità a Lui.

Annunciazione e Maternità di Maria.

Siamo chiamati a celebrare l’umile disponibilità a un disegno d’amore: ecco la serva del Signore. La disponibilità a Dio si trasforma in servizio ai fratelli: visita di Maria a Elisabetta. E rimase con lei per tre mesi. Coloro che hanno bisogno devono trovare nel cristiano, sull’esempio di Maria, una disponibilità di servizio. Questa è l’unica strada per far rinascere la speranza in coloro che sono provati dalla vita. La disponibilità al servizio viene espressa in pienezza con la maternità, in cui Maria dona il figlio a Dio e all’umanità; questo dono verrà perfezionato sotto la croce. “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!»” (Gv 19,25-26). La celebrazione eucaristica diventa la sintesi di tutti questi misteri.

Assunzione, Maria Regina, Madonna del rosario

La salvezza ha una meta: la casa del Padre, ove saremo anima e corpo (Assunzione), coronamento di una vita di totale disponibilità, che proclama grande Dio, e perciò viene elevata e allargata fino a diventare grande nello splendore di Dio (Regina), dopo aver vissuto con Cristo la nostra vita (Rosario). La vita non è fatta da singoli momenti staccati fra loro, ma è una unità che ha come scopo finale la realizzazione di noi stessi in Cristo. La disperazione è generata dal non-senso di una vita chiusa a reparti stagni. Il cristiano è segno di speranza in quanto presenta una vita unitaria che ha una meta ben precisa, anche quando deve passare attraverso i misteri dolorosi.

Cuore immacolato di Maria: è il Cuore Immacolato fin dalla Concezione della Madre sempre Vergine di Cristo Gesù, associata al Figlio nell’opera della Redenzione e da Lui costituita Madre dell’umanità intera; Cuore di Maria di Nazaret, donna che cammina nel silenzio e nell’ascolto, docile nelle mani del Padre e alla voce dello Spirito, esempio di perfetto amore e modello di consacrazione totale alla persona e all’opera del Figlio suo.

Beata Maria Vergine del Monte Carmelo: dove un tempo il profeta Elia aveva ricondotto il popolo di Israele al culto del Dio vero.

Questo titolo della Vergine Maria ci ricorda che il culto mariano affonda le sue radici nei secoli precedenti la sua stessa nascita. Avvenne, infatti, che il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.), dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine, che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando la pioggia e salvando Israele dalla siccità. In quella immagine tutti i mistici cristiani e gli esegeti hanno sempre visto la Vergine Maria, che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo.

La Madonna del monte Carmelo è la mistica stella, che ci guida sulla via della perfetta carità, perché giungiamo alla vetta del Monte che è Cristo Gesù; è la stella del mare, colei che nella navigazione della fede ci aiuta a non perdere mai la bussola, e a virare sempre verso Cristo.

Due mesi mariani: Maggio e Ottobre

Sono i mesi dedicati in modo particolare alla Madonna: maggio è il mese dedicato alla «Rosa mistica», alla rosa del giardino di Dio e da Lui offerta all’umanità; ottobre è il mese dedicato al santo Rosario: la nostra partecipazione al dono di Dio. Possiamo specificare ancora così il significato di queste pratiche devozionali: nella “rosa del giardino di Dio” contempliamo la redenzione attuata in Maria; con il Rosario testimoniamo la gioia dell’amore sperimentato e l’impegno a partecipare all’esperienza dell’amore per vivere la redenzione.

IL MESE DI MAGGIO, MESE DI MARIA

Nella devozione popolare, il mese di Maggio è dedicato alla Vergine Maria, è il mese di Maria. Non è possibile determinare con esattezza quando è nato il maggio mariano: abbinare maggio alla Madonna, non fu l’intuizione di un singolo, ma il processo dell’esigenza del cuore di tutto un popolo semplice e innamorato di Maria.

Le ragioni di questa tradizione sono il risultato di una armoniosa fusione di varie e profonde intuizioni popolari con la Verità rivelata, che porta a compimento quelle verità parziali che gli uomini – nei quali è pur sempre presente lo Spirito Santo – avevano abbozzato, come in una inconsapevole nostalgia di Gesù e di Maria.

Gli elementi che si sono fusi per far sì che maggio diventasse per il nostro popolo il “mese della Madonna”, sono:

Maggio è il mese dell’amore. Lo è fin dall’antichità. Innanzitutto perché la bellezza della stagione suggerisce pensieri “romantici”, ma anche per un motivo molto più concreto e pratico: dopo i rigori dell’inverno e, con la diffusione del Cristianesimo, dopo i rigori della Quaresima e l’inizio della gioia del Tempo Pasquale, lo sbocciare della bella stagione diventava l’occasione per organizzare feste popolari: occasione privilegiata per gli incontri fra giovani e quindi per il nascere di affetti e di progetti matrimoniali. La letteratura colta e popolare poi ha insistito molto su questo abbinamento fra maggio e amore, contribuendo così a rafforzarlo e a radicarlo nell’immaginario collettivo.

