Attualità e Cultura

Il nostro vivere non va verso la morte ma verso una nascita sempre più piena, siamo esseri incompiuti e chiamati a nascere ogni giorno di più, per questo non possiamo fare a meno della bellezza, l’ostetrica della vita rinnovata. Alcune opere ci fanno nascere di più, perché l’autore si è (ri-)creato, (ri)creando, nel modo di cui abbiamo bisogno proprio noi. Per questo non ho più lasciato Dostoevskij, perché il suo sguardo sulle cose era quello di cui avevo e ho sempre bisogno: la passione per l’uomo e quella per Dio. Lo scrittore russo non esclude mai il divino dalla realtà, nella quale il divino si mostra a chi ha occhi attenti: Dio si manifesta nel quotidiano solo a chi lì lo cerca.

desc imgdi  Alessandro D’Avenia | 08 novembre 2021

Era un torrido pomeriggio di luglio del 1992 quando lo incontrai la prima volta. Avevo 15 anni e mi aggiravo per casa in cerca di qualcosa da fare. Neanche la televisione poteva lenire la mia noia, e così mi aggrappai a ciò che negli anni ‘90 era ancora un salva-gioia: i libri. Stavo percorrendo con lo sguardo il dorso dei volumi che avevamo in casa, quando in lettere d’oro su cartone blu vidi: «Delitto e castigo». Aprii la prima pagina, un’edizione ingiallita di inizio secolo e fittamente stampata che ho ancora, e lessi: «All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K». La coincidenza con il luglio torrido, la curiosità per il giovane (perché era indeciso?) e le iniziali per indicare luoghi da non svelare, mi portarono a sedermi – le parole avevano già avuto la meglio sul corpo – e a leggere di un ragazzo di nome Raskòl’nikov che si appresta a commettere un omicidio. In pochi istanti ero stato catapultato da un certo Dostoevskij, l’11 novembre ricorrono i 200 anni della sua nascita, in una trama sinistramente coinvolgente. Così inizia la mia storia con lui, come raccontavo qualche sera fa a degli amici che mi avevano invitato a cena proprio per parlare di Dostoevskij. Ma perché volevano rovinarsi la squisita cena a quel modo e perché proprio lui mi catturò a 15 anni (divoravo libri fantasy e fumetti, non certo mattoni russi)? Perché certi autori ci prendono per mano e ci accompagnano per tutta la vita?

Amiamo gli artisti che ci svelano la ricerca che noi stessi, a nostra insaputa, stiamo facendo. Ogni opera d’arte è il tentativo dell’autore di darsi una forma dando una forma a qualcosa. Il nostro vivere non va verso la morte ma verso una nascita sempre più piena, siamo esseri incompiuti e chiamati a nascere ogni giorno di più, per questo non possiamo fare a meno della bellezza, l’ostetrica della vita rinnovata. Alcune opere ci fanno nascere di più, perché l’autore si è (ri-)creato, (ri)creando, nel modo di cui abbiamo bisogno proprio noi. Per questo non ho più lasciato Dostoevskij, perché il suo sguardo sulle cose era quello di cui avevo e ho sempre bisogno: la passione per l’uomo e quella per Dio. Lo scrittore russo non esclude mai il divino dalla realtà, nella quale il divino si mostra a chi ha occhi attenti: Dio si manifesta nel quotidiano solo a chi lì lo cerca. Inoltre nei suoi romanzi la presenza delle domande che chiamo «irrispondibili» mi faceva sentire preso sul serio nelle mie inquietudini, perché è proprio l’inquietudine (il gioioso dramma della libertà che mi porta a rileggere spesso la Leggenda del grande inquisitore contenuta nei Fratelli Karamazov) ciò che rende l’uomo un uomo: che ci devo fare con questa vita? Mi affascinava che in me ci fossero così tante cose e che qualcuno mi aiutasse a vederle e abitarle, senza dover fuggire o sentirmi strano: io volevo vivere all’altezza di quelle domande, anche se irrisolvibili, a costo di tenerle vive sino all’ultimo istante, perché quel domandare è già pregare, ricevere, trovare. E poi amavo i suoi personaggi, così imprevedibili e contraddittori: liberi. Anche io ero corpo, cuore, ragione, desideri… e non riuscivo a mettere insieme «tutte queste cose», ma per la prima volta qualcuno mi raccontava che l’uomo è questa complessità, una complessità che non potrà mai armonizzare se non grazie a una presa di posizione radicale. Come la esprime padre Zosima nei Karamazov: «Amate l’uomo anche nel suo peccato, giacché proprio questo è l’amore divino e la forma suprema dell’amore sulla terra. Amate l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni fogliolina, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore totale». Questo è il mio inno di libertà.

Grazie a Dostoevskij so che la libertà è il mio compito, posso dare alla vita la forma dell’amore o quella del potere, moltiplicarla o dominarla, come fanno i suoi personaggi in base a quel che scelgono: o Dio (ricevere vita per darla agli altri) o l’orgoglio (darsi la vita togliendola agli altri). Ogni pagina mi dice chi sono: voglio amare ed essere amato, infinitamente, ma non so come fare o non ci riesco, eppure, non rinunciando a questo desiderio impossibile, trovo l’Amore e l’amore dove non cercavo o dove non sospettavo che fosse, come vidi accadere, quindicenne, all’assassino e alla prostituta di Delitto e castigo: «Li aveva risuscitati l’amore, il cuore dell’uno racchiudeva infinite fonti di vita per il cuore dell’altro». Mi fa sperare. Ha 200 anni, ma è più vivo di me.

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