La tradizione non è una nozione statica. Il deposito troverà modi sempre nuovi di esprimersi. Parla molte lingue. È in grado di assumere differenti forme culturali. Trovare la sua articolazione più autenticamente portatrice di Cristo qui e ora è una sfida per ogni generazione di credenti. Ciò che conta è questo: non ridurlo a meno di ciò che è.

di Erik Varden

Erik Varden, monaco cistercense

“Lumen gentium”, la splendida costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, descrive l’ufficio del vescovo con qualifiche molto belle. Anche piuttosto intimidatorie se ti capita di essere un vescovo. Sei dunque, ti viene detto, un “pastore della Chiesa” (n. 18), un “successore degli apostoli” (n. 18), “il principio e fondamento dell’unità” nella tua diocesi (n. 23), “l’economo della grazia del supremo sacerdozio” (n. 26) e molto altro ancora. In un recente motu proprio, il Santo Padre ha sottolineato un ulteriore epiteto. Ci ha ricordato che un vescovo è “traditionis custos”, un custode della tradizione. Di questa definizione, io, vescovo novizio, sono grato.

Si è tentati, quando si è nominati a tale ufficio, di pensare che molto dipenda da te. Papa Francesco ci ricorda che non è così. Un vescovo non è che un anello di una lunga, lunghissima catena che va sotto il nome di “tradizione”. Questa parola è un sostantivo che indica un’azione. In latino, “traditio” indica l’atto di trasmettere qualcosa. Un vescovo incaricato della custodia della tradizione deve assicurare che la trasmissione continui. Guarda indietro con attenzione, gratitudine e grazia per ricevere ciò che gli viene consegnato; guarda avanti con impazienza, desiderando trasmettere, intatto, il tesoro che gli è stato momentaneamente affidato.

“Intatto” non è sinonimo di “invariato”; tuttavia occorre cautela. Non devo ridurre il patrimonio universale a un prodotto solamente di mia preferenza. Quando il Concilio ci ha esortati, con quella che oserei chiamare enfasi cistercense, a tornare alle fonti, l’ha fatto al fine di ridare pienezza là dove scelte particolari si erano ridotte a coercizioni e avevano ristretto ampi spazi. Vivere, lavorare e pregare come ha insegnato il Concilio è essere come Isacco, quel misterioso patriarca. Ha lasciato alle cronache poche parole, ha compiuto pochi atti memorabili. Tuttavia, il suo esempio è notevole. Incurante di lasciare di sé un segno, “Isacco tornò a scavare i pozzi d’acqua che avevano scavati i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano turati dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre” (Genesi 26, 18). Ripristinando l’accesso ai pozzi paterni, si assicurò che i suoi figli potessero bere.

Penso spesso a un episodio della vita di Giovanni Battista Montini, poi papa, ora santo, Paolo VI. Nominato alla sede di Milano, Montini ebbe un’udienza con Pio XII. Mentre i due uomini si congedavano, il papa anziano e sofferente diede al nuovo arcivescovo questo consiglio: “Depositum custodi”. È una frase impegnativa. La nozione di “depositum fidei” è antica. Si riferisce alla pienezza della fede contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione; rappresenta ciò senza cui il cristianesimo non sarebbe se stesso. Non è una nozione statica. Il deposito troverà modi sempre nuovi di esprimersi. Parla molte lingue. È in grado di assumere differenti forme culturali. Trovare la sua articolazione più autenticamente portatrice di Cristo qui e ora è una sfida per ogni generazione di credenti. Ciò che conta è questo: non ridurlo a meno di ciò che è.

Montini succedette al cardinale Schuster alla sede di Milano nel 1954. Fu un periodo di fermento e incertezza. Di questo Pio XII era consapevole più di tutti. Non disse a Montini di essere un disco rotto, di continuare a dire vecchie verità in vecchi modi. Conosceva fin troppo bene quell’intelletto attento, quel prete sensibile. Quello che gli disse fu: va’ e pascola il tuo gregge variegato e sparso; trova parole e gesti che sia in grado di comprendere, ma non scendere a compromessi; abbi fiducia che il deposito che ti è stato affidato dai tempi antichi conterrà il germe delle risposte necessarie per affrontare le domande di oggi; vivi di quel deposito, scavaci dentro, e profondamente. Così Montini ha spiegato le parole del papa nel suo discorso inaugurale, che ha messo in evidenza la tradizione millenaria della Chiesa come fonte di sempre nuova attualità e originalità.

