Formazione Permanente – italiano – 2021

L’ESPERIENZA SPIRITUALE
André Louf

André Louf (1929-2010) è entrato a vent’anni nell’abbazia trappista di Mont-des-Cats, nelle Fiandre francesi. Eletto abate durante il concilio Vaticano II, ha contribuito con i suoi scritti e la sua umile sapienza alla riscoperta degli elementi essenziali della vita cristiana in occidente e al rinnovamento della vita monastica invocato dal concilio.

Lo scopo che ci siamo prefissati, ritrovandoci in questo luogo per condividere le nostre esperienze e ascoltarci gli uni gli altri1, è di esaminare la vita dello Spirito in noi: quali cammini scelga lo Spirito e di quali criteri disponiamo noi uomini per discernere la sua presenza e identificare l’esperienza che ne facciamo.

Concorderete con me che si tratta di un compito urgente e importante per la chiesa del nostro tempo. Oggi sono infatti alla portata delle nostre mani molti nuovi criteri che è possibile applicare all’esperienza spirituale – o quanto meno, criteri applicabili a ogni esperienza umana –; alludo ai criteri offerti dalla psicologia, dalla sociologia, dallo studio dei fenomeni religiosi, e perfino dall’estetica. La grande tentazione a cui rischiamo di soccombere, la grande confusione che ci minaccia a questo riguardo, è quella di ritenerci pienamente soddisfatti dei tentativi di risposta dati da queste discipline, fino ad erigere al rango di norme assolute e di criteri adeguati realtà che invece raggiungono a malapena la superficie della nostra esperienza dello Spirito.

Il tentativo serio da intraprendere dovrebbe consistere, al contrario, nel compiere uno sforzo incessante per porre a confronto la luce che è in noi in virtù dello Spirito santo, con la luce che ci è offerta dalla riflessione delle scienze di questo mondo. È uno sforzo necessario, una sfida da recepire, ed è in questo che risiede il compito specifico dei teologi.

Ai nostri giorni ci pare di notare che i cristiani, e persino i religiosi, diventino sempre più insensibili alle realtà squisitamente spirituali, e quindi incapaci di operare a loro riguardo un autentico discernimento. Tale insensibilità è in parte dovuta al fatto che il cristiano, forse senza neppure accorgersene, tende sempre più a porre la propria speranza nel vero e proprio arsenale di nuovi criteri messi a sua disposizione. Nel complesso, noi occidentali non abbiamo buoni strumenti atti ad esprimere la nostra esperienza dello Spirito, perfino se si tratta di descriverla a noi stessi, e forse è un bene che ci troviamo solo agli inizi dei nostri tentativi in tal senso.

Ebbene, ora i tempi sono maturi perché ci svegliamo dal torpore. Dobbiamo acquisire consapevolezza della realtà dello Spirito santo che opera in noi: quello Spirito che, secondo le Scritture, abita veramente in noi, vive, geme, grida e intercede in noi. Noi possiamo contristare lo Spirito, possiamo spegnere lo Spirito nel nostro intimo con questo o quel modo di agire. Ma siamo ignari, o pressoché ignari, della sua presenza, perché i nostri cuori sono avvolti nel sonno. C’è un apoftegma di abba Pambo che per la sua concisione si presta particolarmente bene ad esprimere ciò che voglio dire: «Acquisisci un cuore, e potrai essere salvato»2. «Acquisisci un cuore»: ciò significa che non disponiamo ancora di quella sensibilità spirituale, di quella vigilanza del cuore, capace di discernere e comprendere le cose dello Spirito. Noi dobbiamo renderci conto non solo del fatto che lo Spirito è stato effuso in noi, ma anche del suo continuo espandersi nel nostro intimo, perché egli è essenzialmente crescita.

Un seme è stato deposto nei nostri cuori, dunque un principio di vita. È il respiro di Dio, ma che si effonde in noi, ci pervade, ci cinge d’assedio fino a occuparci interamente: corpo, cuore e mente, giudicando la nostra fede, i nostri metodi, le nostre tecniche, la nostra condotta e ogni nostra attività.