Maggio è anche il mese delle rose. Per la verità adesso non lo è più, perché adesso abbiamo rose da aprile a novembre, ma un tempo le rose erano proprie del solo mese di maggio, il che accentuava la loro preziosità e anche la particolare bellezza di questo mese: e anche questo è un elemento che predispone il terreno alla marianità di maggio.

Più in generale, l’idea dalla quale è partita questa devozione popolare, poi fatta propria dalla Chiesa, deriva dal fatto che Maggio, segna il tempo anche dal punto di vista climatico, della ripresa, del risveglio della natura. Insomma, ci indica l’idea dei fiori, e nel giardino creato da Dio, dopo Cristo, il fiore più bello e profumato, è appunto Maria. Il nesso maggio- Maria nasce, dunque, da questo fenomeno climatico. Non si tratta però di una novità assoluta, giacché anche tra i non-cristiani vi erano e vi sono delle feste dedicate ad eventi stagionali e climatici.

La “svolta medievale” della devozione mariana: la marianità di Maggio è frutto della grande “svolta medievale” della devozione mariana.

Questo è un fatto importantissimo che apporta una ricchezza peculiare alla devozione alla Vergine Maria.

In effetti, nei primi secoli del Cristianesimo la Madonna era stata oggetto di grandi riflessioni teologiche, che portarono la cristianità ad avere ben chiaro il ruolo della Madonna, il suo legame unico e irripetibile con il Salvatore, la sua reale maternità e la sua perpetua verginità.

Il Medio Evo, nonostante le sue zone di oscurità, fu un’epoca di luminose intuizioni e di eccezionale passione religiosa. Fra queste intuizioni va ricordata la straordinaria valutazione della donna, anche se non fu priva di ombre. Pensiamo alla cavalleria, al Dolce Stil Novo: la donna era vista come creatura angelica, come tramite fra l’uomo e Dio, come “Signora” alla quale consacrare la propria vita in un rapporto d’amore che spesso era tutto ideale e spirituale. Questo non era la norma, ma era un elemento molto presente, se non nella prassi, almeno a livello di convinzione.

Gli animi imbevuti di questa mentalità, anche se solo a livello superficiale, finirono per orientare verso Maria questo concetto altissimo della donna, e così Maria divenne oggetto non più soltanto di riflessione teologica, ma di appassionato e delicato amore. I Santi, che sono sempre i grandi profeti di ogni secolo, cominciarono a rivolgersi alla Madonna come innamorati, fiorivano le cattedrali e le opere d’arte ispirate alla Madonna, per non parlare delle feste e del folklore… Così, la Madonna fu davvero la regina del Medio Evo! Anzi, lo stesso appellativo Madonna nasce proprio in quest’epoca: Mea domina, Signora mia. Non per niente nelle altre lingue diventerà: Notre Dame, Our Lady, Nuestra Señora, Nossa Senhora…

A questo punto avviene spontaneo l’abbinamento: maggio è il mese dell’amore, Maria è la donna amata per eccellenza: dunque Maggio è il mese di Maria! Dal Medio Evo in poi il fiorire progressivo di tradizioni in questo senso è stato insieme conseguenza e causa di questa bella equivalenza. È vero che ci sono voluti dei secoli per arrivare alle forme di devozione odierne. Ma le radici profonde sono qui, in questo abbinare Maria e amore.

Il mese di Maggio come mese di Maria nasce da questa armoniosa confluenza fra elementi naturali, sociali, teologici, affettivi…; appare come un felice sposalizio fra cielo e terra, fra umano e divino, come un piccolo, ma scintillante corollario del mistero dei misteri, il mistero fondante della nostra fede e cioè l’Incarnazione.

Nell’animo popolare la marianità di maggio trova una chiara espressione con la pratica del Rosario. È con il Medio Evo, infatti, che nasce il Rosario: siccome alla donna amata si offrono ghirlande di rose, ecco che a Maria si offrono ghirlande di Ave Maria. Così il legame del Rosario con maggio è evidente, se non altro nella denominazione.

Nel ‘500, forse per arginare il carattere pagano delle feste primaverili, i predicatori e i pastori d’anime incoraggiarono con forza il maggio mariano: tra essi spicca San Filippo Neri.

