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«Guardi, adesso in città è tranquillo. Ci sono in giro i Caschi Blu, dicono diecimila, la gente è impegnata a pulire, a mettere tutto in ordine. Gli stessi musulmani desiderano la sua presenza. Speriamo che l’ arrivo del Papa dia speranza, inviti a ragionare. Che la sua parola sia ascoltata e non ricominci tutto dopo la partenza». Il padre comboniano Gabriele Perobelli, di Verona, ha 69 anni e sta in Centrafrica da quaranta. Era parroco di Nostra Signora di Fatima nel «Km 5» di Bangui, il quartiere dove Francesco visiterà domani la moschea, quando il 28 maggio del 2014 accadde ciò che qui chiamano «il massacro di Fatima»: diciassette cristiani morti, una ventina di feriti.

Che cosa è accaduto? «Era mercoledì pomeriggio, la vigilia dell’Ascensione. Dei musulmani armati sono arrivati d’improvviso, hanno sparato su tutti quelli che stavano fuori dalla chiesa e lanciato due bombe contro il portone, pensando che gli altri fossero dentro. Io ero nella mia stanza, altri nelle sale di catechismo, non abbiamo potuto fare niente. Gli attentatori invece hanno fatto quello che hanno voluto, non c’erano Caschi Blu a proteggerci, non c’era nessuno».

Com’è la situazione, oggi, al «Km 5» di Bangui? «Non è cambiato nulla. C’è una linea rossa che separa il quartiere dei musulmani, la grande maggioranza, dalla parte dove vivono i cristiani. Chi la varca lo fa a suo rischio e pericolo. Può trovarsi fatto a pezzi, bruciato. I musulmani usano il coltello e anche i cristiani hanno imparato a fare la stessa cosa. Ad ogni uccisione da una parte scatta la vendetta dall’altra. Si vive come prigionieri. Abbiamo visto scene terribili». Perché accade questo? «Gli interessi dietro gli scontri delle milizie sono i soliti. Il potere. E quindi il controllo dell’uranio, dell’oro, del petrolio, del legname. E la povera gente, musulmani e cristiani, è quella che ci perde sempre.

All’inizio non era come adesso. Quando le milizie musulmane sono arrivate per conquistare il potere, dal Nord del Paese ma anche dal Ciad e dal Sudan, c’erano cristiani che si sono uniti a loro. Arrivati a Bangui, i musulmani hanno detto: adesso tocca a noi comandare. Lì è scattata la scintilla. E sono nate le milizie cristiane, che di cristiano hanno ben poco…». Prima com’era? «Cristiani e musulmani vivevano insieme, anche al “km 5”. Eravamo mescolati, nel quartiere. Si viveva pacificamente».

Il Papa rischia a venire a Bangui e andare nella moschea del km 5? «La moschea sta in una zona ai margini del quartiere, distante da quella più pericolosa. Credo e spero di no. Penso corresse più rischi in Kenya. Certo andare nella moschea è un gesto molto importante». E i cristiani come si preparano? «Le parrocchie stanno organizzando l’accoglienza dei fedeli che arrivano dalle altre diocesi, le case sono stipate, ogni famiglia ne ospita altre. C’ è attesa e gioia, anche per la grande messa è tutto pronto, si fanno tante chiacchiere ma non si sospende nulla».

Il Papa si prepara ad aprire la porta santa del Giubileo a Bangui, prima che a San Pietro… «È tutto pronto, sono appena tornato dalla cattedrale dove si è fatta una prova generale: il rito penitenziale, Francesco che apre la porta ed entra con il seguito… È un segno straordinario: dice tutta la necessità che abbiamo in questo Paese di aprire le porte alla misericordia e alla grazia di Dio». Prima di partire, Francesco entrerà nella moschea con l’imam. Che significato ha per musulmani e cristiani? «Non tutti hanno gli stessi sentimenti nei cuori, non c’è solo odio. Tante persone sperano di vedere il Papa nella moschea, in una sua parola di riconciliazione e perdono». In Kenya diceva ai giovani: per evitare il reclutamento dei fondamentalisti, la sola via è educazione e lavoro. «Questo è certo. I giovani sono i più fragili, tanto più se abbandonati a se stessi, senza scuole né prospettive».

Corriere della Sera
Gian Guido Vecchi