Inoltre, noi disponiamo di una serie di sensi interiori che chiedono di essere risvegliati e sensibilizzati all’attività dello Spirito santo, sensi che si affinano sempre di più con il progredire della nostra esperienza spirituale. «Ora, chi si nutre ancora di latte», dice l’autore della Lettera agli Ebrei, «non ha esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido invece è per gli uomini maturi, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo» (Eb 5,12-14). La parola tradotta con «facoltà» è il termine greco aistheteria: è la sensibilità interiore, quella profonda connaturalità con le cose dello Spirito che si esercita in noi (per lo meno nei «maturi»3 affinché possiamo imparare a discernere il bene dal male. Un po’ più avanti, il medesimo autore parla di quelli «che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo futuro» (Eb 6,4-5).

Detto questo, ora vorrei darvi molto succintamente, magari intrattenendomi più a lungo ove mi parrà necessario, una descrizione di quello che potremmo chiamare il luogo soggettivo dello Spirito santo, l’organo dello Spirito in noi; quindi accennerò ai luoghi in cui lo Spirito è presente in modo oggettivo; infine, dirò qualcosa sulle attività dello Spirito.

Il luogo soggettivo dello Spirito

Il nostro organo per accogliere lo Spirito, che è il respiro creatore di Dio, è tutto il nostro essere, corpo e anima – o, se volete, corpo e cuore –. Vi prego di notare che anche il corpo è compreso nel processo di accoglienza: esso non scompare nel cammino di spiritualizzazione del nostro essere, ma semplicemente passa dal suo stato «psichico», come lo chiama Paolo – il suo stato animale o carnale –, a uno stato spirituale. Sì, i corpi spirituali esistono!

Ogni cosa che ha luogo nel corpo vi avviene mediante lo Spirito. Il rispetto che Paolo nutre per il corpo, testimoniato dal forte legame che egli intravede tra esso e lo Spirito santo, è davvero notevole. Il corpo è tempio dello Spirito, ed è grazie allo Spirito che noi mortifichiamo le nostre membra carnali. Dunque l’ascesi è qualcosa di spirituale, è opera dello Spirito santo in noi, reca il segno di quest’ultimo. In un certo senso, nell’ascesi lo Spirito si apre una via nella carne e s’incarna in essa, mentre la carne aderisce allo Spirito.

Oggi, grazie a Dio, disponiamo di un’ampia gamma sia di tecniche di ascesi interiore che di ascesi corporale, sia di igiene mentale o spirituale che di igiene corporale. Ebbene, tali strumenti è possibile porli al servizio della vita dello Spirito in noi alla sola condizione, mi pare, che lo Spirito intervenga da qualche parte nella tecnica per rilevare la nostra attività umana e renderla pienamente fruttuosa. Solo Dio, nella forza del suo Spirito, può iniziare e portare a compimento dentro di noi questa «pasqua», questo «passaggio» alla sfera dello Spirito. L’ascesi è un segno e un miracolo dello Spirito santo, e se non è tale – se non è qualcosa che avviene in noi e che tuttavia trascende ciò che potremmo fare umanamente di noi stessi – allora non è ancora un’ascesi cristiana. In ultima analisi, ogni ascesi del corpo (come il celibato, secondo Paolo) è questione di aderire al Signore attraverso i nostri corpi, diventando in essi un solo Spirito con lui.

Ma è soprattutto il cuore la vera dimora dello Spirito santo. È in esso che «lo Spirito attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8,16). È il cuore ad ascoltare, ad acconsentire, a essere impregnato dallo Spirito, ad assimilare lo Spirito man mano che assimila la Parola, e a portare i frutti spirituali della lode e dell’eucaristia.

