Un testo sulla vita e sulla morte scritto (con tre anni di anticipo) dal giornalista trentino Piergiorgio Cattani scomparso un anno fa a 44 anni. Lo si ritrova nel nuovo libro dell’amico Paolo Ghezzi

di DIEGO ANDREATTA
6 novembre 2021
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Cari amici,
quindi, alla fine, sono morto anch’io. Nella mia vita ho pensato tante volte a questo momento. Spesso mi sono trovato di fronte alla morte, credevo di essere giunto alla conclusione definitiva (…) Adesso no, è finita per davvero. Il mio corpo giace inerte, senza respiro, senza energia. I miei occhi si sono spenti. Tra poco diventerò polvere”.
Aveva pensato di salutarci così Piergiorgio Cattani (per molti di noi semplicemente Pier), ma queste parole le aveva scritte tre anni prima di quella domenica 8 novembre 2020, giusto un anno fa, in cui moriva improvvisamente a 44 anni nella casa di Trento. Giornalista e scrittore, le aveva anticipate in un testo ritrovato dai genitori nel suo computer ed ora pubblicato integralmente dal collega e confidente Paolo Ghezzi nelle pagine conclusive del libro “Creatura futura” (pp. 240, Edizioni ViTrenD) come un “credo” postumo di sconvolgente profondità. “Una professione di fede nuda, di speranza cristiana spogliata da ogni retorica e da ogni sentimentalismo religioso”, commenta Ghezzi che ha anche lanciato e condiviso con Cattani un’avventura politica in ambito provinciale e comunale e coltivato con lui via chat un botta e risposta a sfondo biblico ripreso in questo libro che è quasi “un’ autobiografia a quattro mani”.

Come in una sosta d’inizio novembre, ci fermiamo solo su questo folgorante testo di commiato che Cattani ha scritto a poco più di 41 anni, dalla carrozzina alla quale lo costringeva una malattia invalidante e progressiva (la distrofia di Duchenne) che però non lo frenava da dirigere l’agenzia Unimondo.org, scrivere libri (ben sei) e articoli per testate diverse (dal settimanale diocesano al periodico laico) e dedicarsi ai genitori, ai nipoti o a quanti avevano bisogno di lui.

Per la mentalità corrente sono giovane, per qualcuno molto giovane – riflette Pier – . Una volta non era così. L’età media era inferiore a quarant’anni. Quindi tutto è relativo. Certamente potrei vivere ancora qualche anno, ma suppongo che, al momento della mia morte, se non sarò considerato giovane, molti penseranno che sarei potuto diventare anche più vecchio. Chissà quante cose avrei potuto ancora pensare, sperare, ideare, portare a termine. Potere, potere: sempre questo verbo. Nella morte non possiamo più. Ci dobbiamo affidare. A chi? Ai nostri cari, a quanti comporranno il corpo ormai cadavere. A Dio”.

Ecco, questo è per Cattani il saluto più desiderato, “l’addio più bello che mi potete fare. Affidarmi a Dio. E consegnare la mia carne alla terra. Non credo che ci sia un’anima che rimane nell’abbraccio di Dio e un corpo destinato alla scomparsa. Tutto finisce con la morte. Ma non è un precipitare nel nulla, perchè il nucleo della mia esistenza però sopravvive , salvato dalla misericordia di Dio, saldo nell’alleanza con il Dio vivente”.

Laureato in filosofia, cristiano sanamente inquieto e pronto anche al servizio per la diocesi (accompagnatore dei catecumeni), Piergiorgio non spreca immagini per immaginare il paradiso, professa candidamente di “aver voluto lottare fino all’ultimo respiro per non morire” perchè “la morte non pacifica nulla, la morte cancella ogni speranza”. “Ma proprio quando tutto sembra perduto – afferma con altrettanta vigorosa convinzione – allora Dio ci verrà incontro. Quello sarà il momento. Di invocare la forza di Dio. Di attendere la resurrezione della carne”, precisa, forse anche in riferimento alla fragilità del suo corpo segnato dalla disabilità cronica, spostando subito l’attenzione sulla comunione con quanti ci hanno preceduto: “Per questo è necessario pregare per i morti. In Dio ritroveremo allora il volto, mite e misericordioso, del Cristo vivente insieme con quello dei nostri cari defunti”.

Sono frasi uscite dal setaccio di una ricerca esistenziale e spirituale incessante, segnata da ricoveri ospedalieri d’urgenza (li racconta nel suo libro migliore dal titolo “Guarigione”) e addolcita da un’ intelligente ironia: “Sicuramente qualcuno sentirà la mia mancanza” è la conclusione del testo, nel quale Piergiorgio ci prega di continuare a pensarlo (ma non sarà facile) come un semplice cristiano. “Non dite che ero una persona speciale, che “nonostante tutto” pensavo agli altri, ero impegnato nella società. Oppure che affrontavo con tenacia la malattia. Non sopporto le iperboli soprattutto negli elogi funebri. Che bello sarebbe se parlaste di me come un uomo normale, certo con un po’ più di difficoltà in partenza, ma comunque minori di quelle della stragrande maggioranza dell’umanità”.