In questi giorni c’è qua e là la tendenza a ridurre la “tradizione” a un termine di partigianeria, a qualcosa di cui si può essere a favore o contro. Non ha senso. Nel momento in cui considero la “tradizione” come un oggetto, una proprietà a mia disposizione (sia da rifiutare che da custodire gelosamente), riduco un processo vivente a una cosa. Mi assegno il compito di un antiquario incaricato di accettare o respingere ordini di conservazione. È molto diverso dall’essere un custode. C’è un bel verso nell’inno di compieta della Chiesa. Chiede al Creatore di tutte le cose “ut solita clementia sis præsul ad custodiam”. La custodia è una funzione della costanza nella clemenza. Esercitarla non significa restare indietro, ma andare avanti. La parola “praesul”, spesso tradotta con “protettore”, significa letteralmente “qualcuno che salta o balla davanti”, come Davide davanti all’Arca (2 Sam 6, 14ss). Ci deve essere energia umile nella custodia, e gioia grata. L’essere attenti a ciò che c’è dietro ci rende capaci di andare avanti.

Va da sé che non tutti saranno sempre d’accordo su come trattare la tradizione. C’è spazio per una disputa rispettosa e costruttiva. C’è sempre stato. Parte di ciò che rende cattolica la Chiesa è la sua capacità di accettare le tensioni, di attendere che le apparenti antitesi si risolvano – per grazia, nella carità, non per compromesso – in sintesi. Oggi ci scontriamo su questo aspetto del cattolicesimo. Come mai? In parte perché il ritmo della vita non ci dà più la pazienza di assegnare a qualsiasi processo tutto il tempo di cui ha bisogno per funzionare. In parte perché cadiamo preda dell’illusione autocelebrativa, tipica del ventunesimo secolo, che presuppone che i nostri tempi siano categoricamente diversi da tutti gli altri tempi e quindi richiedano sempre misure categoricamente nuove. Dovremmo rileggere l’Ecclesiaste. E ricordare una o due lezioni della storia della Chiesa. Una di questi ci è stata offerta di recente dal calendario liturgico.

Il 13 agosto abbiamo celebrato la memoria dei santi Ponziano e Ippolito. Non tutti i cattolici avranno una particolare devozione per questi due. È un peccato, perché hanno molto da insegnarci. Ponziano fu vescovo di Roma dal 230 al 235. La presenza pubblica della Chiesa di allora era fragile, la tolleranza imperiale intermittente. Al suo interno la Chiesa era lacerata da disaccordi che avevano a che fare con Origene. Quello straordinario teologo era stato condannato ad Alessandria da due concili i cui editti erano stati approvati da Ponziano. C’era inoltre una controversia sul perdono dei peccati. Ci possono essere persone irreparabilmente estromesse a causa di atti che hanno commesso, siano essi di immoralità o connessi con l’apostasia? I papi ammettevano sempre più il loro ritorno nella comunione attraverso un cammino di penitenza. Ma questa politica suscitava forti reazioni.

Il principale tra i critici era il sacerdote Ippolito. Il pregevole repertorio di storia dei papi di Philippe Levillain si riferisce a lui come a un “tradizionalista”. Ippolito era nutrito di pensiero greco. Origene, che lo udì predicare, lo ammirava. Ippolito deplorava quelli che considerava atteggiamenti lassisti e sconsiderati da parte della Chiesa gerarchica. Gradualmente mobilitò una comunità alternativa. Che fosse di fatto, come a volte si sostiene, un “antipapa” rimane un punto controverso; ma fu certamente una spina nel fianco del legittimo vescovo di Roma.

Quando, nel marzo 235, Massimino il Trace salì al trono imperiale, volle colpire la presenza cristiana a Roma. Un modo efficace per farlo, pensò, sarebbe stato quello di privare la Chiesa dei suoi capi. Ne individuò due: Ponziano e Ippolito. Così li fece arrestare e mandare ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna. Lì, i due vecchi avversari si riconciliarono. Entrambi riconobbero la sincerità cristiana dell’altro nonostante opinioni divergenti su questioni particolari. Ponziano, intuendo che non sarebbe vissuto a lungo a causa del trattamento riservatogli, abdicò al suo ufficio, il primo papa a farlo. Morì nell’ottobre del 235. Ippolito morì poco dopo. Nel giro di un anno o due papa Fabiano fece riportare i loro corpi a Roma. La Chiesa li onora entrambi come martiri: li celebriamo con vesti rosse, all’interno di un’unica festa, come se la testimonianza dell’uno fosse incompleta senza l’altro. La colletta per la festa dei santi Ponziano e Ippolito offre genuini spunti di meditazione, forse anche per un autoesame:

“Patientia pretiosa iustorum tuæ nobis, Domine, quæsumus, effectum dilectionis accumulet, et in cordibus nostris sacræ fidei semper exerceat firmitatem”.

“La preziosa pazienza [parola in cui è incastonata la radice latina ‘passio’] dei giusti, Signore, accresca in noi l’adesione sincera al tuo amore; e possa in ogni tempo esercitare i nostri cuori alla fermezza nella santa fede”.