I luoghi oggettivi dello Spirito

È ora il momento di dire qualcosa riguardo ai «luoghi» esterni all’uomo in cui questi sperimenta la presenza e razione dello Spirito, alle fonti da cui la grazia pasquale sgorga incessantemente e nelle quali essa si trova, se così possiamo dire, a nostra disposizione.

Il primo è la parola di Dio, della quale Isaia dice che proviene da Dio e che a lui non fa ritorno senza aver portato frutto nel mondo e in noi (cf. Is 55,10-11). Ora, la parola di Dio è seminata nel cuore dell’uomo, e il suo impatto su di noi è «originale» nel senso più forte della parola. Il nostro cuore si risveglia, tutta la nostra personalità assume la pienezza della propria statura e trova la pienezza della propria identità. Infatti il cuore è l’organo specifico di ricezione della parola di Dio: la Parola è fatta per il cuore dell’uomo, e il cuore è fatto per la Parola. Ne consegue che solo nei nostri cuori ci è possibile afferrare pienamente la parola di Dio. Certo, essa può vagare qua e là nelle nostre menti, o nella nostra immaginazione e nelle nostre emozioni superficiali; ma in tal caso la sua forza propriamente divina e creativa ne risulterà indebolita. La Parola è la spada a doppio taglio di cui parla la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12), l’unica realtà capace di raggiungere le profondità del cuore umano, mettendole a nudo e rivelandole all’uomo. E questo a tal punto che Pietro può dire nella sua Prima lettera (cf. 1Pt 1,23) che noi siamo fatti nascere dalla parola di Dio, siamo rigenerati da essa come da un seme incorruttibile, e solo il frutto in noi della Parola è destinato a sopravvivere alla nostra carne.

Un secondo luogo dello Spirito per noi, e un luogo che faremmo meglio a esplorare, è il nome di Dio – concretamente, il nome di Gesù, nel quale è stata rivelata a noi tutta la pienezza della divinità –. Questo Nome ci pone al tempo stesso nel mondo e al cospetto di Dio. È in questo Nome che siamo stati radunati, ed è a causa sua che gli uomini ci odiano. Le nostre fronti e i nostri cuori recano il nome dell’Agnello: quel misterioso segno di cui parla Ezechiele, la lettera Tau dell’alfabeto aramaico, che al tempo di Gesù veniva scritta in forma di croce e che i cristiani, a partire dall’epoca del giudeocristianesimo, interpretarono come un simbolo della croce e della risurrezione.

Un terzo luogo in cui facciamo esperienza dello Spirito, e in cui lo Spirito ci mette alla prova, è la volontà di Dio, o, più precisamente, la volontà del Padre: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra». La volontà del Padre è il desiderio di Dio, la sua gioia, il suo compiacimento. Essa coincide con le profondità più intime e nascoste del nostro essere, anche se purtroppo ne diventiamo realmente consapevoli solo quando vogliamo contraddirla. Perché noi ci scontriamo spesso con la volontà di Dio, o meglio, dando retta alle nostre anguste passioni e alla volontà propria, ci ergiamo ad antagonisti di quel grande desiderio di Dio che dal nostro stesso intimo ci esorta al pieno compimento del suo mistero.

Un quarto luogo su cui potremmo discutere è la koinonia, la comunione di quel corpo di Cristo che è la chiesa e che gradualmente, possiamo starne certi, viene edificato per opera dello Spirito santo. E tutto ciò che tale comunione rappresenta sotto forma di condivisione, di proclamazione della Parola, di servizio reso ai fratelli e, soprattutto, di amore gratuito: «Chi ama il proprio fratello è passato dalla morte alla vita» (cf. 1Gv 3,14).