Nel ‘600 fioriscono pubblicazioni specifiche sul mese di maggio, che nel ‘700 ha trovato una stabile caratterizzazione e una prassi comune fatta di preghiere, canti, pratiche devote da distribuire lungo il mese, testi di meditazione abbinati ai vari giorni.

Il secolo XIX accentua la marianità di maggio e così pure la prima metà del ‘900.

Oggi, dopo alcuni decenni di oscuramento della marianità di maggio e della devozione mariana in generale, sembra di assistere a un rifiorire dell’amore per la Madonna, con le debite conseguenze, maggio compreso. Per verificare il rifiorire del mese mariano, basta fare quattro passi virtuali nel mondo del web, dove le iniziative mariane si stanno moltiplicando e da dove ho ricavato queste note.

IL MESE DI OTTOBRE, MESE DEL ROSARIO

La Memoria della Beata Vergine Maria del Rosario e la dedicazione del mese di Ottobre alla devozione del Rosario

La Memoria della Beata Vergine Maria del Rosario: 7 ottobre

Il mese di ottobre è caratterizzato dalla Memoria della Beata Vergine Maria del Rosario. Questa memoria mariana deriva dalla festa di Santa Maria della Vittoria, istituita da san Pio V dopo la vittoria riportata a Lepanto sulla flotta turca il 7 ottobre 1571, che in quell’anno cadeva in domenica. Questo storico evento che arrestò la grande espansione dell’impero ottomano, san Pio V lo attribuì alla preghiera che, dietro suo invito, il popolo cristiano aveva indirizzato alla Vergine nella forma del Rosario.

Nel 1573 Gregorio XIII rese obbligatoria questa festa per la diocesi di Roma e per le Confraternite del Santo Rosario, sotto il titolo del Santissimo Rosario della Beata Vergine Maria. Nel 1716 Clemente XI la estese alla Chiesa universale, iscrivendola nel Calendario Romano alla prima domenica di ottobre; nel 1913 S. Pio X la fissò definitivamente al 7 di ottobre.

Con la riforma del calendario del 1960, il titolo di «Festa del Santissimo Rosario » viene cambiato in festa della Beata Vergine Maria del Rosario. Questo mutamento del titolo sposta l’attenzione dei fedeli dal senso oggettivo della festa, cioè la corona, strumento per la preghiera (o arma per il combattimento…), e la orienta verso il senso personale, che è l’incontro con la Vergine Maria.

La Memoria della Beata Vergine Maria del Rosario compendia in certo senso tutte le feste della Madonna e insieme i misteri di Gesù, ai quali Maria fu associata, con la meditazione di venti momenti della vita di Maria e di Gesù.

Leone XIII, nel 1883, consacrò e dedicò l’intero mese di ottobre alla Vergine del Rosario, e indicò nel Rosario «la più eccellente forma di preghiera privata e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna».

Origine della devozione alla corona del Rosario

Il Rosario come modalità di preghiera ha una storia che ha radici molto estese e nella quale hanno confluito vari fattori.

L’oggetto che serve alla recita di questa preghiera, cioè la corona come serie di grani infilati a una collana per contare le preghiere, è di origine molto antica. La troviamo in uso presso i musulmani e gli indiani. Gli anacoreti orientali usavano pietruzze per contare il numero delle preghiere vocali.

I vassalli del medioevo avevano l’usanza di offrire ai loro sovrani delle corone di fiori in segno di sudditanza.

I cristiani adottarono questa usanza in onore di Maria e cominciarono a mettere una corona di rose sulle statue della Vergine. Queste rose erano simbolo delle preghiere “belle” e “profumate” rivolte a Maria e servivano a offrirle la triplice “corona di rose” che ricorda la sua gioia, i sui dolori, la sua gloria nel partecipare ai misteri della vita di Gesù suo Figlio. La parola “rosario” indicava, per tanto, questa usanza del popolo cristiano che si compiaceva di offrire corone di Ave in onore della «Rosa Mistica». Nacque così l’idea di utilizzare una collana di grani (la corona) per guidare la meditazione e di qui la devozione alla corona del rosario, che ha il significato di una ghirlanda di rose offerta alla Madonna.

A partire da questa collana, i monaci cistercensi elaborarono una nuova preghiera che chiamarono rosario, dato che la comparavano ad una corona di rose mistiche offerte alla Vergine.

Questo rosario consisteva nella pratica della recita del “Salterio dei Pater” e del “Salterio delle Ave”. Queste due preghiere, che rispettivamente consistevano nella ripetizione di 150 Padre nostro e di 150 Ave Maria (senza la seconda parte della Santa Maria, che si aggiungerà solo nel XVI secolo), erano utilizzate specialmente dai monaci illetterati, incapaci di leggere e di imparare a memoria i 150 Salmi in latino per la recita in coro.

