La compassione è l’atteggiamento che anima coloro che nel nome di Gesù si spendono per gli ultimi, senza che questo sembri apparentemente cambiare la loro condizione, scoprendo invece che anche le situazioni più disperate possono aprirsi a possibilità inedite.

Giovanni Cucci
Rivista La Civiltà Cattolica
Quaderno 4110, pag. 471 – 480, Anno 2021, Volume III
18 Settembre 2021
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La psicologia della compassione

L’articolo riprende deipassaggi del libro: E. Lambiase – T. Cantelmi, Psicologia della compassione. Accogliere e affrontare le difficoltà della vita, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2020, 271

Che cos’è la compassione?

Considerata la sua lunga presenza e la molteplicità di possibili significati a essa attribuiti nell’immaginario religioso e non, è forse bene iniziare a chiarire cosa non è la compassione. Sappiamo infatti come essa sia stata oggetto di critiche a volte spietate, ad esempio in sede filosofica, quando è stata considerata una forma di superiorità ammantata di bontà, un approccio emotivo ai problemi che impedisce di coglierne la complessità, con il rischio di dare valutazioni in base a simpatie e antipatie del tutto soggettive e superficiali.

Prendere in considerazione queste obiezioni è importante per precisare le molteplici prospettive con le quali si può esaminare la compassione.

In questa prospettiva, la compassione può essere definita come un processo che coinvolge cognizione, affetti e azioni, caratterizzato da un insieme di elementi fondamentali: è la capacità di riconoscere la sofferenza come parte dell’umanità e della vita, in termini di empatia e ascolto dei possibili sentimenti ostili, senza giudicarli né combatterli, mettendo in atto decisioni ritenute opportune per alleviare la sofferenza. Una definizione che racchiude un insieme di proprietà diversificate, confermando la complessità di questo atteggiamento, antitetico alla rassegnazione o a un approccio flemmatico ai problemi della vita.

Per chiarire meglio la sua effettiva portata, si possono riprendere brevemente questi variegati aspetti.

Riconoscere la sofferenza

È il passo basilare, che rimanda all’etimologia stessa del termine. Compassione in quanto «soffrire-con» (cum-patire) richiede la capacità di riconoscere ciò che prova l’altro, senza giudicarlo. In virtù di tale atteggiamento, è possibile accogliere i sentimenti negativi e «non rotolarsi nella rabbia e nella tristezza, quanto piuttosto usarle per l’azione».

L’accettazione della sofferenza è un passo preliminare indispensabile, perché consente di non restare prigionieri del passato o del futuro; solo concentrandosi sul presente diviene possibile attuare cambiamenti reali, riconoscendo la ricchezza di possibilità a disposizione.

La compassione infatti favorisce la resilienza, la capacità di affrontare situazioni traumatiche senza soccombere. La resilienza, come si è avuto più volte modo di notare, non è semplicemente legata alla robustezza fisica, ma alle strutture di significato, ai valori presenti nel soggetto e alla qualità delle relazioni. Le comunità coese sono un magnifico esempio di resilienza, come la storia ha mostrato in occasioni di catastrofi naturali o causate dall’uomo.

Sentirsi parte dell’umanità e della vita

Quando si soffre, può affacciarsi il pensiero del confronto, considerando la situazione di disagio come appartenente soltanto a se stessi, ritenendosi indegni o colpevolizzandosi. In realtà, soffermarsi sul proprio disagio è parte del problema che accresce il malessere, portando a quella che viene chiamata «visione tunnel». Come suggerisce il termine, essa impoverisce l’orizzonte di riferimento e accentua la svalutazione e l’autorimprovero. La compassione verso di sé favorisce invece il dialogo interiore con la propria parte benevola, capace di accogliere la vita in tutti i suoi aspetti, comprese le difficoltà, la sofferenza e i fallimenti.

Considerare tutto ciò come parte del mondo e dell’umanità facilita l’uscita dall’isolamento rassegnato. E aiuta a rivedere la propria storia, consentendo una gamma più ampia di letture possibili.

