Cyprien e Daphrose Rugamba vennero uccisi nel 1994 insieme a sei dei loro 10 figli durante il genocidio dei tutsi. La scorsa settimana a Kigali si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione. Il racconto di chi li ha conosciuti: “Predicavano la pace e distribuivano affetto ai più bisognosi”

28 settembre 2021
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Vennero uccisi il 7 aprile 1994 in uno dei più brutali e sanguinosi massacri della storia contemporanea: il genocidio dei tutsi in Ruanda. La scorsa settimana, a 26 anni di distanza, si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione della famiglia Rugamba. Grazie all’esame svolto in Ruanda, le biografie della coppia e le testimonianze di chi li ha conosciuti passano ora alla Congregazione per le cause dei santi in Vaticano che dovrà valutare la vita di Cyprien e Daphrose Rugamba, uccisi nel massacro insieme ai sei figli, e decidere se iscriverli tra i santi e i beati della Chiesa cattolica.

“La particolarità di questa famiglia è il loro amore e la loro unità, si sono sempre sostenuti l’uno con l’altro fino alla fine della loro vita, per questo chiediamo di essere santificati come tutta la famiglia” ha raccontato al sito AllAfrica padre Jean-Bosco Ntagungira, parroco della chiesa cattolica Regina Pacis nel distretto di Gasabo a Kigali, che ha guidato la raccolta delle testimonianze per la causa di beatificazione.

La coppia ruandese, sposata dal 1965, è nota in patria per aver introdotto il Rinnovamento carismatico cattolico nel Paese e per aver fondato una Comunità Emmanuel a Kigali (capitale del Ruanda). “Hanno sempre predicato l’unità e la pace tra i ruandesi – ha spiegato padre Ntagungira -, al punto che i membri della loro Comunità non hanno mai partecipato al genocidio: questo dimostra quanto siano stati un esempio per tutti, e quanto le loro azioni abbiano davvero influenzato gli altri”.

Tantissime le persone che hanno tratto ispirazione dalla vita dei Rugamba e dal loro sentimento di amore verso il prossimo. Come Agnes Kamatali, amica intima della famiglia, che ne parla ancora con parole di enorme affetto: “Durante le messe e gli incontri comunitari, continuavano a ricordarci di amarci l’un l’altro e perdonare coloro che ci hanno ferito perché sono anch’essi ‘figli di Dio’. Avevano un modo di vivere in armonia con chi gli stava attorno: hanno aiutato le persone povere e supportato in molti modi le coppie in difficoltà, fornendo consulenza e aiutandole a risolvere i loro problemi coniugali”.

Ad avere usufruito della bontà d’animo della famiglia Rugamba, sono stati soprattutto i bambini di strada di Kigali ai quali Cyprien e Daphrose si sono dedicati per molti anni: nel 1992 avevano fondato un’organizzazione per la cura e l’alimentazione dei bambini più poveri della capitale, oggi conosciuto come CECYDAR (Centro Cyprien e Daphrose Rugamba). “Ci hanno insegnato ad amare questi bambini che sono per strada e che non hanno ricevuto amore – spiega Jean-Baptiste Ndayambaje, educatore al CECYDAR -. Riuscivano a dare tutto il loro affetto a questi bambini, e se ancora oggi la loro missione continua con noi e perché questo affetto era contagioso”.

Furono oltre 800mila le vittime del genocidio ruandese. Dalle cronache del tempo, sembra che Cyprien avesse consigliato all’allora presidente Juvenal Habyarimana, di interrompere la registrazione dell’appartenenza etnica sulle carte d’identità ruandesi. Una presa di posizione che non piacque al regime hutu e che lo fece entrare di diritto nella lista nera insieme a tutta la sua famiglia. Insieme a sei dei loro 10 figli, morirono il 7 aprile ’94. Il giorno prima la morte del presidente Habyarimana aveva dato il via all’escalation di violenze.

Il processo canonico per la beatificazione dei coniugi Rugamba e dei loro figli è iniziato il 2 ottobre 2015. Ora, con la chiusura della fase diocesana, è a una svolta cruciale. “Riconoscere la santità di questa famiglia sarebbe un orgoglio non solo per la Chiesa cattolica, ma per l’intero Paese – ha aggiunto padre Ntagungira -. Inoltre, sarebbe un esempio per le giovani generazioni e le famiglie ruandesi, che continuano a trarre lezioni di vita da questa famiglia”.