L’epifania degli imperfetti
Lettera di un papà della debolezza

Papa Francisco2

Caro direttore, che meraviglioso scambio! O forse, che meraviglioso errore! [L’Epifania], la solennità dell’imperfezione di quella natura umana (imperfetta per definizione) che addirittura è fatta propria dal totalmente Amore, l’Assoluto che di nulla ha bisogno, tanto meno assumere in sé la carne stessa di chi ha saputo peccare!
Eppure qui non c’è trucco e non c’è inganno, non ci sono errori: è proprio l’essere uomo, piccolo e impreciso che il 6 gennaio la Chiesa veste di regalità, in una solennità che attira le folle e scomoda la gente, facendola arrivare da molto lontano. E allora comincio a sentirmi a mio agio perché d’imperfezione me ne intendo: mi chiamano papà figli che altri hanno scartato perché vittime di errori di concepimento, di gestazione o più semplicemente perché soli (e la solitudine è il primo passo nella categoria degli imperfetti), perché nessuno si riconosceva capace di poterli amare. Quanti scarti per obbedire alle leggi dell’impeccabilità!
Come uno dei nostri piccoli più fragili, che non riesce neanche a pronunciare il mio nome perché porta ferite così gravi e deficit così invalidanti che, seppure sul suo volto improvvisamente compare una gioia ineffabile quando sente la mia voce o quella della mamma, nessun suono esce dalle sue labbra.
Che mistero grande! Ha 10 anni e i suoi primi quattro anni di vita sono trascorsi lentamente passando da un ospedale all’altro in cerca di cure sempre più specialistiche fino ad approdare finalmente nel nostro abbraccio caldo ed essere chiamato “figlio”, come ancora nessuno aveva osato fare; non cammina, non mangia da solo, non respira da solo ma con l’aiuto di un respiratore, passa spesso le sue giornate a letto, e quando lo metto sulla sua carrozzina gli allaccio le fibbie ai piedi, al bacino, al torace, alle spalle e gli posiziono la testa perché non cada troppo all’indietro. Che mistero grande la debolezza!
Non riesce ad alzare il braccio da solo e talora quando vediamo che cerca di direzionare il ditino sul suo tablet per toccare qualche immagine colorata dello schermo, esultiamo come di fronte a un vero miracolo, estasiati di fronte ai progressi inaspettati della natura umana schiacciata dal dolore e al progresso della scienza quando si mette a servizio dei più piccoli per farli sentire un pochino più grandi.
È imperante il convincimento che la perfezione sia l’ovvietà della vita e quando ti arriva un figlio handicappato o quando ti accorgi del disastro neurologico che si porta dentro quella piccola creatura, l’ovvietà diventa scartare ciò che è deforme. Eppure, sebbene taluno possa pensare che io sia un padre scellerato, quella debolezza mi ha conquistato la vita e con la mia sposa crediamo che donare il nostro matrimonio alle piccole creature che portano grandi ferite nel corpo e nella psiche sia l’ovvietà del matrimonio, che non può non farsi nido accogliente.
Come si può tollerare che rimanga senza amore chi porta una croce troppo grande per le sue spalle? Quanti hanno pensato di ricoverare mio figlio in strutture sanitarie senza un papà e una mamma o peggio ancora di staccare la spina del suo respiratore per attendere il suo ultimo respiro, credendo che il suo fiato sia meno importante o meno dignitoso del mio, solo perché più debole?
La dignità della vita non si misura con il calibro della perfezione né tantomeno con lo stato di salute della persona. Solo la capacita di amare e farsi amare dà dignità alla nostra vita. E io amo la debolezza dei miei tanti figli in questa famiglia in cui con la mia sposa viviamo quotidianamente in quindici persone e sono certo che ogni volta che m’inginocchio ad allacciare le scarpe a chi non riesce a farlo da solo, o a lavare i piedi a chi non cammina, non faccio altro che ripetere il gesto di chi in ginocchio ha adorato il bambino che Maria portava in braccio.
La solennità dell’Epifania è stata viva nelle nostre chiese come nelle nostre case in cui celebriamo la liturgia dell’imperfezione, resa perfetta dalla carità dei nostri gesti d’amore. A chi, come noi, è padre e madre della debolezza diciamo: «Oggi è la festa dei nostri figli». Non teniamoli nascosti, sono essi la luce della nostra vita e della vita di quanti da lontano vengono a inginocchiarsi per adorare il Dio-Bambino, presente e vivo in ogni umana debolezza. Non lasciamoci schiacciare dalla stanchezza, non lasciamoci persuadere dai luoghi comuni che c’invitano a credere in una vita divertente e leggera, fatta di evasioni e vanità.
Non c’è bellezza maggiore di una vita spesa nella gioia della carità; non c’è dono più grande che rendere forte la vita segnata dalla debolezza e dal dolore, attraverso il dono della propria vita. Che mistero grande, la bellezza dell’imperfezione umana. Davanti a essa mi genufletto… e ti adoro mio Dio–Bambino.

7 gennaio 2014
Luca Russo – Comunità Papa Giovanni XXIII
Lettera al direttore dell’Avvenire