Rileggere la propria situazione nel più generale contesto dell’umanità significa anche riconoscere che la sofferenza o il fallimento che vedo in altri sarebbero potuti accadere anche a me; considerarli parte della comune umanità rende possibile la considerazione del disagio altrui in termini di solidarietà e di scelte volte ad alleviarne la sofferenza. Gli ostacoli alla compassione sono spesso legati all’incapacità di riconoscere questa comune situazione, fino alla negazione dell’umanità dell’altro.

Anche in questo caso occorre fare i conti con una spontaneità che non aiuta. Invece di combattere la sofferenza, è più salutare semplicemente lasciarla essere, senza dare un giudizio, animati dalla curiosità di apprenderne il messaggio. Un sentimento come la tristezza racchiude in sé insegnamenti molteplici che non appaiono a prima vista. Ciò richiede una pratica di esercizio della consapevolezza.

Si tratta di un processo che sfocia nell’azione, perché prendere contatto con la sofferenza è anzitutto un atto di coraggio, quello che nella tradizione etica viene chiamato «la virtù della fortezza». Esercitare la compassione può disturbare il quieto vivere di chi preferisce rassegnarsi alla propria condizione di disagio e non vuole saperne di essere messo in discussione. In questo senso essa è una virtù contestatrice; coraggio e compassione non si sono contrapposti.

Sentirsi parte dell’umanità consente anche di sviluppare una distanza sana, che permette un intervento efficace, senza essere sopraffatti dal dolore altrui.

Le basi biologiche della compassione

Gli studi sulla compassione hanno mostrato la sua dimensione anzitutto biologica. Essa è legata alla capacità di accudimento e attaccamento, rese celebri dalle ricerche di John Bowlby. Secondo questa teoria, le emozioni basilari, nella loro polarità di ansia-tranquillità, si sviluppano in maniera adeguata all’interno della relazione preferenziale con la madre, intesa come figura di riferimento stabile sotto il profilo affettivo: una relazione che passa per il tatto, lo sguardo, il sorriso e la parola. La corretta formazione del legame di attaccamento, quello che Bowlby chiama «attaccamento sicuro», base della fiducia e dell’affettuosa sicurezza, ha conseguenze molto importanti per vivere relazioni equilibrate, all’insegna del dono di sé e della capacità di occuparsi del bene dell’altro. Ma soprattutto è fondamentale per la stessa sopravvivenza del bambino, che richiede in prima istanza di essere accudito con tenerezza.

Le ricerche di Bowlby mostrano anche che il bambino, diversamente da quanto riteneva Freud, non cerca la relazione con la madre per ricevere gratificazioni di tipo sessuale o per ottenere nutrimento per sopravvivere: la relazione manifesta un bisogno primario e gratuito, compiuto non in vista di altro. A differenza degli altri animali, l’essere umano presenta un’incompletezza plastica che richiede l’apporto di facoltà molteplici, in particolare la dimensione biologico-corporea, la riflessione, l’autocoscienza.

L’integrazione tra affetto e ragione consente di vivere la compassione come virtù, come si notava sopra, guardandosi dalle derive emotive. Alcune ricerche hanno mostrato che la visione di filmati e il confronto con episodi improntati all’empatia e alla fiducia hanno ricadute rilevabili a livello cognitivo, comportamentale e biologico, come il livello di ossitocina, che influisce in maniera importante sugli affetti.

Queste ricerche confermano la dimensione incarnata della compassione, che si traduce anche in benessere fisico.

I due alleati della compassione: empatia e simpatia

La compassione può essere potenziata da alcuni atteggiamenti proattivi. Il primo di essi è l’empatia, un termine introdotto alla fine del secolo XIX in sede di psicologia scientifica. Essa è la capacità non solo di conoscere il mondo affettivo dell’altro, ma di parteciparvi, di provare i medesimi sentimenti e agire in maniera corrispondente.

L’empatia consente di comprendere ciò che provano altri esseri e di immedesimarsi nel loro vissuto. È un atteggiamento spontaneo, presente fin dalla più tenera età: i bambini giocano con pupazzi, soldatini e bambole «animandoli», attribuendo loro dei sentimenti. Ogni bambino ha bisogno di un modello cui appoggiarsi e che lo rassicuri, nel corso della crescita e più in generale nel percorso educativo. Si può provare empatia in vari modi, nei confronti della natura (un paesaggio viene avvertito come «triste» o «piacevole»), della cultura (nel rapporto tra il lettore e l’opera), con le persone, ma anche con le macchine, dall’automobile al computer.