Così nei conventi medioevali i fratelli laici, dispensati dalla recita del salterio per la scarsa familiarità col latino, integravano le loro pratiche di pietà con la recita dei «Padre Nostro», e delle «Ave Maria», per il cui conteggio S. Beda il Venerabile aveva suggerito l’adozione di una collana di grani infilati a uno spago.

Secondo la tradizione, la Madonna stessa, apparendo a san Domenico di Guzmán nel 1214, gli diede la prima corona, e gli indicò nella recita del Rosario un’arma efficace per debellare l’eresia albigese. Da quel momento questa devozione fu resa popolare da S. Domenico e dall’Ordine dei Frati Predicatori da lui fondato. Fu un papa domenicano, S. Pio V, il primo a incoraggiare e a raccomandare ufficialmente la recita del Rosario, che in breve tempo divenne la preghiera popolare per eccellenza, una specie di «breviario del popolo», da recitarsi la sera, in famiglia, poiché si presta benissimo a dare un orientamento spirituale alla liturgia familiare.

La diffusione del Rosario aumentò soprattutto nel Seicento, grazie al moltiplicarsi delle Confraternite del Santo Rosario, che nacquero per iniziativa dei Domenicani e la prima delle quali risale al 1476. Altri personaggi che hanno contribuito alla diffusione di questa preghiera sono il domenicano Beato Alano della Rupe (Alano de la Roche) con il suo Salterio di Cristo e di Maria del 1478, san Luigi Grignion da Montfort con il suo libro Il segreto ammirabile del Santo Rosario, ed il beato Bartolo Longo, fondatore del Santuario e delle opere di carità di Pompei, considerato l’ “Apostolo del Santo Rosario”. Un ulteriore impulso si ebbe nei XIX e XX con le apparizioni di Maria a Lourdes e a Fatima e ultimamente a Medjugorje.

La devozione della recita del Rosario ebbe larga diffusione per la facilità con cui si poteva pregare; fu chiamato il vangelo dei poveri, che in massima parte non sapevano leggere, perché faceva in modo di poter pregare e nello stesso tempo meditare i misteri cristiani senza la necessità di leggere su un testo.

La Madonna del Rosario ebbe nei secoli una vasta gamma di raffigurazioni artistiche, quadri, affreschi, statue, di solito seduta in trono con il Bambino in braccio, in atto di mostrare o dare la corona del rosario; la più conosciuta è quella in cui la corona viene data a s. Caterina da Siena e a s. Domenico di Guzman, inginocchiati ai lati del trono.

Ed è uno di questi quadri che ha dato vita alla devozione tutta mariana di Pompei, che ha come iniziatore Bartolo Longo. È sua l’iniziativa della supplica, da lui compilata, alla Madonna del Rosario di Pompei che si recita solennemente e con gran concorso di fedeli, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.

Bartolo Longo è stato beatificato il 26 ottobre 1980 da papa Giovanni Paolo II.

Oggi Pompei può essere considerata la città di Maria, venerata come Vergine del Rosario, alla cui scuola milioni di pellegrini imparano ad ascoltare le parole del suo figlio Gesù e a farne una ragione di vita.

Pregare il Rosario oggi

Il Rosario è una modalità di preghiera ancora oggi molto radicata nella tradizione della pietà popolare ed è una delle devozioni più praticate. Negli ultimi tempi ci sono state delle incomprensioni riguardo a questa pratica, ma nello stesso tempo c’è stata anche una riscoperta, che ne ha attualizzato il significato.

I misteri della luce

Con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, emanata il 16 ottobre 2002, Giovanni Paolo II ha voluto rimarcare la fisionomia cristologica del Rosario, aggiungendo il nuovo ciclo dei «misteri della luce», incentrati sul tempo della vita pubblica di Gesù: un’integrazione «destinata a far vivere questa preghiera con rinnovato interesse nella spiritualità cristiana, quale vera introduzione alla profondità del cuore di Cristo, abisso di gioia e di luce, di dolore e di gloria». In linea con le indicazioni del concilio Valicano II, papa Wojtyla ha sottolineato che «se la Liturgia, azione di Cristo e della Chiesa, è azione salvifica per eccellenza, il Rosario, quale meditazione su Cristo con Maria, è contemplazione salutare: l’immergersi, infatti, di mistero in mistero, nella vita del Redentore fa sì che quanto egli ha operato e la Liturgia attualizza venga profondamente assimilato e plasmi l’esistenza» (n. 13).