Altro luogo ancora dello Spirito è il deserto. Il deserto fu il luogo originario del popolo di Dio, il luogo in cui Gesù fu condotto dallo Spirito quando si ritirò nella solitudine. Ed è anche il luogo a cui la chiesa è chiamata oggi dallo Spirito, come la donna dell’Apocalisse, la quale si ritira nel deserto in attesa che la violenza della persecuzione si attenui. Non sto parlando in primo luogo del deserto dei monaci, ma di quello dei cristiani. Il deserto monastico solitamente è un deserto fisico, ma la vita che il monaco vive in esso è come un sacramento del deserto di tutta la chiesa, uno speciale sacramento in cui egli esprime la propria vocazione, perché a questo è stato chiamato e abilitato dalla grazia. Ma anche la chiesa è in ogni tempo e nella sua interezza addossata al deserto: essa vive in situazione di diaspora – oggi più che mai –. Noi tutti siamo come sospinti all’indietro da tutte le domande che ci vengono poste e alle quali non sappiamo trovare risposte immediate: siamo spinti in un deserto interiore. Ma nel contempo, ciò costituisce anche un invito ad assumere maggiore consapevolezza della nostra profonda povertà di comprensione, poiché in tal modo siamo ridotti a testimoniare con la sola forza dello Spirito: sarà lui a parlare in noi, non dobbiamo preparare in anticipo la nostra difesa.

Il deserto richiama alla mente un altro luogo dello Spirito: la tentazione. Non le nostre piccole tentazioni quotidiane, ma l’unica tentazione, la grande tentazione escatologica, quella degli ultimi giorni in cui già stiamo vivendo. Dobbiamo riconoscere questa tentazione in ogni cosa che ci accade, come nelle contraddizioni e nelle sofferenze che ci circondano. «Considerate perfetta letizia», dice san Giacomo all’inizio della sua Lettera, «quando subite ogni sorta di prove»; è per questo che siamo nel mondo… È nell’ora della tentazione che la testimonianza dello Spirito si fa chiara ed eloquente in noi, ed è nel pieno mezzo della tentazione che i cristiani si riconoscono fratelli. La tentazione ci pone davanti a Dio in modo completamente nuovo. Una breccia si apre in noi: ogni tentazione mette in discussione un certo numero di strutture – non solo ecclesiali, ma anche strutture della nostra intima personalità –. Sconcertandoci e togliendoci il terreno da sotto i piedi, aprendo una breccia e smantellando qualcosa a cui siamo intimamente legati, la tentazione porta con se la possibilità di una ricca effusione della grazia, e può farci crescere nello Spirito santo. Se riusciamo ad accettare questo scombussolamento e a mostrarci in tutta la nostra debolezza e povertà, queste ultime verranno d’un tratto rimpiazzate e rilevate dalla potenza di Dio che dispiega tutta la sua forza nella nostra debolezza. È questa accettazione a costituire ciò che le Scritture chiamano hypomone: pazienza, perseveranza.

Infine, vi è un luogo dello Spirito del quale vi dirò molto poco, perché non ne abbiamo alcuna esperienza diretta. Eppure è importante: forse è il più importante di tutti. È la morte, in cui ogni cosa ci è consegnata all’improvviso, come un frutto maturo che ci attende al termine di una lunga iniziazione, un lungo esercizio. Riguardo a questo luogo, se è vero che noi non siamo ora in condizione di rendere testimonianza all’attività dello Spirito che in quel momento ha luogo, sarebbe forse interessante studiare e analizzare le preziose testimonianze dei morenti. Forse è grazie a loro che ci sarà dato di scoprire i veri criteri dell’esperienza spirituale.

Le attività dello Spirito

Vorrei ora elencare, di nuovo in breve, alcune attività dello Spirito in noi. Uso la parola «attività» non secondo il significato che normalmente le attribuiamo, bensì nel senso biblico di energheia, di quelle energie dello Spirito in noi, delle sue dynàmeis o virtù, che sono il dinamismo in noi dello Spirito.