Gli studi compiuti rilevano comunque, analogamente a quanto notato a proposito della compassione, che l’empatia non può essere confinata nella sfera emotiva, perché presuppone la capacità cognitiva di riconoscere l’alterità e i sentimenti suscitati da questo incontro, ponendosi al di là della mera ripetizione di quanto osservato.

A sua volta, la mera conoscenza del vissuto altrui non porta necessariamente a un atteggiamento di questo tipo: si può attingere a questo sapere per motivi molteplici, non necessariamente ispirati all’empatia. Anche il sadico o l’antisociale è in grado di capire cosa sente l’altro, ma può restare indifferente o, peggio, manipolarlo a proprio vantaggio. L’empatia, a partire da quella conoscenza, porta invece alla vicinanza e alla partecipazione, esprimendosi in uno spettro di sentimenti qualitativamente differente, fino alla condivisione e al sacrificio di quanto si ha di più caro. A differenza dell’odio, l’empatia si mostra maggiormente capace di rispettare la complessità delle persone e delle situazioni, perché è in grado di differenziare.

Affine all’empatia è la simpatia; anch’essa è caratterizzata da uno sguardo positivo, accattivante nei confronti dell’altro, che può con più facilità portare alla condivisione del suo orizzonte culturale e valoriale, immedesimandosi con esso. L’empatia tuttavia presenta qualcosa in più della simpatia, perché manifesta, oltre alla comprensione e alla benevolenza, anche la condivisione del vissuto dell’altro. La simpatia è un atteggiamento da coltivare anzitutto nei confronti di se stessi: invece di chiudersi su di sé quando la sofferenza bussa alla propria porta, è più saggio ascoltarla e accoglierla, come si notava.

Una virtù da praticare con l’esercizio

La compassione, se correttamente intesa, richiede di mettere in discussione alcuni stereotipi superficiali e di aprirsi ad atteggiamenti che vanno nella direzione opposta al senso comune. In particolare nei confronti della sofferenza. La salute psicologica richiede di appropriarsi di emozioni problematiche, per poterle gradualmente gestire meglio: «Può sembrare paradossale, ma per essere felici dobbiamo abbracciare l’infelicità: più cerchiamo di sfuggire dal dolore e dalla sofferenza, più cerchiamo di eliminarli dalla nostra vita, più li amplifichiamo».

Per questo la compassione va soprattutto praticata, rileggendo in questa prospettiva la propria vicenda di vita.

La dimensione religiosa

Come si è avuto modo di notare, la consapevolezza di essere parte di una dimensione più grande, considerata in termini di benevolenza, è di grande aiuto per la compassione. Colpisce come molti degli esercizi proposti, e lo stesso valore della compassione, siano presenti nella gran parte delle tradizioni religiose, che le ha proposte in sede spirituale e di scelte di vita. Il cristianesimo annuncia un Dio che non è indifferente alle vicende di ogni uomo, ma si rende vicino condividendo anche gli aspetti più tragici dell’esistenza. Nella Bibbia l’esperienza dell’esodo, fondamentale per il popolo d’Israele, e la redenzione culminante con la morte e risurrezione di Gesù, sono i frutti più belli della compassione di Dio, che vuole farsi conoscere dell’intera umanità.

Il termine ebraico per compassione, rahamim, fa riferimento letteralmente all’utero, ricorda l’amore viscerale della madre per il figlio (in Is 49,13-16 è espresso dal termine rehem, che indica l’utero). Il suo equivalente greco (splanchnizomai) è presente in pagine celebri del Vangelo, come la parabola del figliol prodigo (cfr Lc 15,20), o del re che condona il debito enorme del servo (cfr Mt 18,27), e riflette i sentimenti stessi di Gesù nei confronti dell’umanità debole e sfinita (cfr Mt 9,36). È anche l’atteggiamento che anima coloro che nel nome di Gesù si spendono per gli ultimi, senza che questo sembri apparentemente cambiare la loro condizione, scoprendo invece che anche le situazioni più disperate possono aprirsi a possibilità inedite.