Giovanni Paolo II invita la comunità ecclesiale a recitare i misteri della luce «dopo aver ricordato l’incarnazione, e la vita nascosta di Cristo» e «prima di soffermarsi sulle sofferenze della passione e sul trionfo della resurrezione» (RVM, n. 19). La collocazione scelta dal Papa per i nuovi misteri è dunque tra quelli gaudiosi e quelli dolorosi, e il giorno consigliato è il giovedì (prima destinato nella devozione popolare alla seconda meditazione settimanale dei misteri gaudiosi).

È da notare che «il Rosario è la più biblica, teologica, liturgica delle devozioni non liturgiche» (card. Corrado Ursi): proprio per questo motivo i Misteri non sono ufficialmente codificati e quindi la loro formulazione può anche essere leggermente diversa da quella comunemente proposta, pur restando immutata la sostanza dell’evento ricordato.

Struttura attuale

Dopo un lungo processo di elaborazione a opera di diversi autori, la struttura del Rosario si definì, poco dopo il 1500, intorno a tre nuclei principali della fede cattolica: l’annunciazione a Maria el’infanzia di Gesù (Misteri gaudiosi), la passione e la morte di Cristo (Misteri dolorosi), la risurrezione di Gesù e l’assunzione di Maria (Misteri gloriosi). La preghiera del Rosario rimase articolata su questi tre gruppi di misteri fino al 2002, anno in cui Giovanni Paolo II vi aggiunse il nuovo ciclo dei «misteri della luce».

Attraverso questa lenta evoluzione, la preghiera del Rosario è giunta fino a noi con la struttura che conosciamo: dopo ogni enunciazione si recitano un Padre nostro, dieci Ave Maria e un Gloria. Sono facoltative – oltre all’invocazione che il 13 luglio 1917 la Madonna di Fatima chiese di pronunciare al termine di ogni Mistero: «Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, e porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia» – anche la recita finale della Salve Regina e del Poter, Ave e Gloria secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.

Tutto il Vangelo in una preghiera

Nella bolla Consueverunt romani Pontifices del 17 settembre 1569, il Papa Pio V definiva il Rosario come «una modalità di orazione e di preghiera a Dio facile, alla portata di tutti e oltremodo pia, mediante la quale la beatissima Vergine viene venerata con il Saluto dell’Angelo ripetuto centocinquanta volte, secondo il numero dei Salmi di Davide, interponendo a ogni decina la Preghiera del Signore, con determinate meditazioni che illustrano tutta la vita del Signore nostro Gesù Cristo».

Leone XIII, con l’enciclica Supremi apostolatus del 1883, consacrò e dedicò l’intero mese di ottobre alla Vergine del Rosario, convinto com’era che «il Rosario costituisce la più eccellente forma di preghiera privata e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna».

Un grande patrocinatore del Rosario fu Paolo VI che, nell’esortazione apostolica Marialis cultus del 1974 offrì numerose indicazioni «per una ripresa vigorosa e più consapevole della recita del Santo Rosario», orazione «semplice e profonda che ci educa a fare di Cristo il principio e il termine, non solo della devozione mariana, ma di tutta la nostra vita spirituale». In particolare Papa Montini volle ribadire «accanto al valore dell’elemento della lode e dell’implorazione, l’importanza di un altro elemento essenziale del Rosario: la contemplazione. Senza di essa il Rosario è corpo senza anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule».

Una preghiera per tutti i cattolici di oggi: RVM, n. 5

Il Rosario si pone nella migliore e più collaudata tradizione della contemplazione cristiana. Per i cattolici è la preghiera contemplativa per eccellenza, segnata dal ritmo dell’Ave Maria, che culmina nella benedizione del Nome di Gesù (RVM, n. 33).

Queste forme di orazione ripetitiva sono presenti nelle più diverse confessioni religiose: dalla preghiera di ripetizione-risonanza (“preghiera del cuore” o “preghiera di Gesù”, detta anche del Pellegrino russo), germogliata sull’humus dell’Oriente cristiano, ai mantra della tradizione orientale fino all’Islam che prevede la ripetizione delle formule di lode ad Allah. Gli esperti di psicoterapia mettono in luce il valore della preghiera ripetitiva per aiutare il rilassamento e la concentrazione.

Va notato, però, che la preghiera del Rosario non è una preghiera distensiva ma redentrice! Essa corrisponde, in qualche modo alla “preghiera del cuore” ed è quindi autentica contemplazione. E la contemplazione non è mai evasione dalla realtà, ma incontro con il progetto divino, dove si contempla e ammira quanto Dio ha fatto e fa per ogni creatura.

Questa dimensione della preghiera del Rosario è sottolineata da Monsignor Sorrentino, segretario della Congregazione per il culto divino, dopo essere stato prelato di Pompei, all’ombra del santuario intitolato alla Regina del Rosario.

