Francesco Occhetta
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Ma sì. Un pò è vero quello scrive Pierluigi Battista nella mailinglist di Futura del Corriere della Sera:
“Non abbiate paura, anche questo Natale passerà.
Se siete un po’ soli,
se siete rimasti soli,
se siete ancora soli,
se vi sentite soli anche con famiglie multiple e numerose,
se la festa dell’armonia, del calore familiare, dei legami, della pace, la sentite ostile e persino offensiva perché non siete in sintonia con il mondo, sappiate che c’è una sola ricetta.
Peggio della retorica natalizia, c’è solo la retorica antinatalizia.
Peggio del dolciastro del Natale, c’è solo il titanismo patetico di chi vorrebbe mettere una bomba (metaforica) sotto l’albero.
C’è solo un consiglio saggio: il Natale rischia di farvi star male? Ignoratelo”.

Un po’ è vero, diciamoci la verità. Ma un po’ è anche falso! E se oltre ad ignorarlo noi provassimo (almeno) a conoscerlo? Un antico proverbio armeno racconta che “per fare un albero di Natale ci vogliono tre cose: gli ornamenti, l’albero e la fede nel futuro“. Già ci vuole fede nel futuro! Ed è questa fede nel futuro che a volte ci manca e ci fa ignorare tutto: la vita, la morte, le malattie, il senso del lavoro, la vita politica ecc.

E se il nostro futuro davvero fosse in quel punto del passato? Lo scrivevo ai giornalisti dell’Ucsi: colpisce sempre la potenza dell’annuncio storico del Natale: «All’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno 752 dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, nella sesta età del mondo, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, (…) nasce in Betlemme di Giuda».

In quel momento «regnava la pace». C’è bisogno di pace. C’era pace nel cuore di Maria e nel cuore obbediente di Giuseppe per permettere al Verbo di rivestirsi di carne. Un antico documento, il Cronografo dell’anno 354 rivela che a Roma iniziarono a celebrare il Natale il 25 dicembre, “convertendo” la celebrazione pagana del solstizio d’inverno, Natalis Solis Invieti, la nascita del nuovo sole. È dopo la notte più lunga dell’anno che si celebra la nascita della Vita.

La fede nel futuro si rigenera nella pazienza del presente. Potrei sbagliarmi. Ma devo ancora essere falsificato. «Vivere è l’infinita pazienza di ricominciare — scrive Gregorio di Nissa —. Noi andiamo tutti di inizio in inizio, attraverso inizi sempre nuovi. Perché con Dio, c’è sempre un dopo».

È come se camminassimo su un crinale in cui dobbiamo scegliere se sbilanciarci sul lato della morte o della vita. Nella prima ci neghiamo il futuro, nella seconda ci sbilanciamo sul futuro con fede.

Rimane poi una paura: «Alla nascita di un bambino il mondo non è mai pronto. (…) Non c’è vita che almeno per un attimo non sia immortale. La morte è sempre in ritardo di quell’attimo». Sono parole che ci ricordano la forza del dono e il dovere della responsabilità. Ma anche della cura. Accogliere un bambino da tenere in braccio e da far crescere ci impone un dovere di responsabilità. E’ una provocazione che raggiunge il cuore anche dei non credenti. Parlare di pace, di giustizia, di perdono non è filantropia, ma responsabilità alla vita. E cura del futuro. Perchè se abbiamo fede nel futuro, allora la vita (che nasce) avrà cura di noi. Anche Battista consiglia di ascoltare le parole di Battiato:

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
dalle ossessioni delle tue manie.
(…)
E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io, avrò cura di te.

Buon Natale !

23 dicembre 2016