Quei segnali di Bergoglio al governo e alla Chiesa dell’Ecuador.

Francesco con il presidente Correa

Sostegno a Correa ma anche invito al dialogo con le opposizioni. E per i vescovi, la richiesta di un maggiore impegno per la giustizia sociale e l’inclusione (Vaticaninsider, Andrea Tornielli, Quito)

Sta per concludersi la prima tappa del viaggio latinoamericano di Papa Francesco, che domani lascerà l’Ecuador per raggiungere la Bolivia. Dalle omelie, i discorsi e gli interventi di Bergoglio sono emersi dei segnali abbastanza precisi.

È innegabile l’attenzione del Papa per il processo di riforme sociali inaugurate dal presidente Rafael Correa. Francesco ha detto chiaramente che la Chiesa è pronta a collaborare e a sostenere l’impegno in favore degli ultimi, per l’inclusione degli esclusi, per la costruzione di una società più giusta. Un cammino che in Ecuador appare ancora lungo: si sono fatti dei passi significativi in avanti, il Paese sta crescendo, ma molto rimane da fare. Non devono dunque sfuggire i passaggi dei discorsi nei quali Francesco ha invitato al dialogo, cioè alla costruzione condivisa di un futuro migliore. In Ecuador – dove il 2 per cento delle famiglie possiede il 90 per cento delle aziende, e dove Correa è intenzionato a mettere una sorta di tassa «patrimoniale» che ha provocato forti reazioni anche da parte della classe media – c’è bisogno di più dialogo.

Ma non è da sottovalutare nemmeno il filo rosso rappresentato dagli inviti che il Papa ha fatto alla Chiesa. Quello a non essere autoreferenziale e chiusa. Quello a riconoscere il «debito» che il Continente ha con i poveri, e dunque a sostenere i processi di riforma sociale che in Ecuador come in altri Paesi latinoamericani si stanno sviluppando, nel tentativo di mostrare, pur con certi limiti, la possibilità di diversi modelli di sviluppo. Modelli inclusivi, che vedano la partecipazione dei movimenti dal basso.

A volte in questi Paesi la gerarchia cattolica è stata troppo acquiescente nei confronti delle dittature o dei sistemi politico-economici che sfruttavano i poveri. Troppo spesso preti e vescovi vicini al popolo e impegnati a testimoniare il Vangelo, sono stati bollati come «comunisti» e pure il loro martirio è stato guardato con sospetto (emblematico in questo senso, il caso del vescovo salvadoregno Oscar Arnulfo Romero, riconosciuto martire da Papa Francesco). Le parole di Francesco sono dunque l’invito a un nuovo inizio, che a partire dal Vangelo, renda capace la Chiesa di accompagnare senza paure i processi positivi in atto.