Partendo dalla constatazione che tra le numerose devozioni della tradizione popolare il Rosario spicca fra tutte, dà la seguente spiegazione, sintetizzando nello stesso tempo l’insegnamento del Papa contenuto nella RVM:

«Il principale motivo è che l’enunciazione dei Misteri e le parole ripetute del Padre nostro e dell’Ave Maria la rendono una preghiera totalmente cristologica e biblica: inoltre è completa, nel senso che il Vangelo vi è tutto richiamato. Di fatto c’era soltanto un aspetto che andava completato, e questa lacuna è stata colmata da Giovanni Paolo II con l’aggiunta dei Misteri della luce. Un ulteriore motivo è che tutto ciò avviene in una prospettiva mariana privilegiata, perché in Maria la Chiesa trova la propria immagine e modello. Infine, si devono ricordare le finalità privilegiate che al Rosario possono essere attribuite come intenzioni dell’orante: la pace nel mondo e la comunione nella famiglia».

Spiega anche, perché vale la pena di riproporre a chiunque questa preghiera:

«Oggi c’è una rinnovata esigenza di meditazione. È un dato di fatto che sotto lo stimolo di altre religioni, anche l’uomo occidentale stia riscoprendo il bisogno di rientrare in sé stesso. Nella tradizione spirituale e nella parola della Scrittura la grande esperta è Maria: il vangelo di san Luca ce la mostra come “donna della contemplazione”, che conservava nel proprio cuore tutte le parole che ascoltava. Il Rosario, se recitato secondo le indicazioni offerte da Giovanni Paolo II nella Rosarium Virginis Mariae (ascoltando la Parola a ogni Mistero, facendola sedimentare in silenzio nel cuore, meditando la clausola cristologica aggiunta all’Ave Maria), rappresenta realmente un modo di contemplare in profondità il mistero di Cristo. Il Rosario, infatti, non è una preghiera a Maria, bensì con Maria: è la contemplazione del mistero di Cristo fatta con gli occhi e con il cuore di Maria».

* Ultimamente Benedetto XVI ribadisce che il Rosario è una preghiera per tutti, semplice ma profonda: “Il Rosario è preghiera contemplativa accessibile a tutti: grandi e piccoli, laici e chierici, colti e poco istruiti. E’ vincolo spirituale con Maria per rimanere uniti a Gesù, per conformarsi a Lui, assimilarne i sentimenti e comportarsi come Lui si è comportato. Il Rosario è ‘arma’ spirituale nella lotta contro il male, contro ogni violenza, per la pace nei cuori, nelle famiglie, nella società e nel mondo”. (Omelia della Messa a Pompei, 19 ottobre 2008)

Sottolinea che “non è una pratica relegata al passato, come preghiera di altri tempi a cui pensare con nostalgia”: “Il Rosario sta invece conoscendo quasi una nuova primavera. Questo è senz’altro uno dei segni più eloquenti dell’amore che le giovani generazioni nutrono per Gesù e per la Madre sua Maria”. (Riflessione a conclusione del Rosario a Santa Maria Maggiore, 3 maggio 2008).

Riconosce che c’è chi ha difficoltà a pregare il Rosario per la sua modalità ripetitiva, ma ricorda che è una preghiera potente che purifica i cuori “da tante forze negative” aprendoli “alla novità di Dio”: “Il Rosario, quando è pregato in modo autentico, non meccanico e superficiale ma profondo, reca infatti pace e riconciliazione. Contiene in sé la potenza risanatrice del Nome santissimo di Gesù, invocato con fede e con amore al centro di ogni Ave Maria”. (Riflessione a conclusione del Rosario a Santa Maria Maggiore, 3 maggio 2008).

Il culto dei santi

Anche per quanto riguarda il culto dei santi partiamo dalle indicazioni dei documenti conciliari. Al n. 104 Sacrosanctum Concilium afferma: «La Chiesa ha inserito nel corso dell’anno anche la memoria dei martiri e degli altri santi che, giunti alla perfezione con l’aiuto della multiforme grazia di Dio e già in possesso della salvezza eterna, in cielo cantano a Dio la lode perfetta e intercedono per noi. Nel giorno natalizio dei santi infatti la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato in essi, che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo; e implora per i loro meriti i benefici di Dio».