La prima attività o energia dello Spirito in noi è la metànoia, la conversione o pentimento. Questo volgersi indietro del nostro nous (meta–noia), questo cambiamento del cuore, è il nostro primo momento di verità davanti a Dio, a noi stessi e ai fratelli. Alcuni padri della chiesa ritenevano che essa comportasse normalmente il battesimo delle lacrime, a loro avviso il chiaro segno che lo Spirito si stava impossessando del corpo di un uomo: l’uomo capitola, la sua resistenza va in frantumi, ed egli piange. Si potrebbero vedere dei paralleli a quest’esperienza con esperienze analoghe riscontrate nella psicanalisi: ha luogo una sorta di catarsi. L’uomo piange e si arrende, si arrende allo Spirito santo, a quella nuova consapevolezza di se stesso che gli è possibile acquisire mediante il battesimo delle lacrime. Mi sembra di poter dire che la conversione, il pentimento, non è solo un tema del quale è difficile parlare ai nostri giorni, ma è anche – visti i complessi che attanagliano l’uomo moderno – uno dei più difficili da mettere a fuoco con precisione e da vivere autenticamente. E tuttavia rimane essenziale. Il pentimento è oggi qualcosa che suscita repulsione. Ci troviamo a vivere in un periodo di transizione tra la nevrosi ossessiva (se così si può chiamarla) che caratterizzava il periodo immediatamente precedente al nostro, e l’effervescenza e l’aggressività adolescenziali di un periodo che si sta liberando da tale nevrosi. A chi è già divorato dall’angoscia l’evidenza del peccato può creare soltanto un’angoscia ancor più insopportabile. Il peccato era del tutto intollerabile nell’epoca precedente alla nostra, e gli uomini cercavano di liberarsene ricorrendo a quella che i padri erano soliti chiamare dikaioma, la pretesa di esser giusti, l’autogiustificazione: non si era in grado di portare il peso del peccato? E allora ci si convinceva d’esser giusti mediante un’osservanza esteriore della legge, o piuttosto, di un certo numero di regole. In realtà, in questo modo non si fa che sfuggire alla conversione, alla metànoia. Oggi, invece, manifestiamo un’effervescenza e un’aggressività adolescenziali che sono altrettanto nevrotiche, e per le quali il peccato è altrettanto insostenibile; la soluzione odierna consiste tuttavia nel dire che non esiste il peccato.

Una seconda energia dello Spirito, anch’essa legata alla compunzione, è la nascita. Noi dobbiamo nascere dallo Spirito, dice la Scrittura, nascere dalla volontà di Dio che è amore, nascere dalla Parola: rinascere. Tale esperienza è frutto dello Spirito. È qui che si potrebbe giustamente parlare della fede, che è essenzialmente un vedere nello Spirito, e del discernimento, che è cosa difficile – tanto difficile che in quasi tutte le sue lettere Paolo prega per coloro ai quali si rivolge chiedendo a Dio di rivelare loro pienamente tutta la sua volontà.

Una terza attività dello Spirito in noi è il mutamento dello sguardo. Osservando, pian piano ci prepariamo a vedere. «Il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (Gv 14,19). Noi vediamo il Signore non mediante la carne, il che è impossibile, ma con una visione dono dello Spirito santo. Riconosciamo Cristo nelle cose, nei volti, e infine nella sua immagine, nella visione interiore, che portiamo nei nostri cuori.

Un’ulteriore energia dello Spirito è l’abbassamento. Non uso volutamente la parola «umiltà» perché il significato abituale che attribuiamo a quest’ultima comporta una certa dose di autodeterminazione, il che in realtà è un’impressione a posteriori. L’umiltà è una condizione prima di essere un giudizio su noi stessi. È una situazione di abbassamento sulle tracce di Cristo: «Chi si umilia sarà esaltato». Un abbassamento che ha valore solo se è opera dello Spirito santo. È indubbiamente a questo punto che entra in gioco l’obbedienza religiosa, nella misura in cui tale obbedienza consiste nel rimanere sottomessi, soggetti ad altri uomini, per amore del Signore e seguendo il suo esempio.