Il dato fondamentale che emerge da questo testo è il riferimento pasquale del culto dei santi che già abbiamo visto nell’annuncio del giorno di Pasqua che si proclama nella festa dell’Epifania. Questo dato è ancor più centrale ed evidente se si pensa che la prima forma di venerazione e di ricordo liturgico dei santi è legato soprattutto al martirio. Nella Chiesa antica il santo è il martire, cioè colui che ha dato la vita per Cristo, seguendo il suo Signore in una morte simile alla sua, cioè fino al dono della vita. Il martire, e poi per estensione il santo, è testimone – questo è il significato del termine “martire” – della Pasqua di Cristo con la sua stessa vita e, massimamente, con la sua stessa morte. Il martire è come un “sacramento” di Cristo. Per questo celebrare la memoria del martire è celebrare la Pasqua di Cristo che si è compiuta e realizzata nella vita di un suo discepolo. A questo proposito p. Visentin ha scritto: «La celebrazione dei Santi nell’anno liturgico, nella messa, mi sembra come l’altra faccia dello stesso unico mistero di Cristo. Il «proprio del tempo» celebra il mistero di Cristo, l’azione salvifica oggettiva compiuta storicamente da Gesù… Il santorale invece celebra lo stesso identico atto salvifico di Cristo, ma subiective, cioè in quanto ricevuto dalle membra di Cristo, in quanto questo mistero è fruttificante in queste membra ed è giunto alla sua piena maturità, alla misura perfetta della statura di Cristo, che è la misura pasquale».

Per comprendere il significato del culto dei santi nella liturgia cristiana è opportuno anche soffermarsi sul significato del termine “santo” nella tradizione biblica. E. Bianchi, introducendo il senso dell’espressione “santificazione del tempo”, afferma che « ”Siate santi”, significa siate altri, siate capaci di sottrarvi alla seduzione idolatrica quotidiana, quella che impedisce di vedere oltre, di essere “altrimenti”, di sentire l’inenarrabile, di credere all’indicibile». Per questa loro capacità di vivere “altrimenti” i santi sono per la Chiesa memoria viva, “sacramento” della Pasqua di Gesù, del suo “stile” del quale costantemente la comunità cristiana è chiamata ad appropriarsi.

Nei prefazi che il Messale romano propone per le feste e le memorie dei santi possiamo trovare i temi principali della loro celebrazione liturgica. Innanzitutto la vita dei santi è celebrazione della misericordia di Dio: «Il loro trionfo celebra i doni della tua misericordia» (Prefazio dei santi I). Per i cristiani la memoria dei santi è «segno sicuro» dell’amore di Dio (Prefazio dei santi II). I martiri, in particolare, sono testimonianza dei prodigi del Padre, che rivela nei deboli la sua potenza e dona agli inermi la forza del martirio (cf. Prefazio dei santi martiri).

Altro tema fondamentale che troviamo nei testi liturgici è quello del santo come modello di vita evangelica: «Nella loro vita ci offri un esempio» (Prefazio dei santi I). Legato al tema del santo come “modello” troviamo sempre anche quello dell’intercessione: «Il loro grande esempio e la loro intercessione ci sostengono nel cammino della vita, perché si compia in noi il tuo mistero di salvezza» (Prefazio dei santi II). A riguardo dei santi pastori si afferma che il Padre rafforza la Chiesa con il loro esempio, l’ammaestra con i loro insegnamenti e la protegge con la loro intercessione (cfr. Prefazio dei santi pastori).

Le figure del Santorale

Ogni famiglia ha i suoi momenti particolari in cui sente il bisogno di radunarsi per ricordare date e fatti che si vivono da parte di tutti sottolineando la loro importanza. Così la famiglia dei credenti ha momenti particolari da ricordare.

Gli Apostoli

Sono i nostri antenati nella fede, sono le colonne della Chiesa, sono il punto di riferimento della nostra vita individuale e comunitaria.

I Martiri

«Martire» significa «testimone»; il termine si riferisce soprattutto agli innumerevoli cristiani che nel corso dei secoli hanno dato e continuano a dare di testimonianza di cristo con la vita.

Era antico costume ricordare e venerare i Martiri della propria comunità celebrando l’Eucaristia sul luogo della loro sepoltura. Più tardi il culto ai più conosciuti fu esteso al Calendario della chiesa universale. Il «Comune dei Martiri» , nell’Eucaristia e nella Liturgia delle Ore, esprime nei suoi testi —e nel color rosso— il valore che questi santi rappresentano per la comunità cristiana.

Pastori

Tra i santi sono presenti figure di Pastori —Vescovi, Sacerdoti— che speseremo in modo esemplare la loro vita per il bene dei fedeli affidati alle loro cura.

La fisionomia dei santi Pastori si collega al Pastore descritto nella Bibbia. Secondo la visione biblica, il servizio pastorale è una scelta gratuita di Dio, perché solo Dio è la guida del suo popolo verso la salvezza (è il solo Pastore); e i pastori umani non sono mai tali per delega ma per un mistero di partecipazione alla cura pastorale di Dio e del Cristo per gli uomini (cfr. Ez 34,11-16; Gv 10,11- 16). La diaconia del servizio pastorale realizza visibilmente la signoria di Cristo stesso (Mt 28,16-20), in quanto Dio determina l’ambito, il fine e l’efficacia della missione stessa affidata agli uomini mandati da lui. L’apostolo è totalmente subordinato al Vangelo (2Cor 4,1-7) e alla parola di Dio (At 20,17-36). Perciò le modalità dell’esercizio pastorale sono enucleabili in queste tre: la natura comunitaria di tale ministero, che si articola in diversità di ministeri e carismi con la partecipazione dell’intera comunità; la plantatio ecclesiae (cfr. discorso missionario di Lc 10,1-24) che esige povertà, libertà, disinteresse e umiltà; la connessione tra il servizio terreno e la partecipazione alla signoria escatologica (Lc 22,24-30; Es 32,7-14).

Dottori

I Dottori sono figure di Santi che illustrarono in modo eminente con la loro dottrina e l’esempio della vita la fede dei cristiani.

L’esaltazione della sapienza dei dottori è nata anzitutto dall’inculturazione della rivelazione ebraica da parte della Sapienza divina, introducendo l’esperienza dell’uomo nella rivelazione stessa. La riflessione sapienziale è giunta alla povertà di spirito, secondo cui tale sapienza umana viene da Dio e non dal basso, cioè non dall’uomo; e perciò è un dono da accogliere. Nella rivelazione evangelica, la sapienza non è una scienza teorica o filosofica ma la capacità di trasformare la vita per mezzo delle opere (Mt 5,13-19; Le 6,43-45). Alla luce del mistero pasquale la sapienza è la comprensione del valore salvifico della croce (1Cor 1,17-19).

Vergini

La verginità fu considerata un “martirio spirituale”, che oltre le vergini, abbraccia gli asceti e i monaci fino a giungere a qualsiasi fedele che abbia dato una testimonianza eroica di vita cristiani in qualunque situazione.

In effetti, l’esaltazione della verginità cristiana non è il deprezzamento della sessualità umana né un’espressione soltanto di una perfezione personale, ma la manifestazione simbolica del valore decisivo o risolutivo della dedizione della Chiesa come sposa al Signore suo sposo. La persona vergine è libera da ogni altro amore perché sposa del Cristo (cfr. Os 2,14-20; 2Cor 10,17-11 ,2; Ap 21,1-5). Infine la verginità in chiave escatologica (1Cor 7,29) è necessaria per scoprire la relatività di ogni cosa rispetto all’amore di Cristo (Mt 19,3-12).

Il testo dell’Apocalisse (14, 1-5.) “costituisce un’eminente testimonianza della stima che la Chiesa delle origini aveva della verginità” (L. Orsy), visto che per designare i cristiani perfetti, cioè quelli la cui fede è stata esemplare per gli altri, non ha trovato un termine più appropriato che quello di “vergini”.

Le sante e i santi patroni

Ci offrono la loro protezione e il loro esempio, a cui possiamo attingere per mezzo delle celebrazioni liturgiche. La rilevanza della loro festa oltre che impegnarci maggiormente a seguire il loro esempio e a chiedere la loro protezione, ci aiuta a scoprire sempre di più l’importanza della vita comunitaria. Infatti non siamo di fronte ad una vita qualunque, ma è caratterizzata dalla presenza di questi santi.

Il culto degli Angeli1

Durante l’Anno Liturgico viene celebrato anche il culto degli Angeli: Nel prefazio della loro festa è affermato il motivo di questo culto: «Noi proclamiamo la tua gloria che risplende negli Angeli e negli Arcangeli: onorando questi tuoi messaggeri, esaltiamo la tua bontà infinita; negli spiriti beati tu ci riveli quanto sei grande e amabile al di sopra di ogni creatura».

Nel considerare gli Angeli nel culto va tenuto presente anche come la Chiesa pellegrina, nella sua Liturgia terrena, partecipi, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme. Con tutte le schiere della milizia essa canta al Signore l’inno della gloria (cfr. Sal 8). Sotto questo aspetto la Liturgia ha sempre ricordato gli Angeli e gli Arcangeli.

Nella Storia della Salvezza, Dio affida agli Angeli l’incarico di proteggere i patriarchi, suoi servi (Sal 90,11-13) e tutto il popolo eletto (Es 23,20-23). Pietro in carcere viene liberato dal suo Angelo (At 12,7-11.15). Gesù a difesa dei piccoli dice che i loro Angeli vedono sempre il volto del Padre che sta nei cieli (Mt 18,10).

A cura di P. Carmelo Casile

Casavatore, novembre 2012

1 Cf Augusto. Bergamini, L’Anno Liturgico, Ed. Paoline, p. 358s