E veniamo a quell’energia dello Spirito costituita dalla lotta, alla quale ci si dedica impugnando la spada dello Spirito e la forza della gloria di Dio. All’interno di questa lotta si colloca la più importante virtù cristiana, che è la pazienza. La mirabile hypomone evangelica non ha nulla a che vedere con analoghe virtù stoiche o con particolari atteggiamenti o forme di resistenza propri del paganesimo. «Anche noi non cessiamo di pregare per voi… perché possiate piacere in tutto al Signore, rafforzandovi con ogni energia secondo la potenza della sua gloria, per poter essere forti e pazienti in tutto» (Col 1,9-11), dice Paolo ai cristiani di Colossi. Questa forza di Dio, che è la forza dello Spirito, è il tratto peculiare dei cristiani. Chi dipende totalmente dalla Parola porterà il frutto della Parola nell’hypomone, «nella pazienza», come ricorda Luca. Un tale uomo trattiene e (nel senso più forte del termine) custodisce la Parola. Egli si stringe a essa contro ogni speranza e al di là di ogni speranza, tutto proteso in avanti nell’attesa, lacerato dal desiderio e tuttavia sempre sostenuto da un grande senso di fiducia. Tutte queste cose sono contenute in un detto che, con ogni probabilità, fa parte degli ipsissima verba Iesu: «In patientia vestra possidebitis animas vestras», «Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Lc 21,19). In greco e in latino è una frase che risuona in modo abbastanza enigmatico. Se però cerchiamo di farne la retroversione aramaica, penso che il significato che ne emerge sia il seguente: «Nella pazienza voi assumerete i vostri veri volti», cioè «sarete pienamente voi stessi». La vera personalità cristiana di ciascuno di noi si realizza attraverso la pazienza, la perseveranza nella lotta.

Infine, l’ultima energia dello Spirito in noi, il duplice frutto dello Spirito – perché è certamente duplice, ed è impossibile separarne una parte dall’altra – è la testimonianza e la proclamazione da un lato, e la preghiera dall’altro. Entrambe le cose sono possibili e sono di ugual valore, e costituiscono in realtà un tutt’uno, poiché sono il frutto della Parola dentro di noi, quando veramente la lasciamo crescere nei nostri cuori fino alla sua piena maturazione e quando essa è ormai proclamata in noi dallo Spirito. È interessante notare come Atanasio, nella sua Vita di Antonio, parli del duplice martirio di quest’ultimo. Con ciò Atanasio allude anzitutto alla testimonianza resa da Antonio contro gli ariani ad Alessandria, quando proclamò in loro presenza l’evangelo; ma poi, Atanasio allude alla preghiera, che egli chiama il «martirio della coscienza». La preghiera è martirio nel senso di «testimonianza», e la coscienza (vale a dire il cuore, l’uomo interiore) è l’organo della preghiera. Il cristiano che ha acquisito piena maturità in Cristo è al tempo stesso un testimone e un uomo di preghiera. Egli rende testimonianza e prega incessantemente nello Spirito: quello Spirito che diviene la nostra preghiera nella misura in cui la sua stessa preghiera, il suo stesso grido, emerge dall’inconscio di ciascuno di noi per essere assimilato dal nostro cuore.

1 Questa relazione, originata da una conferenza ai superiori maggiori del Belgio, è stata poi adottata come documento base del secondo Congresso monastico dell’Asia. Il testo è apparso in Cistercian Studies 2 (1975), pp. 127–134.

2 Apoftegmi, Pambo 10; per la serie alfabetica degli Apoftegmi, cf. Vita e detti dei padri del deserto I–II, a cura di L. Mortari, Città Nuova, Roma 19862.

3 I «maturi» sono quelli che sono stati condotti alloro compimento in Cristo, cosi come Cristo fu condotto al pieno compimento mediante l’obbedienza e la passione. Sono coloro che hanno preso parte al mistero di Cristo in modo più intimo, con maggior urgenza.